15/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Prigioni sovraffollate, strutture fatiscenti ma soprattutto un sistema giudiziario kafkiano dove l'arbitrio è la regola

Owerri, capitale dell'Imo, stato nigeriano del sudest. E' solo un puntino nella carta di un Paese grande più di tre volte l'Italia e con quasi 160 milioni di abitanti. Ma è un centro che ospita una delle più famigerate prigioni federali della Nigeria. Alle "Agghiaccianti storie del carcere di Owerri" ha dedicato di recente un reportage il quotidiano Vanguard, al quale, per dipingere il quadro è bastato dare la parola al manager che gestisce il centro. "La struttura era stata progettata per ospitare 500 detenuti, mentre oggi qui ce ne sono 1600", ha raccontato Gregory Ademuwi. Alla situazione carceraria nigeriana, esplosiva, hanno dedicato report numerose organizzazioni non governative come Human Rights Watch. E' un problema noto ma che non si riduce al solo sovraffollamento, alle celle che scoppiano, alla mancanza di servizi igienici, a razioni alimentari insufficienti, ai letti che non bastano per tutti o a una popolazione carceraria che è anche difficile da censire. Non sono queste le condizioni che rendono "agghiaccianti" le storie di Owerri quanto piuttosto il fatto che buona parte dei detenuti non sanno perché sono lì o per quanto tempo ci rimarranno. Il 70 per cento circa di loro non è stata ancora processata e quindi non ha ancora subito una condanna che, di fatto, sta già scontando. E' angosciosa, ad esempio, la storia di Chiconso Okey Anumba, che ha fatto tre anni di carcere prima di andare a processo ed essere condannato ad un anno di prigione: era accusato di aver insultato la sua matrigna. Ci sono anche persone accusate di reati più seri nella prigione di Owerri, detenuti come Uche Obioha o Okechukwu Ogbonna, sui quali pesa un accusa di omicidio e da 14 anni sono in attesa di giudizio. Avranno ancora molto da aspettare, perché i documenti relativi ai loro casi sono scomparsi, andati persi. Daniel Ohaeri, ad esempio, non sa nemmeno perché ha trascorso 13 anni dietro le sbarre: i capi d'accusa contro di lui non sono stati nemmeno formulati.

Ma Owerri è solo un punto di una mappa più grande, in un arcipelago di prigioni che sono un buco nero del diritto. Il problema, insomma, non riguarda solo il sistema carcerario, a valle, ma quello giudiziario, a monte, e cioè indagini eseguite in modo approssimativo, con scarsi mezzi e poca competenza, con procedure eluse, processi che non iniziano mai e, se cominciano, impiegano una decina d'anni prima che si arrivi a sentenza. Questa è la vera ragione dell'emergenza carceri, che nel Paese è nota, tanto da aver costretto il legislatore a pronunciarsi più volte in materia ma con risultati quasi nulli. E così accanto a Owerri, ci sono la prigione di Ikowi, con una capienza di 800 posti e 1900 detenuti registrati, dei quali solo 24 hanno subito un processo e una condanna; c'é Port Hancourt che, progettata per ospitare 804 persone, a luglio 2010 ne accoglieva più di 2900, soltanto 117 delle quali processate e condannate. Le cifre le ha confermate la massima autorità del Paese in materia, Olushola Ogundipe, il Comptroller General del servizio penitenziario nigeriano, il quale l'anno scorso ha fornito le seguenti cifre; al 31 luglio 2010, la popolazione carceraria ammontava a 47628 unità, delle quali 34 328 (il 77 per cento) senza un processo. Di queste anime perse in attesa di giudizio, più della metà aspetta da più di cinque e meno di 17 anni. E allora, alle istituzioni non resta che ricorrere a soluzioni all'italiana quando la situazione diventa molto esplosiva, facendo uscire detenuti. Durante il regime dei generali, caduto nel 1999, spesso, in occasione di feste nazionali, le autorità liberavano qualche migliaio di prigionieri: quelli più anziani, più malati, quelli con handicap o i bambini. Il governo, però, per far fronte all'emergenza, ha trovato anche un'altra strada: la pena di morte. Per quanto, da quando il potere è passato nelle mani dei civili le sentenze capitali vengano eseguite con una frequenza minore, le condanne a morte vengono ancora comminatee. Già nell'aprile e nel giugno dell'anno scorso, in due riprese, in riunioni speciali organizzate tra il vicepresidente e i governatori dei 36 stati, il governo federale aveva chiesto di eseguire condanne a morte per "decongestionare il sistema". Non deve quindi sorprendere che a dicembre, la Nigeria si sia astenuta dal votare la risoluzione Onu sulla moratoria del ricorso alla pena capitale. Per rimanere solo ai primi mesi di quest'anno, dal 14 febbraio all'8 luglio sono state comminate almeno 11 condanne a morte per impiccagione. L'11 luglio, la Corte suprema ha confermato la condanna a morte per Rabi Ismail, attrice nigeriana accusata dell'omicidio di un amico, che lei avrebbe drogato e annegato in una diga per rubargli i beni. Anche per lei c'è un cappio pronto.

 

Alberto Tundo

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