Si moltiplicano in Guatemala gli attacchi e le intimidazioni contro difensori dei diritti umani
Non si fermano gli abusi contro i diritti umani in Guatemala. Tra i principali
bersagli, ci sono proprio i membri di associazioni per la difesa dei diritti umani.

Un anno fa, l’uccisione di Eusebio Macario, co-fondatore di un’organizzazione
per i diritti indigeni e l’assalto al Nobel per la Pace Rigoberta Menchú furono
i casi più eclatanti. Oggi, la repressione vera procede in forma più nascosta,
attraverso le incursioni nelle sedi delle associazioni e le minacce ai loro membri.
Risalgono al mese scorso, ad esempio, gli attacchi, nella capitale, a tre importanti
ong: ‘Paz y Tercer Mundo’, ‘Proyecto de Istituzionalizaciòn del Mesodialogo’ e
‘La Casa del Migrante’. Quest’ultima aveva appena completato una lista di persone
implicate nel traffico di esseri umani, alcune –pare- legate al governo.
“Si cerca di far passare queste incursioni come episodi di delinquenza comune”,
spiega Gregorio Dionis, fondatore dell’Equipo Nizkor, associazione per la difesa
dei diritti umani, con sede a Madrid e collegamenti in tutta l’America Latina.
“Non è così: in tutti i casi, oltre alle minacce, c’è stato il furto di tutto
il materiale di archivio, cartaceo e digitale. Noi crediamo invece che alla base
ci sia un piano preciso, un’organizzazione forte collegata anche ai servizi segreti”.
“Non è un caso –continua Dionis- che le violazioni riguardino sempre ong che
lavorano sui crimini della dittatura, sull’esercito (il 53 per cento dei casi),
sui grandi imprenditori e proprietari terrieri (23 per cento). Negli ultimi anni
sono stati moltissimi gli omicidi di attivisti impegnati nella difesa delle comunità
indigene, contro le rivendicazioni dei grandi proprietari terrieri.
Un rapporto appena pubblicato dalla Ciciacs, la ‘Commissione d’inchiesta sulle
strutture illegali e gli apparati clandestini della sicurezza’, rivela che in
soli sette mesi, dal 15 settembre 2003 al 4 maggio 2004 gli attacchi come questi
sono stati addirittura trenta. E continuano.
Mirano a distruggere il tessuto sociale, lo stato di diritto, la giustizia. La
paura genera dinamiche di autocensura, di autocontrollo, di non intervento: proprio
quello a cui mirano questi attacchi”.
“Ma c’è di più: gran parte delle vittime di questi attacchi – continua Dionis-
sono donne: in Guatemala, infatti, le principali associazioni per i diritti umani
sono state fondate da madri, mogli, sorelle in cerca dei parenti "scomparsi" o
impegnate in campagne per chiedere giustizia per le esecuzioni extragiudiziali
dei loro familiari. In prima linea per combattere l’impunità per gli abusi, e
per ottenerne il risarcimento, queste donne hanno affrontato costanti minacce,
intimidazioni e aggressioni, compreso lo stupro, da parte di quanti si oppongono
alle loro attività”.
Da più parti si ritiene che il fattore principale di tanta violenza sia il passato
di repressione e corruzione che ha caratterizzato l’amministrazione del presidente
uscente Alfonso Portillo (2000-2003). E soprattutto, il controllo costante esercitato
dietro le quinte dal generale Efraín Ríos Montt, capo dello Stato durante uno
dei periodi più repressivi della campagna contro-insurrezionale dell’esercito
guatemalteco, tra il 1982 e il 1983.
“Portillo –spiega Dionis - pur non macchiandosi direttamente di delitti, lasciò
funzionare per anni i corpi clandestini di sicurezza, le Pac, le ‘Pattuglie di
Autodifesa Civile’ famose per essersi rese responsabili, durante la guerra civile,
degli abusi più efferati. Benché ormai sciolte, queste strutture continuano ad
esercitare molta influenza nel potere e nell'amministrazione pubblica. In Guatemala
sono moltissimi i corpi di polizia illegali e gli apparati clandestini associati
al narcotraffico, ai sequestri, al contrabbando, agli assassinii per 'pulizia
sociale'. E' ad opera di questi gruppi che avvengono gli attacchi e le minacce
ai difensori dei diritti umani, agli operatori di giustizia, a giornalisti e sindacalisti.
Per ironia della sorte, le Pac oggi sono riuscite ad ottenere l’indennità per
il servizio prestato in tempo di guerra”.
Paola Erba