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Scritto da
Maurizio Campisi
Nella regione del Chiriquí, a Panama, c'é una tribú che durante la Conquista non si é mai arresa agli Spagnoli e che, nel tempo, non é mai scesa a patti né con il governo colombiano prima, né con quello panamense dopo. É quella dei Ngabe Bugle, dell'etnia guaimi, duecentomila persone che vivono tra la cordigliera e l'Oceano atlantico. A scoprirli furono i conquistadores che tentarono vanamente di sconfiggerli: ci provó Diego de Albites, che imprigionó con il solito inganno il loro capo Urracá. Il cacicco non solo riuscí a fuggire, ma dalle montagne guidó la resistenza infliggendo agli Spagnoli continue sconfitte, facendoli desistere dall'intento di colonizzare la regione.
Cinquecento anni dopo le gesta di Urracá, gli Ngabe Bugle sono tornati a difendersi. I nuovi conquistadores sono gli ingegneri della AES Corporation, una multinazionale che dal 1993 costruisce progetti idroelettrici in America Latina, il cui esplicito motto é ¨The power of being global¨, il potere di essere globali. Come gli Spagnoli della Conquista, i tecnici di questa azienda hanno messo bandierine un poco ovunque nel territorio latinoamericano; da nord a sud si sono installati nella Repubblica Dominicana, El Salvador, Panama, Colombia, Brasile, Cile, Argentina. I progetti che inonderanno le terre dei Ngabe Bugle hanno differenti nomi e verranno sviluppati non solo con il patrocinio dell'AES, ma anche di altre decine di aziende che si uniscono a questo particolare cammino del progresso: Barro Blanco -il fango bianco- e Changuinola I sono i due tra i piú estesi. É pero tutta la regione del Chiriquí (al confine con la Costa Rica) ad essere in pericolo. Da cinque anni a questa parte i diritti di proprietá sui principali fiumi sono passati a mano private per un periodo di cinquanta anni prorogabili. Secondo la legge, solo il 10 per cento delle acque puó essere destinato alle comunitá, dal servizio di acqua potabile all'uso per tutte le altre attivitá, dall'agricoltura all'allevamento. Tutto il resto finisce nei progetti idroelettrici che stanno trasformando le montagne del Chiriquí in un cantiere, con la distruzione dell'ecosistema e la persecuzione delle comunitá indigene, costrette ad abbandonare le loro case e le abitudini di generazioni. Nei suoi 161 chilometri di lunghezza, che vanno dalla sorgente sul vulcano Barú fino all'oceano, il fiume Chiriquí dovrá soddisfare il fabbisogno di ventiquattro centrali idroelettriche. Anche gli altri tre fiumi della regione (Chiriquí Viejo, Chico e Tasabará) sono da tempo oggetto di lavori di canalizzazione per lo sfruttamento idrico. Priva di una pianificazione e di un serio studio di impatto ambientale, la costruzione di tante centrali rischia di trasformarsi in un dilemma nel futuro di Panama. Nessuno é stato in grado di stabilire, infatti, se il sistema idrico -messo a tanta dura prova- collasserá per dare al paese una produzione che é tre volte tanto il fabbisogno attuale. Dove finirá l'eccedente di energia?
Da quando é diventato presidente di Panama, Ricardo Martinelli ha avviato un'offensiva imprenditoriale senza precedenti, penetrando nel territorio indigeno con lo scopo di sfruttare il sottosuolo e le risorse idriche. L'energia, sostiene, servirá per alimentare le chiuse del Canale, i nuovi centri commerciali, la metropolitana e la lunga serie di grandi opere che Panama sta concentrando sul suo territorio. I progetti, poi, rispettano le comunitá, l'ambiente e generano posti di lavoro. Questa la posizione del governo. Sul posto, peró, l'insoddisfazione e l'inquietudine dilagano. Ci sono paesi tagliati in due, fiumi e torrenti che non si possono piú raggiungere, fili spinati. Solo un anno fa, la mobilitazione indigena che protestava contro queste misure era stata duramente repressa dalla polizia, con il saldo di due morti e decine di feriti.
Da allora, nonostante la promessa del governo di iniziare il dialogo con le associazioni ambientaliste e le comunitá indigene -in particolare il Movimiento 10 de abril-, sono stati aperti nuovi cantieri e firmati altri contratti. Gli abitanti di Chiriquí e della confinante regione di Veragua sono tornati ad occupare le strade, tra cui la statale Interamericana, per chiedere il rispetto degli accordi presi l'indomani degli scontri del luglio 2010. Di fronte al disinteresse dimostrato dai funzionari governativi hanno ora annunciato una stagione di proteste, che culminerá con la marcia verso la capitale e lo sciopero generale convocato per il 9 agosto.