14/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



L'esplosione nella base militare costata la vita a tredici persone è diventata un caso internazionale

Il villaggio di Zygi, piccolo borgo di pescatori nell'isola di Cipro, si stava lentamente svegliando, lunedì 11 luglio. Il Mediterraneo, pigro, si stiracchiava sulla piccola baia sulla quale si affacciano il villaggio - meta estiva di turisti nordeuropei - e la base della marina militare cipriota Evangelos Florakis. All'improvviso un boato pauroso. Una catena di esplosioni, colonne di fumo e fiamme.

Uno dopo l'altro esplodono 98 container stipati nella base militare, tredici persone perdono la vita, più di sessanta restano ferite. Il borgo di Zygi spazzato via. In poche ore il dramma si svela: sono esplose armi e munizioni che erano nella base. Una tragedia, che in poche ore si rivela come un intrigo internazionale e uno scandalo politico che mette nell'angolo il governo cipriota e le sue relazioni internazionali.

Il carico che ha causato l'esplosione, infatti, ha una storia lunga e complicata. Si trovava, il 29 gennaio scorso, a bordo del mercantile Monchegorsk, battente bandiera cipriota, intercettato dall'unità militare statunitense San Antonio, una nave adibita al trasporto truppe e mezzi dei Marines che svolge anche attività di polizia internazionale - in funzione anti pirateria - nel Mar Rosso.

Gli statunitensi salgono a bordo e trovano un carico enorme di armi, munizioni, razzi e proiettili d'artiglieria. Secondo la ricostruzione delle autorità cipriote - alle quali la nave Usa si rivolge per il sequestro - il carico proviene dall'Iran ed è diretto a Lattakia, porto siriano, dal quale presumibilmente avrebbe continuato via terra il suo viaggio per gli Hezbollah libanesi e Hamas a Gaza. In ottemperanza alle richieste Usa, Cipro accetta di stoccare il carico nella base Evangelos Florakis, dove rimane più di cinque mesi, fino all'esplosione dell'11 luglio.

In condizioni di rischio elevato per la comunità locale, come ha dimostrato la tragedia. Della quale, adesso, l'opinione pubblica cipriota chiede spiegazioni. ''Criminali'', titola nell'edizione del 14 luglio il quotidiano cipriota Politis. Secondo il giornale, Andreas Ioannides, comandante della base nonché comandante in capo della Marina cipriota, aveva più volte lanciato l'allarme sulla pericolosità del carico, stipato senza il rispetto dei criteri di sicurezza in container esposti a temperature che toccano anche i 40 gradi. Aveva ragione e ha perso la vita con i suoi uomini, già eletto a eroe civile dalla popolazione di Cipro. Il ministro della Difesa cipriota, Costas Papacostas, e il generale Petros Tsalikides, capo della Guardia Nazionale di Cipro (l'esercito dell'isola), si sono dimessi, ma è lo stesso governo che rischia.

La notte dell'incidente, una folla inferocita di almeno 10mila persone si è radunata sotto il palazzo del primo ministro Dimitris Christofias chiedendo le dimissioni sue e dell'intero esecutivo. La polizia ha reagito duramente, usando gas lacrimogeni, e indignando ancora di più l'opinione pubblica di Cipro. Nelle stesse ore, su internet, è partita la raccolta firme online per una petizione che chiede le dimissioni di Christofias e dei suoi.

L'incendio della base militare ha bloccato anche la centrale elettrica di Vassilikò, che fornisce il 40 percento della corrente alla base, rendendo necessario lo stop degli impianti di dissalazione marina che alimentano un'isola cronicamente povera di acqua potabile. ''Un disastro di dimensioni bibliche'', lo ha definito Costas Gavrielides, portavoce dell'azienda di energia elettrica.

Il governo, sotto attacco, cerca di difendersi. ''Per due mesi abbiamo chiesto all'Onu di prendere il carico'', ha dichiarato Stefanos Stefanou, portavoce di Christofias. ''Nessuno ci ha mai dato una risposta, anche se avevamo fatto presente che il sequestro è avvenuto nell'ambito di un'operazione di polizia internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite''. E qui gli imbarazzi diventano internazionali. L'Onu, infatti, nel tentativo di tenere vivo un canale di dialogo con Teheran, non poteva certo sbandierare ai quattro venti che dall'Iran, nonostante l'embargo internazionale, fuoriescono armi.

Gli Usa, a gennaio, hanno mollato la patata bollente ai ciprioti, ma la vicenda rischia di tirare in ballo anche loro. Gli uomini della San Antonio, infatti, avrebbero dovuto appurare per bene cosa contenesse il carico di armi. Se risulterà dimostrabile, come si dice in queste ore, che molti dei proiettili esplosi erano arricchiti con uranio impoverito la tragedia assumerà proporzioni enormi.

A lanciare l'allarme è il prof. Theodore Liolios del Centro Greco per il Controllo delle Armi, secondo cui WikiLeaks ha pubblicato documenti confidenziali nei quali gli Usa parlano dell'uranio impoverito, senza darne notizia ai ciprioti. Nelle ultime ore, l'ambasciata Usa a Cipro si è affrettata a sconsigliare ai cittadini statunitensi di frequentare la zona di Zygi. Chissà perché.

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità