In Afghanistan ben 80.000 ettari sono dedicati alle
piantagioni di papavero. Le aree produttive sono distribuite su tutto
il territorio, tanto è vero che 28 province su 32 risultano
interessate, tuttavia l’intensità delle colture è variabile e raggiunge
livelli elevati soprattutto a nord-est e a sud. La provincia di Nangarhar copre
il 23% della
produzione dell’intero paese; nell’Helmand, sebbene la terra sia più
fertile e ci siano valide strutture di irrigazione, la quantità di
oppio coltivata si è quasi dimezzata rispetto all’anno passato, fino a
raggiungere il 19% del totale; al contrario, la produzione del
Badakshar, al confine con il Tajikistan, ha subito un forte incremento
che l’ha portata, con 11 punti percentuali, al terzo posto della
classifica delle province produttrici di oppio.
Su un totale di 24 milioni di abitanti, 1,7 milioni sono
coinvolti nella coltivazione di oppio. La diffusione delle piantagioni
di papavero nasce e viene alimentata da due ordini di fattori: da una
parte lo stato di povertà e di precarietà in cui verte la maggior parte
della popolazione afgana, dall’altra le vantaggiose caratteristiche che
ha l’oppio.
L’oppio infatti è una coltura
che richiede più lavoro rispetto alle altre, ma, poiché necessita molte
cure una volta seminata, si presta bene all’impiego di manodopera a
basso costo, fornita da donne, bambini o ex-rifugiati. Questi ultimi
costituiscono una categoria sociale sui generis, ma allo stesso tempo
diffusa: si tratta di cittadini afgani che durante l’occupazione
sovietica hanno cercato asilo in Pakistan o in Iran e che ora, attratti
dal guadagno che l’oppio permette di ottenere, fanno ritorno al loro
paese di origine. È facile intuire come la coltivazione dell’oppio sia
molto conveniente per tutti gli attori coinvolti e anche, soprattutto,
per coloro che si occupano del commercio sia del prodotto grezzo sia di
quello lavorato. Sebbene gli interessi, i ruoli e i rapporti tra i
protagonisti di questo articolato apparato economico siano diversi da
regione a regione e tendano a confondersi persino all’interno di ogni
singola realtà, è possibile presentare un panorama di ciò che sta
accadendo sulla scena afgana. Per molti contadini afgani coltivare
oppio significa avere accesso alla terra e quindi poter coltivare,
oltre ai papaveri, anche i prodotti necessari per la sopravvivenza; i
proprietari terrieri affidano gli appezzamenti di terra per lunghi
periodi ai lavoratori, chiedendo in cambio parte del raccolto, secondo
un modello simile a quello mezzadrile funzionante in Italia fino al
secolo scorso. Questo sistema facilita la diffusione dell’oppio che in
mano ai leader delle tribù si trasforma in una fonte di profitto per il
finanziamento dell’attrezzatura militare necessaria a mantenere il
controllo sul proprio territorio.
Oltre
alla terra, occorrono altri fattori per poter coltivare l’oppio: sono
necessarie le sementi e la conoscenza dei metodi di coltivazione. I
semi vengono forniti dai commercianti di oppio prima del periodo della
semina, che va da maggio ad agosto a seconda del clima della regione.
Dunque il debito inizialmente contratto viene estinto solo dopo il
raccolto, non attraverso una transazione monetaria, ma ancora una volta
in natura, e comporta altresì il pagamento di alti tassi di interesse.
La conoscenza tecnica, a differenza di quello che si potrebbe pensare,
ha un costo molto basso, poiché viene fornita da squadre itineranti di
lavoratori specializzati che offrono i propri servizi laddove se ne
presenti il bisogno, contribuendo in questo modo all’espansione
dell’attività. Anche nei casi in cui i contadini non possono
permettersi i costi delle sementi e della manodopera specializzata, la
coltivazione dell’oppio rimane vantaggiosa, perché rappresenta comunque
un’occasione per offrire la propria forza lavoro, che molte volte è
l’unica risorsa di cui dispongono. Il pagamento, sempre in oppio, varia
a seconda delle regioni e del numero di lavoratori disponibili. Per
esempio nel sud il raccolto viene diviso a metà tra il proprietario
della terra e i braccianti, mentre ad est, dove i lavoratori sono di
più e i proprietari si possono permettere di abbassare i “salari”, la
divisione è di 2/3 e 1/3.
Dunque l’oppio
rappresenta, oltre che un prodotto agricolo da
commercializzare, anche una moneta di scambio e come il denaro infatti
può essere “risparmiato”, cioè immagazzinato e conservato per periodi
anche relativamente lunghi. Il rapporto tra contadini e commercianti
può nascere anche sulla base del sistema del salaam, il quale prevede
che i primi vendano l’oppio ai secondi prima che questo venga raccolto,
a un prezzo equivalente a metà di quello corrente. Nel 1997/8 si
ottenne un raccolto scarso, che impedì ai contadini di fornire ai
commercianti tutto l’oppio che questi avevano pagato, costringendoli a
piantare oppio anche l’anno successivo, al fine di poter estinguere il
debito. Inevitabilmente i coltivatori diventano i “clienti” dei
commercianti ed entrano in una rete di legami di tipo feudale da cui è
difficile, spesso impossibile, liberarsi.
In questo caso il ruolo del commerciante si sovrappone e si
confonde con quello dell’usuraio, che è una figura basilare nel sistema
economico afgano, poiché supplisce alla mancanza di una solida
struttura finanziaria destinata al credito, procurando agli agricoltori
la percezione di stabilità e affidabilità che il sistema economico
ufficiale non è in grado di garantire loro. Il valore dell’oppio
lavorato aumenta man mano che il commercio si sposta verso i confini,
poiché il rischio di incorrere in controlli da parte delle autorità si
fa sempre più elevato. Il prezzo di un chilo di oppio è più basso nei
bazar locali piuttosto che nelle zone di confine ed aumenta in maniera
estremamente sensibile una volta valicati i confini dell’Afghanistan.
Il decentramento dei mercati dell’oppio non
è l’unico metro di misura del suo valore, infatti esistono differenze
di prezzo anche tra paesi diversi: per esempio l’oppio venduto nei
mercati di Teheran ha un valore sei volte maggiore di quello
commerciato a Quetta, poiché le frontiere con l’Iran sono più
sorvegliate di quelle con il Pakistan. Anche la lunghezza del tratto di
strada percorsa per giungere al mercato può comportare una variazione
di prezzo, come succede a Karachi, sulla costa meridionale del
Pakistan, dove l’oppio costa 1/3 in più che a Quetta, nell’entroterra.
I rapporti dell’UNODC stimano che del guadagno lordo procurato dalla
vendita dell’oppio, solo l’1% vada agli agricoltori, mentre il 2.5% sia
destinato agli intermediari locali e il 5% rimanga all’interno dei
paesi di transito. Considerando che quanti più paesi sono attraversati
dalle rotte tanto più si moltiplica quel 5%, il resto del guadagno
finisce nelle mani dei trafficanti di droga europei e statunitensi, che
quindi incassano la maggior parte del guadagno. Il ricavo lordo
ottenuto dagli agricoltori nel 2003 ammonta a 1,02 miliardi di dollari
che, considerando anche i profitti degli intermediari locali salgono a
2,3 miliardi, pari al 50% del PIL nazionale.
I prezzi dell’oppio grezzo variano da regione a regione in
base alla struttura del mercato in cui viene
commercializzato. Nel sud del paese sussiste un sistema concorrenziale,
poiché l’estensione delle terre coltivate a oppio è maggiore che in
altre province e di conseguenza la concentrazione delle piantagioni è
minore. Ne consegue una situazione estremamente frammentata in cui ogni
comunità di agricoltori non è ”consorziata” con le altre ed è costretta
a mantenere i prezzi a livelli relativamente bassi. A est invece è
presente una struttura oligopolistica, infatti l’area su cui crescono i
papaveri è più ridotta e i lavoratori essendo a stretto contatto tra di
loro, sono agevolati ad accordarsi al fine d’innalzare il prezzo
dell’oppio. Attualmente un chilo di oppio in Afghanistan vale in media
283 dollari, mentre in Europa un grammo viene venduto a circa 400
dollari. Il commercio e le rotte I legami con l’esterno sono assicurati
da un sistema di relazioni etniche e tribali, che non si conforma ai
confini degli stati, ma li travalica, creando un dedalo di corridoi che
collegano l’Afghanistan ai paesi vicini. In particolare gli scambi
commerciali tra Afghanistan e Pakistan sono controllati dai Pashtun a
nord-est e dai Baluchi a sud; questi ultimi sono presenti ed attivi
anche in Iran. I Baluchi sono noti per la loro abilità nel trafficare
merci illecite e nei rapporti tra Afghanistan e Pakistan stanno
sostituendosi nell’esercizio di gran parte del potere e
nell’adempimento delle funzioni fino ad ora svolte dall’etnia pashtun.
Le frontiere con il Turkmenistan,
l’Uzbekistan e il Tajikistan sono rese permeabili dalle etnie di
origine semi nomade e residenti in aree non coincidenti con i relativi
paesi di appartenenza. La già complessa realtà che esiste lungo i
confini dell’Afghanistan va al di là della semplice divisione tra
gruppi etnici ed è resa ancora più articolata dalla molteplicità degli
interessi e delle attività che percorrono trasversalmente le
aggregazioni tribali. Per i famigerati signori della guerra i proventi
derivanti dal commercio di oppio sono fondamentali per finanziare le
attività militari, comprendenti l’acquisto di armi e munizioni e il
vitto per i combattenti, molti dei quali non chiedono più di un pasto
al giorno per la loro prestazione. Anche se una buona parte dei
finanziamenti arrivano dai vicini enti statali e non statali, la
tassazione imposta sul traffico di droga, rappresenta una risorsa
irrinunciabile che comunque si aggiunge a saccheggi e sequestri resi
possibili dal controllo di aree strategiche per il passaggio delle
risorse economiche. Il potere coercitivo di cui questi personaggi
dispongono comporta anche rilevanti conseguenze nella scena politica
afgana: diventa difficile, nonostante la presidenza di Karzai, condurre
un processo decisionale senza tenere conto della loro presenza ed
influenza. Tutto ciò si inserisce in un circolo vizioso, per cui
diventa inevitabile per i cittadini afgani, privati dei loro averi,
porsi sotto la protezione dei signori locali e dedicarsi alla
coltivazione di oppio o alla vita militare. Gli interessi di coloro che
controllano materialmente il territorio si sovrappongono a quelli dei
profittatori che mirano ad arricchirsi con il mercato nero, il quale
spesso si alimenta delle realtà frammentate e precarie create dalle
guerriglie. Dunque i legami tra le due categorie sono frequenti,
cosicché il potere politico dei combattenti si trasferisce e si estende
anche ai trafficanti di droga che sono particolarmente influenti lungo
il tratto di confine tra Peshawar e Quetta. A seconda di dove la
presenza dei profittatori si faccia più o meno intensa, i mercati
scompaiono o fioriscono e le rotte mutano.
Per esempio, negli ultimi anni il Badakshan ha
sacrificato l’allevamento e la produzione di ortaggi e il relativo
commercio con Kabul a favore delle piantagioni di oppio, grazie al
quale è fiorito un attivissimo mercato con il Turkmenistan. Non bisogna
dimenticare l’eventuale presenza, in questo contesto, delle “guide”,
generalmente abitanti del luogo esperti della geografia del territorio,
potenzialmente appartenenti a qualsiasi gruppo; esse si rivelano
indispensabili qualora gli affaristi non conoscano i passi delle
montagne o la dislocazione delle mine lungo i percorsi transitabili.
Un’ulteriore figura di rilevante importanza
nel quadro dei traffici è il cambiavalute (sarafi), che rappresenta il
punto di connessione di tutti gli attori del mercato dell’oppio e non
solo: anche gli aiuti umanitari riescono ad essere intercettati e
convertiti in oppio o armi. L’economia dell’Afghanistan e dei paesi
confinanti, essendo la struttura tribale della società preponderante, è
ancora largamente basata sul baratto e a ciò si aggiunge il fatto che
l’oppio viene quasi sempre utilizzato come moneta di scambio: ne
risulta un’estrema facilitazione del ruolo del sarafi e un elevato
grado di fluidità nei rapporti tra lavoratori, intermediari locali,
mafia delle frontiere e signori della guerra. Il frequente e diffuso
ricorso al cambiavalute deriva, in parte, anche dalle condizioni di
inefficienza in cui verte il sistema finanziario dei paesi dell’Asia
centrale; in particolare i meno abbienti, considerati clienti ad alto
rischio, trovano nel sarafi una disponibilità che invece le banche non
offrono.
In conclusione, è importante
sottolineare come la cosiddetta economia informale si renda perniciosa
per quella formale, poiché ne assorbe le risorse umane e territoriali.
Nei paesi dell’Asia centrale l’incentivo a costruire industrie e
infrastrutture è sempre minore: nessuno infatti ha interesse ad
impegnare i propri capitali in investimenti a lungo termine, perché la
produzione e il commercio dell’oppio permettono di avere profitti in un
arco di tempo molto più ristretto. Dall’Afghanistan, grazie agli
intricati rapporti che continuamente vengono tessuti attraverso le
frontiere, il traffico dell’oppio si propaga nell’area geografica
circostante, fino a raggiungere con i suoi tentacoli l’Europa e gli
Stati Uniti a occidente e la Cina a oriente. È necessario tenere in
considerazione il fatto che gli attori della sfera internazionale sono
diversi da quelli che agiscono all’interno dell’Afghanistan o nella
regione ovest-asiatica: i trafficanti afgani non si allontanano mai dal
proprio paese, non oltre il Golfo Persico, e a vendere l’oppio in
occidente sono i trafficanti europei. Le rotte variano continuamente e
si adattano con estrema facilità ai cambiamenti politici degli stati
attraverso cui passano o in cui giungono. Il Pakistan ha legami etnici
molto forti con l’Afghanistan e anche i confini che li delimitano
corrono per lungo tratto congiunti, è quindi comprensibile come fino a
poco tempo fa la rotta prediletta dell’oppio afgano fosse proprio
quella diretta verso questo paese. Tuttavia a partire dalla fine del
2001 parte del traffico prima indirizzato al Pakistan viene dirottato
verso altre direzioni, in particolare in Europa.
La ragione di questo mutamento può essere riscontrata nella
caduta del regime dei Talebani, strettamente connessi al Pakistan per
la comunanza etnica; i Talebani infatti sono prevalentemente pashtun,
come la popolazione che vive nel nord-ovest del Pakistan, e questo ha
favorito in maniera determinante gli scambi transfrontalieri, che
vengono garantiti dalle tribù che controllano le zone di frontiera.
Anche se i traffici illeciti tra questi due paesi restano tuttora
intensi, una parte di essi ha trovato sbocco nelle rotte verso
l’Europa. Un primo itinerario si dirige a ovest e attraversa l’Iran e
la Turchia, per poi diramarsi da una parte verso l’Italia, dove l’oppio
arriva per mezzo della mafia albanese e dei gruppi criminali dei
Balcani, dall’altra verso l’Austria, transitando per i paesi
dell’Europa dell’est. Verso nord invece si avvia una rotta che,
passando per i paesi dell’Asia centrale e per la Russia, raggiunge
prima la Polonia, poi la Germania e da lì tutta l’Europa del nord. Il
risultato è che circa il 90% dell’eroina consumata in Europa
occidentale è di provenienza afgana. In Gran Bretagna il consumo di
stupefacenti afgani corrisponde all’85% del totale; il commercio di
prodotti oppiacei in questo paese è facilitato dalla presenza di
immigrati afgani, risalente al tempo in cui l’Afghanistan ha svolto la
funzione di “stato cuscinetto” per separare i domini coloniali
britannici dalla Russia. Una piccola percentuale di oppio afgano arriva
direttamente negli Stati Unti, il cui maggior rifornimento di sostanze
stupefacenti proviene comunque dall’America Centrale e Meridionale, dal
Messico e, anche se in misura minore, dal sud-est asiatico. Osservando
il commercio dell’oppio secondo un’ottica macrogeografica, che riguardi
i confini dell’Afghanistan nel suo insieme e non solo quelli con i
singoli paesi, è possibile affermare che la direzione verso cui si è
proiettato negli ultimi anni è certamente quella dell’Asia centrale. Il
paese dove per eccellenza si concentrano i traffici è il Tajikistan.
È qui che si è avuto il più sensibile
incremento di sequestri e di consumo di droghe pesanti in stretta
correlazione alla produzione e al commercio di oppio. Le forze che
controllano il confine sono numerose e spesso indistinte: a sud il
ruolo svolto dalla mafia locale si sovrappone a quello dei membri
dell’etnia Tajika, mentre a nord diventa preponderante la connivenza
delle guardie di frontiera russe che, paradossalmente, avrebbero
proprio il compito di arginare il traffico diretto nel loro paese.
Talvolta tuttavia non è esatto parlare di connivenza, poiché le guardie
vengono brutalmente minacciate di morte dai trafficanti e si trovano
costrette a lasciar passare i carichi di droga. Allo stesso modo in
Tajikistan agiscono anche i signori della guerra afgani che applicano
in questi territori i medesimi metodi di depredazione con cui devastano
il loro paese: la IWPR (Institute for War and Peace Reporting) riporta
che nel 2002 un centinaio di Tajiki, tra cui anche alcune guardie di
frontiera, sono stati presi come ostaggi e rilasciati solo dopo il
pagamento di un consistente riscatto. Con simili modalità, in
Kirgizistan il commercio dell’oppio viene sostenuto dal gruppo islamico
Hizb ut-Tahrir che, come altre organizzazioni di stampo terroristico,
ne ricava il guadagno necessario per finanziare le attività di lotta
armata. Analoghe realtà possono essere riscontrate negli altri stati
dell’Asia centrale.