03/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Anche dopo la sconfitta dei Taliban
Piantagioni di papaveroIn Afghanistan ben 80.000 ettari sono dedicati alle piantagioni di papavero. Le aree produttive sono distribuite su tutto il territorio, tanto è vero che 28 province su 32 risultano interessate, tuttavia l’intensità delle colture è variabile e raggiunge livelli elevati soprattutto a nord-est e a sud. La provincia di Nangarhar copre il 23% della produzione dell’intero paese; nell’Helmand, sebbene la terra sia più fertile e ci siano valide strutture di irrigazione, la quantità di oppio coltivata si è quasi dimezzata rispetto all’anno passato, fino a raggiungere il 19% del totale; al contrario, la produzione del Badakshar, al confine con il Tajikistan, ha subito un forte incremento che l’ha portata, con 11 punti percentuali, al terzo posto della classifica delle province produttrici di oppio.
 
Su un totale di 24 milioni di abitanti, 1,7 milioni sono coinvolti nella coltivazione di oppio. La diffusione delle piantagioni di papavero nasce e viene alimentata da due ordini di fattori: da una parte lo stato di povertà e di precarietà in cui verte la maggior parte della popolazione afgana, dall’altra le vantaggiose caratteristiche che ha l’oppio.
 
L’oppio infatti è una coltura che richiede più lavoro rispetto alle altre, ma, poiché necessita molte cure una volta seminata, si presta bene all’impiego di manodopera a basso costo, fornita da donne, bambini o ex-rifugiati. Questi ultimi costituiscono una categoria sociale sui generis, ma allo stesso tempo diffusa: si tratta di cittadini afgani che durante l’occupazione sovietica hanno cercato asilo in Pakistan o in Iran e che ora, attratti dal guadagno che l’oppio permette di ottenere, fanno ritorno al loro paese di origine. È facile intuire come la coltivazione dell’oppio sia molto conveniente per tutti gli attori coinvolti e anche, soprattutto, per coloro che si occupano del commercio sia del prodotto grezzo sia di quello lavorato. Sebbene gli interessi, i ruoli e i rapporti tra i protagonisti di questo articolato apparato economico siano diversi da regione a regione e tendano a confondersi persino all’interno di ogni singola realtà, è possibile presentare un panorama di ciò che sta accadendo sulla scena afgana. Per molti contadini afgani coltivare oppio significa avere accesso alla terra e quindi poter coltivare, oltre ai papaveri, anche i prodotti necessari per la sopravvivenza; i proprietari terrieri affidano gli appezzamenti di terra per lunghi periodi ai lavoratori, chiedendo in cambio parte del raccolto, secondo un modello simile a quello mezzadrile funzionante in Italia fino al secolo scorso. Questo sistema facilita la diffusione dell’oppio che in mano ai leader delle tribù si trasforma in una fonte di profitto per il finanziamento dell’attrezzatura militare necessaria a mantenere il controllo sul proprio territorio.
 
Oltre alla terra, occorrono altri fattori per poter coltivare l’oppio: sono necessarie le sementi e la conoscenza dei metodi di coltivazione. I semi vengono forniti dai commercianti di oppio prima del periodo della semina, che va da maggio ad agosto a seconda del clima della regione. Dunque il debito inizialmente contratto viene estinto solo dopo il raccolto, non attraverso una transazione monetaria, ma ancora una volta in natura, e comporta altresì il pagamento di alti tassi di interesse. La conoscenza tecnica, a differenza di quello che si potrebbe pensare, ha un costo molto basso, poiché viene fornita da squadre itineranti di lavoratori specializzati che offrono i propri servizi laddove se ne presenti il bisogno, contribuendo in questo modo all’espansione dell’attività. Anche nei casi in cui i contadini non possono permettersi i costi delle sementi e della manodopera specializzata, la coltivazione dell’oppio rimane vantaggiosa, perché rappresenta comunque un’occasione per offrire la propria forza lavoro, che molte volte è l’unica risorsa di cui dispongono. Il pagamento, sempre in oppio, varia a seconda delle regioni e del numero di lavoratori disponibili. Per esempio nel sud il raccolto viene diviso a metà tra il proprietario della terra e i braccianti, mentre ad est, dove i lavoratori sono di più e i proprietari si possono permettere di abbassare i “salari”, la divisione è di 2/3 e 1/3.
 
Dunque l’oppio rappresenta, oltre che un prodotto agricolo da commercializzare, anche una moneta di scambio e come il denaro infatti può essere “risparmiato”, cioè immagazzinato e conservato per periodi anche relativamente lunghi. Il rapporto tra contadini e commercianti può nascere anche sulla base del sistema del salaam, il quale prevede che i primi vendano l’oppio ai secondi prima che questo venga raccolto, a un prezzo equivalente a metà di quello corrente. Nel 1997/8 si ottenne un raccolto scarso, che impedì ai contadini di fornire ai commercianti tutto l’oppio che questi avevano pagato, costringendoli a piantare oppio anche l’anno successivo, al fine di poter estinguere il debito. Inevitabilmente i coltivatori diventano i “clienti” dei commercianti ed entrano in una rete di legami di tipo feudale da cui è difficile, spesso impossibile, liberarsi.
 
In questo caso il ruolo del commerciante si sovrappone e si confonde con quello dell’usuraio, che è una figura basilare nel sistema economico afgano, poiché supplisce alla mancanza di una solida struttura finanziaria destinata al credito, procurando agli agricoltori la percezione di stabilità e affidabilità che il sistema economico ufficiale non è in grado di garantire loro. Il valore dell’oppio lavorato aumenta man mano che il commercio si sposta verso i confini, poiché il rischio di incorrere in controlli da parte delle autorità si fa sempre più elevato. Il prezzo di un chilo di oppio è più basso nei bazar locali piuttosto che nelle zone di confine ed aumenta in maniera estremamente sensibile una volta valicati i confini dell’Afghanistan.
 
Il decentramento dei mercati dell’oppio non è l’unico metro di misura del suo valore, infatti esistono differenze di prezzo anche tra paesi diversi: per esempio l’oppio venduto nei mercati di Teheran ha un valore sei volte maggiore di quello commerciato a Quetta, poiché le frontiere con l’Iran sono più sorvegliate di quelle con il Pakistan. Anche la lunghezza del tratto di strada percorsa per giungere al mercato può comportare una variazione di prezzo, come succede a Karachi, sulla costa meridionale del Pakistan, dove l’oppio costa 1/3 in più che a Quetta, nell’entroterra. I rapporti dell’UNODC stimano che del guadagno lordo procurato dalla vendita dell’oppio, solo l’1% vada agli agricoltori, mentre il 2.5% sia destinato agli intermediari locali e il 5% rimanga all’interno dei paesi di transito. Considerando che quanti più paesi sono attraversati dalle rotte tanto più si moltiplica quel 5%, il resto del guadagno finisce nelle mani dei trafficanti di droga europei e statunitensi, che quindi incassano la maggior parte del guadagno. Il ricavo lordo ottenuto dagli agricoltori nel 2003 ammonta a 1,02 miliardi di dollari che, considerando anche i profitti degli intermediari locali salgono a 2,3 miliardi, pari al 50% del PIL nazionale.
 
I prezzi dell’oppio grezzo variano da regione a regione in base alla struttura del mercato in cui viene commercializzato. Nel sud del paese sussiste un sistema concorrenziale, poiché l’estensione delle terre coltivate a oppio è maggiore che in altre province e di conseguenza la concentrazione delle piantagioni è minore. Ne consegue una situazione estremamente frammentata in cui ogni comunità di agricoltori non è ”consorziata” con le altre ed è costretta a mantenere i prezzi a livelli relativamente bassi. A est invece è presente una struttura oligopolistica, infatti l’area su cui crescono i papaveri è più ridotta e i lavoratori essendo a stretto contatto tra di loro, sono agevolati ad accordarsi al fine d’innalzare il prezzo dell’oppio. Attualmente un chilo di oppio in Afghanistan vale in media 283 dollari, mentre in Europa un grammo viene venduto a circa 400 dollari. Il commercio e le rotte I legami con l’esterno sono assicurati da un sistema di relazioni etniche e tribali, che non si conforma ai confini degli stati, ma li travalica, creando un dedalo di corridoi che collegano l’Afghanistan ai paesi vicini. In particolare gli scambi commerciali tra Afghanistan e Pakistan sono controllati dai Pashtun a nord-est e dai Baluchi a sud; questi ultimi sono presenti ed attivi anche in Iran. I Baluchi sono noti per la loro abilità nel trafficare merci illecite e nei rapporti tra Afghanistan e Pakistan stanno sostituendosi nell’esercizio di gran parte del potere e nell’adempimento delle funzioni fino ad ora svolte dall’etnia pashtun.
 
Le frontiere con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tajikistan sono rese permeabili dalle etnie di origine semi nomade e residenti in aree non coincidenti con i relativi paesi di appartenenza. La già complessa realtà che esiste lungo i confini dell’Afghanistan va al di là della semplice divisione tra gruppi etnici ed è resa ancora più articolata dalla molteplicità degli interessi e delle attività che percorrono trasversalmente le aggregazioni tribali. Per i famigerati signori della guerra i proventi derivanti dal commercio di oppio sono fondamentali per finanziare le attività militari, comprendenti l’acquisto di armi e munizioni e il vitto per i combattenti, molti dei quali non chiedono più di un pasto al giorno per la loro prestazione. Anche se una buona parte dei finanziamenti arrivano dai vicini enti statali e non statali, la tassazione imposta sul traffico di droga, rappresenta una risorsa irrinunciabile che comunque si aggiunge a saccheggi e sequestri resi possibili dal controllo di aree strategiche per il passaggio delle risorse economiche. Il potere coercitivo di cui questi personaggi dispongono comporta anche rilevanti conseguenze nella scena politica afgana: diventa difficile, nonostante la presidenza di Karzai, condurre un processo decisionale senza tenere conto della loro presenza ed influenza. Tutto ciò si inserisce in un circolo vizioso, per cui diventa inevitabile per i cittadini afgani, privati dei loro averi, porsi sotto la protezione dei signori locali e dedicarsi alla coltivazione di oppio o alla vita militare. Gli interessi di coloro che controllano materialmente il territorio si sovrappongono a quelli dei profittatori che mirano ad arricchirsi con il mercato nero, il quale spesso si alimenta delle realtà frammentate e precarie create dalle guerriglie. Dunque i legami tra le due categorie sono frequenti, cosicché il potere politico dei combattenti si trasferisce e si estende anche ai trafficanti di droga che sono particolarmente influenti lungo il tratto di confine tra Peshawar e Quetta. A seconda di dove la presenza dei profittatori si faccia più o meno intensa, i mercati scompaiono o fioriscono e le rotte mutano.
 
Per esempio, negli ultimi anni il Badakshan ha sacrificato l’allevamento e la produzione di ortaggi e il relativo commercio con Kabul a favore delle piantagioni di oppio, grazie al quale è fiorito un attivissimo mercato con il Turkmenistan. Non bisogna dimenticare l’eventuale presenza, in questo contesto, delle “guide”, generalmente abitanti del luogo esperti della geografia del territorio, potenzialmente appartenenti a qualsiasi gruppo; esse si rivelano indispensabili qualora gli affaristi non conoscano i passi delle montagne o la dislocazione delle mine lungo i percorsi transitabili.
 
Un’ulteriore figura di rilevante importanza nel quadro dei traffici è il cambiavalute (sarafi), che rappresenta il punto di connessione di tutti gli attori del mercato dell’oppio e non solo: anche gli aiuti umanitari riescono ad essere intercettati e convertiti in oppio o armi. L’economia dell’Afghanistan e dei paesi confinanti, essendo la struttura tribale della società preponderante, è ancora largamente basata sul baratto e a ciò si aggiunge il fatto che l’oppio viene quasi sempre utilizzato come moneta di scambio: ne risulta un’estrema facilitazione del ruolo del sarafi e un elevato grado di fluidità nei rapporti tra lavoratori, intermediari locali, mafia delle frontiere e signori della guerra. Il frequente e diffuso ricorso al cambiavalute deriva, in parte, anche dalle condizioni di inefficienza in cui verte il sistema finanziario dei paesi dell’Asia centrale; in particolare i meno abbienti, considerati clienti ad alto rischio, trovano nel sarafi una disponibilità che invece le banche non offrono.
 
In conclusione, è importante sottolineare come la cosiddetta economia informale si renda perniciosa per quella formale, poiché ne assorbe le risorse umane e territoriali. Nei paesi dell’Asia centrale l’incentivo a costruire industrie e infrastrutture è sempre minore: nessuno infatti ha interesse ad impegnare i propri capitali in investimenti a lungo termine, perché la produzione e il commercio dell’oppio permettono di avere profitti in un arco di tempo molto più ristretto. Dall’Afghanistan, grazie agli intricati rapporti che continuamente vengono tessuti attraverso le frontiere, il traffico dell’oppio si propaga nell’area geografica circostante, fino a raggiungere con i suoi tentacoli l’Europa e gli Stati Uniti a occidente e la Cina a oriente. È necessario tenere in considerazione il fatto che gli attori della sfera internazionale sono diversi da quelli che agiscono all’interno dell’Afghanistan o nella regione ovest-asiatica: i trafficanti afgani non si allontanano mai dal proprio paese, non oltre il Golfo Persico, e a vendere l’oppio in occidente sono i trafficanti europei. Le rotte variano continuamente e si adattano con estrema facilità ai cambiamenti politici degli stati attraverso cui passano o in cui giungono. Il Pakistan ha legami etnici molto forti con l’Afghanistan e anche i confini che li delimitano corrono per lungo tratto congiunti, è quindi comprensibile come fino a poco tempo fa la rotta prediletta dell’oppio afgano fosse proprio quella diretta verso questo paese. Tuttavia a partire dalla fine del 2001 parte del traffico prima indirizzato al Pakistan viene dirottato verso altre direzioni, in particolare in Europa.
 
La ragione di questo mutamento può essere riscontrata nella caduta del regime dei Talebani, strettamente connessi al Pakistan per la comunanza etnica; i Talebani infatti sono prevalentemente pashtun, come la popolazione che vive nel nord-ovest del Pakistan, e questo ha favorito in maniera determinante gli scambi transfrontalieri, che vengono garantiti dalle tribù che controllano le zone di frontiera. Anche se i traffici illeciti tra questi due paesi restano tuttora intensi, una parte di essi ha trovato sbocco nelle rotte verso l’Europa. Un primo itinerario si dirige a ovest e attraversa l’Iran e la Turchia, per poi diramarsi da una parte verso l’Italia, dove l’oppio arriva per mezzo della mafia albanese e dei gruppi criminali dei Balcani, dall’altra verso l’Austria, transitando per i paesi dell’Europa dell’est. Verso nord invece si avvia una rotta che, passando per i paesi dell’Asia centrale e per la Russia, raggiunge prima la Polonia, poi la Germania e da lì tutta l’Europa del nord. Il risultato è che circa il 90% dell’eroina consumata in Europa occidentale è di provenienza afgana. In Gran Bretagna il consumo di stupefacenti afgani corrisponde all’85% del totale; il commercio di prodotti oppiacei in questo paese è facilitato dalla presenza di immigrati afgani, risalente al tempo in cui l’Afghanistan ha svolto la funzione di “stato cuscinetto” per separare i domini coloniali britannici dalla Russia. Una piccola percentuale di oppio afgano arriva direttamente negli Stati Unti, il cui maggior rifornimento di sostanze stupefacenti proviene comunque dall’America Centrale e Meridionale, dal Messico e, anche se in misura minore, dal sud-est asiatico. Osservando il commercio dell’oppio secondo un’ottica macrogeografica, che riguardi i confini dell’Afghanistan nel suo insieme e non solo quelli con i singoli paesi, è possibile affermare che la direzione verso cui si è proiettato negli ultimi anni è certamente quella dell’Asia centrale. Il paese dove per eccellenza si concentrano i traffici è il Tajikistan.
 
È qui che si è avuto il più sensibile incremento di sequestri e di consumo di droghe pesanti in stretta correlazione alla produzione e al commercio di oppio. Le forze che controllano il confine sono numerose e spesso indistinte: a sud il ruolo svolto dalla mafia locale si sovrappone a quello dei membri dell’etnia Tajika, mentre a nord diventa preponderante la connivenza delle guardie di frontiera russe che, paradossalmente, avrebbero proprio il compito di arginare il traffico diretto nel loro paese. Talvolta tuttavia non è esatto parlare di connivenza, poiché le guardie vengono brutalmente minacciate di morte dai trafficanti e si trovano costrette a lasciar passare i carichi di droga. Allo stesso modo in Tajikistan agiscono anche i signori della guerra afgani che applicano in questi territori i medesimi metodi di depredazione con cui devastano il loro paese: la IWPR (Institute for War and Peace Reporting) riporta che nel 2002 un centinaio di Tajiki, tra cui anche alcune guardie di frontiera, sono stati presi come ostaggi e rilasciati solo dopo il pagamento di un consistente riscatto. Con simili modalità, in Kirgizistan il commercio dell’oppio viene sostenuto dal gruppo islamico Hizb ut-Tahrir che, come altre organizzazioni di stampo terroristico, ne ricava il guadagno necessario per finanziare le attività di lotta armata. Analoghe realtà possono essere riscontrate negli altri stati dell’Asia centrale.
 
continua
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Afghanistan