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Cinque silos per il grano, due stazioni di servizio, una rotaia per i treni merci,
un bar-ristorante. Crawford è tutto qui, un minuscolo puntino in mezzo alla carta
geografica dello sterminato Texas. Più che un paese, è un incrocio tra due strade
statali con qualche casa intorno. Ciononostante, i settecentocinque abitanti di
questo non-luogo possono legittimamente dire di avere come vicino di casa l’uomo
più potente al mondo. Dal 1999 George W. Bush possiede nella zona un ranch da
6,4 chilometri quadrati nel quale trascorre buona parte del suo tempo libero,
soprattutto d’estate. Annusato l’affare, i gestori dei quattro negozietti locali
hanno cominciato a vendere souvenir. Così, oggi Crawford è un concentrato dell’orgoglio
cowboy e del patriottismo americano post-11 settembre. Se l’attuale presidente
statunitense non vi va proprio a genio, questo non è il posto che fa per voi.
Pellegrinaggio politico. Ma per molti altri evidentemente sì. Ogni anno in migliaia vengono fino a Crawford
sperando di vedere Bush e la sua dimora. Invano: il ranch – che i locali hanno
ribattezzato “la Casa Bianca occidentale” – è isolato e dalla strada si può solo
intravedere il tetto, semi-nascosto dagli alberi. Quando c’è, il presidente non
si avventura quasi mai in paese, e nelle poche occasioni che lo fa non va certo
in giro da solo. “Prima di farlo entrare – dice il ragazzone alla cassa della
Coffee Station, l’unico posto dove mangiare un boccone a Crawford –, i servizi di sicurezza
setacciano il locale alla ricerca di esplosivi, perquisiscono tutti e chiudono
le pompe di benzina”. Nonostante la rigidità dei controlli, nelle sue uscite pubbliche
Bush non delude mai i suoi sostenitori. L’ultima volta che ha mangiato qui, ha
firmato autografi per mezz’ora e ha posato in decine di fotografie con cameriere,
abitanti del luogo e turisti.
Visite da tutto il mondo. Già, turisti. In questa assolata giornata di giugno, sole verticale e temperatura
a 35 gradi, non se ne vedono molti in giro. Tuttavia, non è il caldo che li tiene
lontani. “Dovrebbe vedere quanti ce ne sono in agosto, quando sanno che Bush è
qui in vacanza”, dice un rivenditore di souvenir. Dando un’occhiata ai guest book si scopre che in grande maggioranza sono americani e sostenitori del presidente,
ma non mancano gli stranieri e i denigratori. “Abbiamo avuto clienti dalla Thailandia
e dalla Nuova Zelanda”, spiega una cameriera della Coffee Station. C’è anche qualche nome italiano, gli ultimi due solo di qualche giorno fa.
E tra i tanti complimenti al presidente, non mancano le critiche e le accuse:
di recente qualcuno ha scritto “Bush ha mentito sulle armi di distruzione di massa”
e “Nessuno è morto quando Clinton ha mentito”, due frasi ripetute ovunque dai
simpatizzanti democratici prima delle elezioni.
Bush country. Nonostante i curiosi dall’estero e qualche democratico venuto qui a farsi del
male, Crawford rimane però una specie di paradiso per i fan di Bush. Nei negozi
di souvenir si può comprare di tutto: dal bambolotto-presidente parlante alle
bandiere americane, dalle sagome cartonate a grandezza naturale di Bush alle spille
che ricordano la vittoria alle urne, dalle tazze ai cappellini. Gli adesivi celebrano
il presidente e la sua leadership nella guerra al terrorismo: “Vuoi rimanere libero?
Vota Bush”, “La libertà sarà difesa”, “La risposta giusta: George W.”, fino a
un più minaccioso “America: amala o vattene”. D’altronde, molti dei turisti americani
a Crawford dicono di votare per l’uomo-Bush: perché “he’s a good man”, “è un bravo cristiano”, “al contrario di altri politici fa quello che dice”.
E una delle qualità che sembrano più apprezzate è la sua fermezza: “Credo che
siamo stati fortunati ad avere lui come presidente in un momento difficile come
l’11 settembre”, dice la proprietaria del Yellow Rose, il negozio di souvenir
più frequentato.
L’eccezione. Kay Lucas, che vive a trenta chilometri di distanza, probabilmente non sarebbe
d’accordo. La donna viene spesso in paese per curare la Crawford Peace House,
una casa comprata due anni fa da un attivista pacifista e trasformata in centro
per il dissenso. Snobbata dai locali e ultimamente non molto usata, la Peace House
serve più che altro da punto di riferimento per i media e i manifestanti anti-Bush
in occasione delle proteste contro la guerra. L’ultima volta, lo scorso febbraio,
cinque dimostranti sono stati arrestati dalla polizia locale. Secondo alcune testimonianze,
un ufficiale sosteneva che portare delle spille con scritte contro il presidente
equivaleva a organizzare una manifestazione senza l’autorizzazione delle forze
dell’ordine.
Tutti per uno? A parte l’anomala presenza della Peace House, la sensazione è che tutti qui
siano fan del presidente, ma evidentemente non è così. Crawford fa parte di un
distretto elettorale dove lo scorso novembre il rappresentante repubblicano ha
vinto di un soffio la battaglia per un seggio al Congresso. “Io voto democratico
e non mi piace Bush – dice Lola, un’anziana signora al banco di un altro negozio
– e non sono l’unica. Molti sbandierano il loro amore per Bush perché così gli
conviene”. Non a caso, da quando George W. è alla Casa Bianca, con i soldi dei
turisti questo paesotto texano si è rifatto il trucco: stazioni di servizio e
negozi si sono ampliati e rimodernati, è spuntata pure una banca. Alberghi però
no, non li hanno costruiti. “Sarà perché tra tre anni Bush comunque non potrà
più essere presidente”, chiosa Lola. Vero: oltre i due mandati non si può andare,
dal 2008 la Casa Bianca “orientale” avrà un altro inquilino. E Crawford, forse,
un abitante fisso in più. Alessandro Ursic