04/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Resta la tensione nella capitale liberiana dopo gli scontri dei giorni scorsi.
L'incubo della guerra civile ha fatto di nuovo tremare la Liberia. 
Pochi giorni dopo la fine della guerriglia urbana che ha messo a soqquadro alcuni sobborghi e causato 18 morti e più di 250 arresti, Monrovia si risveglia dall’incubo della violenza e prende coscienza di essere ancora una città molto fragile e insicura. E nonostante nella serata di ieri i leader dei principali gruppi ribelli protagonisti del conflitto conclusosi solo un anno fa abbiano accettato di sciogliere le proprie organizzazioni,  la stabilità dell'intero Paese sembra ancora molto lontana.
 
Lo scorso giovedì pomeriggio, in diversi quartieri della città, alcune bande armate di fazioni opposte hanno scatenato la propria rabbia uccidendo, dando fuoco ad abitazioni, chiese, moschee, distributori di benzina, automobili.
La reazione del governo liberiano e dei rappresentanti della missione delle Nazioni Unite in Liberia (Unmil), è stata immediata. Coprifuoco dalle 4 alle 7 di mattina, scuole chiuse a tempo indeterminato, livello di sorveglianza più rigido.
 
Le testimonianze che arrivano dalla capitale liberiana sono discordanti sulle cause che hanno innescato la spirale di brutalità. Secondo alcuni, si tratterebbe di una disputa territoriale che ha assunto una connotazione religiosa e di rivalità etnica. Per altri, invece, l’escalation di violenza ha avuto origine dalla deadline del 31 ottobre imposta dai caschi blu delle Nazioni Unite per il disarmo delle migliaia di ex guerriglieri ancora oggi attivi a  Monrovia e nel resto della Liberia.

Quello che sembra certo è che, dalla fine della guerra civile, cominciata nel 1989 dai miliziani guidati dal giovane patriota Charles Taylor, e conclusasi nel 2003 con la fuga dello stesso Taylor in Nigeria (questa volta nei panni di dittatore sanguinario), tensione e mancanza di stabilità sono ancora alte nelle strade e nell’animo di molte persone.

Secondo Osman Sankoh, un portavoce dell’Unmil “si è trattato di una disputa territoriale che da tempo divideva la comunità Mandingo (popolazione presente in diversi paesi dell’Africa occidentale, ndr) che è a maggioranza musulmana e le altre popolazioni prevalentemente cristiane.”

I Mandingo costituiscono una comunità a parte in Liberia. La loro lingua, religione e cultura così diverse da quelle originali del luogo, sembrerebbero aver creato un divario incolmabile tra loro e il resto della popolazione. Molti non li considerano cittadini liberiani, ma semplici intrusi. Inoltre, la maggior parte di loro, durante la guerra civile, faceva parte delle milizie ribelli antigovernative del Lurd, che combatteva gli uomini di Taylor dal nord del paese con l’appoggio di Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso.
Il fatto poi di essere in prevalenza musulmani ha accentuato le divisioni con i cittadini cristiani, causando danni a strutture e simboli di entrambe le religioni che si sono registrati durante gli scontri dei giorni scorsi.

Ma la rivalità fra i Mandingo e gli altri clan, a Monrovia come nel resto della Liberia, non è secondo Sankoh l’unica causa scatenante della nuova ondata di violenze.
“La città – conferma il sierraleonese impiegato dell’Unmil – è infestata da ex-combattenti, guerriglieri, gangster, criminali o semplici facinorosi che abitano le aree più povere e degradate, dove la sicurezza è inesistente.
La Unmil ha avviato tempo fa un programma di disarmo che finora ha funzionato abbastanza bene. A tutti gli ex ribelli che consegnano la propria arma e accettano di sottoporsi a un programma di riabilitazione, vengono dati 300 dollari con i quali cominciare una piccola attività. Da allora si sono presentate migliaia di persone (secondo l'Onu quasi 80mila, ndr), fucili kalashnikov in spalla. Ma questo – continua Sankoh – non calma la tensione della città, che resta latente appena sotto la sua superficie di quiete apparente per esplodere nei momenti più inaspettati e per i motivi più futili”.

L’uomo menziona un episodio avvenuto alcuni giorni fa, dopo una partita di qualificazione ai mondiali del 2006 tra Liberia e Senegal disputatasi a Monrovia. La vittoria dei senegalesi per 3 a 0 ha scatenato la rabbia di alcune decine di giovani hooligans, che hanno creato un putiferio in alcuni quartieri della città.
Gibson Jerue, cronista del quotidiano Liberia Analyst, si trovava in casa la notte di giovedì scorso, quando gli è arrivata la notizia dei primi scontri.
”Mi sono immediatamente recato sul posto – racconta – nonostante uscire di notte a Monrovia sia molto pericoloso. Io e il mio autista ci siamo imbattuti in un gruppo di giovani armati fino ai denti. Ricordo ancora l’espressione dei loro volti, faceva paura. Avevano bastoni, coltelli, machete, pistole. Ci è mancato poco che mi ammazzassero. Sono stato costretto a fuggire, sperando di imbattermi nei caschi blu nigeriani che pattugliavano la zona. Ma quelli mi hanno preso per un criminale, perché mi trovavo in strada durante il coprifuoco e, se non li avessi subito avvisati che ero un giornalista, probabilmente non sarei qui a raccontarlo”.
 
Le violenze dei giorni scorsi, oltre ai morti e alle decine di arresti (molti dei quali sembra siano tuttavia riusciti a fuggire dal carcere poco dopo la cattura) non hanno risparmiato le abitazioni di membri del governo.
”La mia casa è stata bruciata dalle fondamenta – si lamenta dagli uffici governativi Kabineh Janneh, ministro della Giustizia – e la cosa più assurda è che tutto questo è avvenuto in pieno giorno. Né a me, che sono membro di questo governo ad interim,  né alla mia famiglia, sono state accordate misure di sicurezza o protezione”.
Il ministro concorda nel dire che l’odio e la rivalità tra la popolazione sono ancora vivi, ma nega che gli uomini che hanno attaccato la sua abitazione siano Mandingo. “So benissimo di chi si tratta. Sono gli uomini fedeli all’ex presidente Charles Taylor. Sebbene il loro leader sia in esilio in Nigeria, molti di loro sono ancora attivi e minano il processo di pace di questo paese”.
 
A ottobre del 2005 dovrebbero tenersi le elezioni, nelle quali i liberiani potrebbero confermare l’attuale presidente ad interim subentrato a Taylor, Gyude Bryant, oppure sceglierne uno nuovo. Chiunque verrà eletto avrà il compito di risollevare un paese economicamente in ginocchio, dipendente dagli aiuti della comunità internazionale, diviso da vecchie rivalità, martoriato dalla povertà (a Monrovia mancano acqua potabile, beni di prima necessità e dilagano le malattie). 
Tra tutti questi problemi sembra esserci una buona notizia: la decisione presa ieri dai leader dei tre gruppi ribelli protagonisti della guerra civile - Lurd, Model e milizie di Taylor - di cessare di esistere, almeno formalmente. Tuttavia è ancora da verificare l'efficacia di tale mossa, che non dà per ora alcuna garanzia.
C'è da ricordare, inoltre, che gli ultimi scontri hanno bloccato il rientro di migliaia di profughi liberiani dalla vicina Guinea, dove erano fuggiti durante la guerra. Si auspicava un loro totale rimpatrio entro la fine di quest'anno. Ma probabilmente dovranno continuare ad attendere.

Pablo Trincia

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