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''Il Paese che non ha la Bosnia non vale nulla'', recita un vecchio proverbio. Azra Nuhefendic, nel suo libro Le stelle che stanno giù, edizioni Spartaco, racconta il perché. Almeno quello che a lei, jugoslava che a un certo punto della sua vita si è vista chiudere nella definizione 'musulmana', è parso importante tenere a mente.
Ecco che una serie di storie, di piccole esistenze, schiacciate come il vaso di coccio tra i moti della storia, diventano memoria. Diventano identità. Quando i nazionalismi, all'inizio degli anni Novanta - ma al culmine di un processo iniziato con la morte di Tito nel 1980 - hanno iniziato a mordere la Jugoslavia per farne brandelli, ci sono cittadini che si sono trovati di fronte a una scelta rifiutata: quella di dover indossare una divisa, anche solo intellettuale. Azra, musulmana di Sarajevo, viveva a Belgrado, lavorava alla televisione di Stato. L'emarginazione subita, le minacce, il senso di stordimento, gli affetti lontani. Il privato diventa memoria, pezzo di una storia più grande, di altre identità reali che rifiutavano quelle posticce del nazionalismo.
Personaggi reali, come la signora Nadja, musulmana nel quartiere di Grbavica di Sarajevo in mano ai serbi. Non ha mai lasciato la sua casa, non ha mai smesso di fare i suoi ricami. Come a trovare una logica, in mezzo a tutta quella follia. Mila, serba sposata a un musulmano, che ha trovato la forza di difendere il suo matrimonio e la sua famiglia da un odio di entrambe le parti, ancora più velenoso contro coloro che si rifiutavano di scegliere.
Ma anche personaggi tra mito e leggenda, come il minatore Alija Sirotanovic, la versione jugoslava del mitico Stakhanov. La sua faccia, sui biglietti da dieci dinari, simbolo dell'uomo nuovo jugoslavo. Oppure il treno che collegava Belgrado e Sarajevo, sul quale si trovava Azra la prima notte che la linea venne interrotta. Era l'inizio della fine, il segnale che non c'era più voglia di sentirsi parte dello stesso passato, men che mai di uno stesso futuro. Ma in particolare la biblioteca nazionale di Sarajevo, che di un passato condiviso era testimonianza vivente, da ardere nelle fiamme dell'inferno dell'oblio. Fino a personaggi romantici, come la lingua serbo-croata, spezzettata e violentata come altre vittime di guerra. Infine Trieste, come un altrove che, quando tutto diventò odio, si dimostrò troppo lontana.
Azra dipinge un ritratto di famiglia, una storia collettiva, dove le tessere dello stesso mosaico - dai colori differenti - all'improvviso sono diventate incompatibili. Azra ci lascia una traccia, come un fuso attorno al quale riavvolgere queste storie, per provare tra un po' di tempo e dirimere i nodi e ottenere - almeno - lo stesso album di famiglia.
Christian Elia
Parole chiave: azra nuhefendic, le stelle stanno giù, jugoslavia, sarajevo