Aumento vertiginoso in Cina degli infetti da Hiv, ma il governo frena la lotta alla malattia
Nell’ottobre 2003 l’attivista
umanitario Li Dan trasformò un tempio abbandonato della città di Shangqiu in un
istituto per bambini orfani e figli di genitori sieropositivi. Un’iniziativa
quasi rivoluzionaria in Cina che dovette far fronte all’ostilità delle autorità
locali. Dan non poté registrare la sua attività come organizzazione non
governativa e dovette pagare 120mila dollari di tasse. L’Orchid Orphanage riuscì
ad accogliere 22 ragazzini tra i sette e i 14 anni, ma dopo poco più di un anno
fu costretto a chiudere. La sera del 9 luglio 2004, infatti, la polizia e i
funzionari del governo fecero irruzione nell’edificio, costringendo i piccoli
a
salire sulle loro auto. “I vostri genitori vi stanno aspettando”, dicevano
mentre i bambini gridavano per la paura e correvano al piano superiore. Ma alla
fine tutti furono riportati ai loro villaggi.
Limitazioni agli attivisti umanitari. Nella Repubblica
Popolare storie simili a quella dell’Orchid Orphanage sono frequenti e accadono
nel silenzio dei media locali. Pechino impone restrizioni agli operatori
umanitari che lottano contro l’Aids, oltre a maltrattarli ed arrestarli in
diversi casi. A denunciarlo è l’organizzazione americana Human rights watch
(Hrw) nel rapporto “Restrictions on Aids Activists in China”. Ciò accade “perché
il governo cinese - dice Sara Meg Davis di Hrw - sospetta di ogni attività che
non sia sotto il suo diretto controllo”.
L'Aids in Cina. Qualcosa, tuttavia,
è cambiato negli ultimi due anni. Con l’aumento vertiginoso delle infezioni e
dopo l’epidemia di Sars, Pechino ha dovuto fare i conti con il grave problema
dell’Aids. I dati sulla diffusione del virus, però, restano ancora incerti.
Secondo quelli ufficiali, al momento i cinesi che hanno contratto il virus e
sviluppato la malattia sono 840mila, mentre gli esperti stranieri ipotizzano
che possano essere addirittura milioni e fanno previsioni preoccupanti: entro
il 2010 ben dieci milioni di persone saranno colpite dall’Hiv/Aids in Cina. Una
vera catastrofe che le autorità pensano di arginare con un primo programma
nazionale di cura, il “Four free and one care”, per fornire gratuitamente
trattamenti antiretrovirali a tutti coloro che ne hanno bisogno. Un obiettivo
alquanto ambizioso: ad oggi sarebbero stati raggiunti 10.388 pazienti, ma
l’intervento sanitario in molte regioni è carente o quasi inesistente. Si
registrano soprattutto grandi disuguaglianze fra le coste e le regioni rurali,
dove è difficile curarsi anche dalla malattie più banali.
Da queste parti un
antico detto contadino recita: “Il paradiso è in alto e l’imperatore via,
lontano”.
Il caso Henan. E’ esemplare il caso
dell’Henan, una provincia non lontano dalla capitale e uno degli epicentri
dell’epidemia di Aids. Qui nel corso degli anni Novanta circa un milione di
persone o forse più sono rimaste infettate dall’Hiv per un programma di
raccolta e vendita di sangue non adeguatamente controllato. Con drammatiche
conseguenze: migliaia di persone sono morte e 100mila bambini, secondo i medici
e gli attivisti della provincia, sono rimasti senza genitori. Le denunce degli
operatori umanitari e l’afflusso facile di giornalisti – vista la vicinanza a
Pechino – hanno fatto in modo che dell’Henan parlassero tutti i media del mondo
e che il governo si pronunciasse finalmente in merito. Eppure “gli ambulatori
continuano ad essere sporchi. La distribuzione degli antiretrovirali è caotica
e molte infermiere evitano il contatto con le persone sieropositive”, ha
dichiarato un attivista a Hrw. Mentre molti suoi colleghi sono stati arrestati,
picchiati e intimiditi.
Malati emarginati. Le autorità cinesi
rimproverano loro di occuparsi di persone “che rovinano l’immagine del Paese”:
tossicodipendenti, prostitute, omosessuali che in Cina sono relegati ai margini
della società. Chi fa uso di droghe, per esempio, è spesso incarcerato o
inviato in campi di disintossicazione dove gli standard medici sono alquanto
discutibili. Intanto, nelle città e nei pressi di cantieri e miniere delle
regioni più povere e desolate, nascono bordelli e karaoke dove sono impiegati
nell’industria
sessuale dai 3 ai 6 milioni di persone. La legge cinese sulla pornografia,
considera poi osceno ogni sito internet con contenuti che parlano di
omosessualità e ciò limita moltissimo l’attività d’informazione delle
organizzazioni umanitarie. Censura e limiti alla libertà d’espressione e
associazione che frenano dunque l’intervento degli attivisti, perché la lotta
all’Aids non può prescindere dalla mobilitazione e dalla partecipazione della
società civile.