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I
contadini del villaggio di Shengyou, un centinaio di
chilometri a nord di Pechino, nella provincia rurale di Hebei, sono in
lotta da
due anni per difendere l’unica cosa che hanno: la loro terra. Sedici
ettari di
terreno su cui lo Stato ha deciso di costruire una delle più grandi
centrali
elettriche del paese. Per questo le autorità del partito del distretto
di Dingzhou, cui il villaggio appartiene, hanno ordinato l’esproprio
dei terreni,
offrendo un indennizzo. La gente di Shengyou, che sa bene come spesso i
rimborsi promessi non vengano poi dati, ha chiesto alle autorità
locali e
all’azienda elettrica di poter vedere le carte e tutti i documenti
legali. Ma
la loro richiesta è stata rifiutata. Così hanno deciso di occupare a
oltranza
le proprie terre, costruendo tende e scavando trincee nei campi,
organizzando
una vigilanza di contadini armati di falci, zappe e forconi.
20 aprile, il primo
assalto. Il 20 aprile scorso, a notte fonda, una ventina di persone hanno
assaltato l’accampamento dei contadini di Shengyou, picchiando alla cieca con
mazze e bastoni. Sono stati fronteggiati e messi in fuga e uno di loro è stato
anche
catturato e fatto prigioniero. Il suo nome è Zhu Xiaorui, 20 anni, disoccupato
di Pechino. E’ stato rinchiuso in una casa ma non è stato maltrattato. Ogni
giorno gli sono state date da mangiare carne e uova. Zhu ha raccontato ai suoi
carcerieri-contadini di essere stato pagato cento yuan (12 dollari) dalla
compagnia elettrica municipale di Dingzhou per andare a picchiarli.
11 giugno, il secondo
assalto. Sabato scorso, 11 giugno, prima dell’alba, gli amici di Zhu sono
tornati. Questa volta erano duecento, in mimetica e elmetto da operaio, armati
di fucili da caccia, spade, bastoni e lunghi tubi d’acciaio. Hanno iniziato a
sparare, uccidendo sette contadini, e poi a picchiare selvaggiamente chiunque
capitasse loro a tiro.
12 marzo, la rivolta di
Huaxi. La gente di Shengyou non vuole fare la fine dei contadini di Huaxi,
villaggio nella provincia orientale di Zhejiang. Le autorità hanno espropriato
le loro terre e hanno costruito una grande industria chimica. L’inquinamento da
essa prodotto ha provocato malattie nella popolazione e ha danneggiato i
raccolti dei campi. Lo scorso 12 marzo duecento contadini hanno protestato
davanti ai cancelli della fabbrica chiedendone la chiusura. E’ intervenuta la
polizia: due donne sono state uccise, travolte da un mezzo con cui gli agenti
stavano disperdendo la folla. Il villaggio è allora insorto contro gli agenti
dando alle fiamme i loro mezzi, la stazione di polizia e gli uffici del
partito. Solo l’intervento di rinforzi ha permesso alle autorità di riprendere
il controllo del villaggio.
Situazione tesa nella
Cina rurale. La situazione nelle campagne cinesi si fa sempre più
esplosiva. Il crescente malcontento dei contadini per le misere condizioni di
vita, le vessazioni dei corrotti funzionari locali di partito, le
espropriazioni forzate dei terreni, la repressione poliziesca, l’inquinamento
prodotto dalle nuove fabbriche si traduce in sempre più frequenti e violenti
episodi di protesta e di vera e propria rivolta. Una situazione sempre meno
controllabile da parte delle autorità centrali di Pechino, il cui potere poggia
ora sulle nuove classi cittadine benestanti nate sull’onda del boom economico
degli ultimi anni. Un ‘grande balzo in avanti’ da cui però 900 milioni di
contadini (quasi i tre quarti del paese) non hanno tratto nessun beneficio.
Anzi. Le loro condizioni di vita stanno peggiorando vertiginosamente creando
una pericolosa situazione di instabilità sociale che il regime sembra non
riuscire più a gestire.Enrico Piovesana