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"Senza lavoro sono un uomo morto". Adnan Barakat ha quarantasei anni, e da ventisette fa il parrucchiere in un piccolo salone nella Striscia di Gaza. Appartiene al gruppetto di coraggiosi che tra la loro clientela comprendono anche le donne, una scelta malvista in un territorio dove è molto diffusa una visione conservatrice dell'Islam. La tradizione islamica prevede infatti che una donna possa mostrarsi a capo scoperto soltanto a uomini con cui condivida uno stretto legame familiare.
Per molto tempo questa è stata solo una tradizione nella Striscia di Gaza, fino a quando, nel marzo 2010, è diventata legge. Proprio l'anno scorso, infatti, Hamas ha emanato un decreto che vieta ai parrucchieri uomini di tagliare i capelli alle donne. Una norma che inizialmente è sembrata passare inosservata, ma che nel corso di questa settimana ha visto le autorità imporre un duro giro di vite. In questi giorni è stato arrestato un parrucchiere che aveva una clientela anche femminile, e tutti gli altri "colleghi" - cinque, sei persone al massimo - hanno bruscamente interrotto la propria attività, nel timore di fare la stessa fine.
Le interpretazioni in merito alla nuova legge sono molteplici. Ai più il provvedimento appare come una mossa di Hamas per rafforzare la tutela dei valori islamici, in seguito alle accuse di eccessivo moderatismo nell'applicazione del codice musulmano. Per alcuni, la nuova situazione è il risultato di un avvicendarsi di cariche all'interno del partito, dove le frange più estreme avrebbero assunto ruoli di maggior potere. Altri puntano il dito contro i gruppi salafiti - legati a una visione integralista dell'Islam - che avrebbero esercitato su Hamas forti pressioni. Si tratta di un cambiamento nella linea politica di Hamas che ha cominciato a farsi strada solo negli ultimi mesi, e che si è manifestato in molteplici scelte da parte del partito: alle avvocatesse è stato imposto di coprirsi il capo all'interno dei tribunali, le studentesse devono seguire regole precise nell'abbigliamento, o ancora, alle donne è proibito fumare il narghile in pubblico.
Il partito dal canto suo smentisce tutte le accuse, e - nel caso specifico dei parrucchieri - sostiene di essersi semplicemente adeguato al costume dei propri cittadini. Nella Striscia di Gaza vive infatti una società tendenzialmente conservatrice (più di quanto non lo sia in Cisgiordania) e a maggioranza musulmana: sono poche le donne che girano per le strade a capo scoperto, e non sono molte quelle disposte a farsi tagliare i capelli da un uomo. Queste ultime sono soprattutto straniere, o appartenenti alla comunità cristiana locale.
"Se mi costringono a chiudere - commenta Adnan Barakat in un'intervista alla Bbc - sarò costretto a starmene seduto in casa a guardare la tv, come tutte le altre persone senza lavoro e senza una vita". E non sono poche queste persone, in un Paese che nella seconda metà del 2010 ha registrato un tasso di disoccupazione del quarantacinque per cento (dati Unrwa). Anche Hatem al Ghoul, un altro "parrucchiere per signora", non nasconde la paura e la preoccupazione, mentre racconta di quando gruppi estremisti piazzarono per ben due volte dell'esplosivo nel suo salone, nel 2007 e nel 2008. Una pratica diffusa negli ultimi anni, che ha colpito anche caffetterie e internet point.
Contro la nuova norma e gli arresti che ne sono seguiti si sono scagliati anche gli attivisti per i diritti umani, contrari a un provvedimento che limita ancora una volta, e ancora di più, le libertà di un popolo già condannato al blocco economico e all'occupazione straniera dei propri territori.
Chiara Panzeri
Parole chiave: Parrucchieri, velo, arresti, disoccupazione