Giovedì 23 giugno, alle 18.30, presso la
Galleria
FabbricaEos a Milano, verrà inaugurata la mostra di
FotografiSenzaFrontiere-Onlus,
dal titolo
Hasta la Mostra. Non solo una vera e propria mostra
fotografica, ma anche un'asta benefica il cui ricavato verrà utilizzato
dall'associazione per finanziare l'ultima parte del progetto
Sabbia negli
Occhi, presso il campo profughi El Ayuon della popolazione saharawi nel
deserto del Sahara, in Algeria.
Lavorare con passione.
Ma chi sono i Fotografi Senza Frontiere? L'associazione, nella seconda metà degli anni Novanta, “nasce dalla volontà di utilizzare la fotografia come
mezzo
per comunicare, diffondere la cultura e sensibilizzare l’osservatore al
rispetto del diverso”, recita la presentazione. Lo strumento che i FSF
utilizzano è allo stesso tempo semplice e rivoluzionario: creano laboratori
fotografici in zone devastate dalla guerra e dalla miseria, che danno
ai ragazzi del posto “mezzi e formazione per potersi autorappresentare,
raccontandosi dal loro punto di vista, attraverso un canale di comunicazione
con il mondo esterno che ha la peculiarità di divulgare le loro realtà in modo
autonomo e genuino”, come si legge ancora nel comunicato. L’associazione nasce
dalla volontà di tre fotografi: Giorgio Palmera, Emilano Scatarzi e Davide
Fusco. Nessuno meglio di un professionista del settore poteva capire l'importanza
della fotografia per comunicare se stessi verso l'esterno e portare i drammi
del mondo sotto gli occhi di tutti. Inoltre, da un punto di vista pratico, i
ragazzi nati in zone particolarmente depresse hanno l'occasione di imparare un
mestiere e l'associazione, dopo la fase formativa dei laboratori fotografici,
s'impegna anche nella diffusione dei lavori dei ragazzi. Ai progetti realizzati
in Algeria nei campi profughi Saharawi e in Nicaragua, si affiancano ai
laboratori che FSF vuole realizzare in Vietnam, in Iraq, a Panama e in
Guatemala.
Il Sahara, per esempio. Per apprezzare meglio il lavoro di
FSF basta pensare ai Saharawi. Questo
popolo è passato dal colonialismo (nello specifico quello spagnolo)
all'occupazione militare marocchina. La loro terra è il Sahara Occidentale, ma
dalla metà degli anni Settanta il loro Paese è occupato militarmente dalle truppe
di Rabat. La popolazione civile è sfuggita alla guerra cercando riparo
nell'unico mondo che a una comunità di nomadi pareva naturale: il deserto del
Sahara. Sotto i bombardamenti dell'aviazione marocchina, i profughi saharawi
sono arrivati nella vicina Algeria e qui, in cinque campi profughi, vivono da
quel momento migliaia di Saharawi. El Ayoun è uno di questi campi. Dimenticati
da
tutti, i Saharawi continuano a sperare che la comunità internazionale risolva
la questione e, in attesa del referendum che le Nazioni Unite hanno deciso
essere lo strumento adatto per risolvere il problema, vivono nelle tende nel
deserto nelle condizioni ambientali, sanitarie e psicologiche che tutti possono
immaginare. E' facile allora cogliere il messaggio di
FSF che, come
scrivono nel loro sito, con il progetto
Sabbia negli Occhi intende “valorizzare
e diffondere il punto di vista dei Saharawi e coinvolgere alcune giovani donne
del campo profughi di El Ayoun in Algeria. Consegnando ad ogni coppia di
allieve una macchina fotografica professionale e costruendo un laboratorio
fotografico, abbiamo insegnato loro tutti i processi della fotografia, dallo
scatto alla stampa finale, rendendole autonome nella realizzazione di immagini
fotografiche, atte a rappresentare la loro visione della vita nel campo di El
Ayoun e della gente che lo abita”. C'è poco da aggiungere.