Madri, nonne, ma anche figli di Plaza de Mayo, invitano a non rassegnarsi al crimine dell’oblio
Scritto per noi da
Ludovica Jona
Vera Jarah è una delle “Madri di Plaza de Mayo”. Nata a Milano, emigrata in
Argentina dopo le leggi razziali, con la dittatura le è scomparsa una figlia.
Per lungo tempo con parenti e amici ha sperato di rivederla. Solo 3 anni fa una
testimonianza certa che la ragazza era stata gettata nell’Atlantico con i voli
della morte: “E’ durata solo 3 settimane mia figlia nel carcere militare dell’ESMA,
nuovi prigionieri erano arrivati e non c’era più posto” dice. Parla, determinata,
dell’importanza fondamentale di questa sentenza italiana, della memoria perché
mai più si ignori, si sia indifferenti, di fronte alla diffusione del crimine
sistematico nella società. La sua voce è serena, anche se non sappiamo come abbia
potuto sopravvivere a tanto, la forza pare dargliela questo nuovo spiraglio di
giustizia che si è aperto a Roma.
Dante Gullo, di origini calabresi, è venuto in Italia per la prima volta in occasione
del processo dei responsabili della morte della madre e del fratello: giovane
leader della gioventù peronista nel 1976, era lui il vero obbiettivo del sequestro
dei familiari. L’Italia è stato il primo Paese straniero che ha processato e dichiarato colpevoli
alcuni militari argentini, con la sentenza del dicembre 2000 che condannò i generali
Mason e Riveros all’ergastolo, e altri 5 militari a 26 anni di carcere, per l’uccisione
di sette cittadini e il rapimento di un minore partorito in carcere, di origine
italiana.
In questi giorni si è aperto a Roma un nuovo processo contro altri militari,
per i fatti avvenuti nell’ESMA (Escuela de Mecánica de la Armada). Questa caserma
della Marina militare,sita nel centro di Buenos Aires, si distingue tra i circa
300 luoghi del terrore della dittatura argentina, in cui migliaia di giovani sono
stati rinchiusi, torturati, narcotizzati, caricati su aerei e gettati nudi,
ancora vivi, nell’Atlantico (le cifre ufficiali parlano di 6/9000 persone ma per
le associazioni la cifra reale è di 30.000 'desaparecidos'). In questo complesso
militare di 19 ettari sono passate 5.500 persone delle quali 4.400 sono state
uccise e buttate in mare con i “voli della morte”.
Nell’udienza preliminare del 25 maggio 2005 il Pubblico Ministero Caporale ha
chiesto il rinvio
a giudizio dinanzi alla Corte d’Assise di Roma dei 5 militari Argentini responsabili
della morte di Angela Ajeta e Giovanni e Susana Pecoraro, quest’ultima incinta
all’epoca e la cui figlia è stata “adottata” subito dopo la nascita da un sottufficiale
della Marina Argentina. Altri procedimenti rimangono in fase di istruttoria.
Nello stesso giorno il massimo Tribunale spagnolo ha deciso che l’ex marine argentino
Adolfo Scilingo, attualmente agli arresti per ordine del Giudice Garzon, dopo
aver confessato la partecipazione ai voli della morte, sia processato in Spagna.
Sono passi importanti, che accompagnano il momento storico che in Argentina segue
l’annullamento delle amnistie, votato dal Parlamento e fortemente voluto dal Presidente
Kirchner. Ma il Vice Presidente della Commissione Esteri del Senato, Franco Danieli
rileva che il governo Berlusconi non ha ancora dato segni di partecipazione a
questo processo riguardante cittadini italiani, mentre ci si aspetta che si costituisca
parte civile, così come fece il governo di centrosinistra che per la sentenza
del 2000.
Intanto a Roma, a Palazzo Valentini, si è aperta la mostra fotografica Archeologia dell’Assenza di Lucila Quieto. Figlia ella stessa di un desaparecido, la giovane ha realizzato
una serie di opere in cui, sulle fotografie di giovani argentini, sono proiettate
le immagini di loro parenti scomparsi durante la dittatura. Si sovrappone così
il passato al presente, dandoci visivamente l’idea di ciò che avrebbe potuto essere.
Nella percezione di ciò che non è stato, possiamo cogliere i vuoti che questo
regime ha lasciato e non dimenticare.
Nel prologo del libro scritto da Vera Jarah Il silenzio infranto – il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina, Sabato parla di “militanza della memoria”: è quello che immagini e parole
rappresentano, affinché il passare del tempo, attenuando l’impatto emotivo, non
cancelli o ridimensioni il crimine umano e l’insegnamento che per tutti ne deriva.