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Dopo il Belgio e la Francia, anche in Australia il burqa torna a far parlare di sé, e riaccende il dibattito su quanto sia lecito sacrificare il proprio credo in nome della pubblica sicurezza. Questa volta è il caso del New South Wales (Nsw), lo stato più popoloso dell'isola, dove da ieri le forze di polizia possono imporre alle donne islamiche di togliersi il burqa o qualsiasi altro tipo di velo, così da poter essere identificate.
Il provvedimento è stato approvato nella tarda giornata di lunedì, dopo il caso di un giudice che ha annullato un'accusa di reato a carico di una donna musulmana, sostenendo che non era possibile identificarla con sicurezza come colpevole: al momento dell'accaduto, infatti, la donna aveva il viso coperto dal velo. Da qui la decisione di conferire maggiori poteri alla polizia, che ora può chiedere alle donne di scoprirsi il volto anche nel caso di controlli di routine, e non soltanto quando deve condurre indagini a seguito di reati. Chiunque si rifiuti di mostrare il viso rischia una condanna che può arrivare a un anno di carcere, o il pagamento di una multa fino a 5.900 dollari (circa 4.000 euro).
"Non mi interessa - ha commentato Barry O'Farrell, premier del Nsw - se una persona indossa un casco, un burqa, il niqab, il velo o qualunque altra cosa. La polizia deve avere modo di procedere a una chiara identificazione di questi soggetti". E ha aggiunto: "Ho il massimo rispetto per le diverse religioni e il credo di ciascuno, ma quando si tratta di far rispettare la legge, la polizia deve disporre di poteri adeguati".
Da parte sua, il Consiglio Islamico del New South Wales ha accettato la nuova norma senza avanzare critiche: "Se ci viene chiesto di fare qualcosa da un poliziotto, e si tratta di una richiesta legittima, allora lo si fa", ha commentato il presidente Khaled Sukkarieh. L'Associazione delle Donne Musulmane invece si è detta d'accordo, ma con una riserva. É stato chiesto infatti che le forze di polizia affrontino la nuova situazione con un certa sensibilità, e che vengano impiegati ufficiali donna per effettuare controlli di questo tipo.
La "questione burqa" era già scoppiata in Australia nel novembre 2010, e ruota attorno alla figura di Carnita Matthews, condannata a sei mesi di carcere con l'accusa di aver dichiarato il falso: la donna avrebbe denunciato (ingiustamente) un agente di polizia per aver cercato di toglierle il burqa durante un "random breath test", l'equivalente della nostra "prova del palloncino". La sentenza è stata però annullata in appello, quando il giudice ha decretato che non era possibile stabilire se fosse stata lei a sporgere denuncia, o semplicemente un'altra donna che portava il burqa a sua volta. L'esigenza di poter identificare in modo chiaro le persone aveva portato, in un primo tempo, a ipotizzare l'uso di impronte digitali per coloro che non possono mostrare il volto per motivi religiosi.
Le autorità del Queensland hanno dichiarato che non seguiranno la medesima politica del Nsw, mentre potrebbe aderire il governo del Western Australia. In Europa la tematica non è nuova, e prevede restrizioni maggiori di quelle australiane: il primo Paese a vietare completamente il burqa è stato il Belgio (29 aprile 2010), ma a far entrare in vigore la stessa legge per prima è stata la Francia (11 aprile 2011), dove il velo integrale e il niqab (che lascia scoperti soltanti gli occhi) sono banditi nei luoghi pubblici su tutto il territorio nazionale.
Chiara Panzeri