04/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il presidente è rieletto, i democratici si disperano
 
George W. Bush è stato rieletto presidente degli Stati Uniti e tutte le aspettative dei democratici si sono dimostrate vane: la speranza è durata il tempo dei primi exit poll, poi l’Ohio ha tinto di pessimismo il dopo-elezioni e la mazzata definitiva è venuta ieri pomeriggio, con la telefonata di Kerry al rivale per ammettere la sconfitta, come vuole la prassi. Il presidente che ha spaccato la nazione in due, facendosi amare od odiare senza mezzi termini, rimarrà alla Casa Bianca fino al 2008. Per la metà degli States che non lo può sopportare, quella che tanto si era battuta per mandarlo a casa, è un colpo duro da digerire. Lo si vede dalle centinaia di commenti postati sui blog Internet dei simpatizzanti democratici: rabbia, amarezza e scoramento imperano.
 
Molti supporter di Kerry non riescono a capire come, nonostante l’enorme mobilitazione e i fallimenti dell’amministrazione in questi quattro anni, Bush abbia addirittura prevalso piuttosto nettamente nel voto popolare, staccando lo sfidante di 3,5 milioni di voti: nel 2000 ne prese 530mila in meno di Gore. “Se non ce l’abbiamo fatta a vincere quest’anno, quando mai ci riusciremo? Rimarremo repubblicani a vita”, conclude un blogger di Dailykos.com. E’ forte il risentimento verso gli abitanti degli Stati del sud e del Midwest, lo zoccolo duro dell’elettorato di Bush: “Non capisco come sia possibile che temano il terrorismo più i boscaioli del Montana e gli agricoltori dell’Oklahoma che gli abitanti delle metropoli come New York, Los Angeles e Chicago”, scrive un altro blogger.
 
C’è amarezza perché il tanto decantato voto dei giovani, che nelle previsioni avrebbe potuto essere decisivo in qualche Stato chiave, è stato forse sopravvalutato. “Ma che cavolo di giovani abbiamo? Si meritano solo di essere mandati in Iraq con la leva obbligatoria”, ruggisce un altro simpatizzante. Gli rispondono per le rime molti ragazzi che hanno fatto il loro dovere andando al seggio e che non si sentono certo responsabili della sconfitta. La verità è che gli elettori della fascia di età più giovane sono andati a votare in percentuale più alta del passato. Ma il loro sforzo è stato controbilanciato da una mobilitazione altrettanto massiccia degli adulti che votano repubblicano.
 
In molti c’è la tentazione di mollare tutto. Altri insistono sul fatto che questo è solo l’inizio, che la mobilitazione cominciata quest’anno è solo l’inizio di un risveglio delle coscienze. “Non sono stati sforzi vani, vedrete – scrive un blogger –. Continuiamo a crederci: fra quattro anni Bush non potrà più candidarsi, e avremo modo di farci sentire nel frattempo”.
 
Gli Stati Uniti e tutti quelli che si sono battuti per cambiare le sorti delle elezioni si trovano comunque di fronte a un dilemma: dopo quattro anni che hanno visto il più grande attentato su territorio americano della storia, due guerre contro Paesi accusati di avere legami con il terrorismo, tagli alle tasse per miliardi di dollari, una recessione economica e una polarizzazione delle menti senza precedenti, la mappa politica del Paese è praticamente la stessa del 2000: finora solo il New Hampshire ha cambiato colore (quattro anni fa votò in maggioranza per Bush, oggi per Kerry).
 
Forse succederà lo stesso anche per Iowa e New Mexico, che nel 2000 andarono a Gore. Ma è un fatto che, con oltre 200 milioni di potenziali elettori, gli unici cambiamenti abbiano riguardato Stati che sommano tra di loro 6 milioni di abitanti. L’altissima affluenza non è stata un fattore: entrambi i campi si sono compattati e magari è aumentato l’astio per gli avversari, ma in pochi hanno cambiato idea. Quelli che l’hanno fatto sono passati in maggioranza dalla parte di Bush. Come si chiede un blogger su Washingtonmonthly.com, “se neanche l’11 settembre ha cambiato il profilo dell’elettorato, cosa potrà cambiarlo?”. Se lo domanda anche il resto del mondo, che in grande maggioranza avrebbe voluto vedere un altro inquilino alla Casa Bianca.

Alessandro Ursic

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