01/07/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dalla società di Atlanta dipende il 40 per cento del Pil del Paese. Per questo il gruppo può fare quello che vuole, con la complicità del governo dispotico di re Mswati III

Non è una multinazionale del petrolio né un colosso del settore minerario, la company che tiene in pugno lo Swaziland: è la Coca Cola. Lo racconta una puntigliosa inchiesta di Peter Kenworthy pubblicata sul numero 536 di Pambazuka News, in cui l'autore fornisce cifre che da sole fotografano un rapporto quasi feudale. Dalla società di Atlanta, ad esempio, dipende il 40 per cento del Pil del Paese. Dietro la presenza della multinazionale in uno dei più poveri Paesi dell'Africa e del mondo, non c'è soltanto una comprensibile strategia che mira a sviluppare presenza e quote di mercato in un continente che ha enormi margini di crescita e una classe media in espansione; né, per capire gli interessi sottesi, bastano le analisi del capo del board dei direttori del gruppo, Muhtar Kent, che nel Coca Cola's Annual Review 2010 ha spiegato che la società non cresce da nessuna parte come in Eurasia e Africa. Lo Swaziland ha due cose che fanno gola alla società: una grande abbondanza di canna da zucchero, ingrediente fondamentale per produrre il concentrato di Coca Cola, che dalla Company viene poi venduta agli stabilimenti che hanno la licenza per produrre lattine e bottiglie della bevanda. Nello stabilimento di Mapatsa si lavora un ingrediente fondamentale per le bibite commercializzate in Africa e in parte di Asia e Australia. Ma soprattutto lo Swaziland è una dittatura, l'ultima monarchia assoluta del continente. Per farla breve, si tratta di un Paese in mano al re, Mswati III, che a sua volta è in rapporti d'affari - ma in condizioni di grande sudditanza - con la multinazionale. Il risultato è che la Coca Cola tiene in ostaggio un intero Paese.

Proprio questo, più che un sistema impositivo particolarmente vantaggioso per il gruppo di Atlanta è l'elemento che secondo Kenworthy bisogna tenere in considerazione per capire cosa abbia da offrire al colosso la piccola e povera monarchia: l'assenza di sindacati, di un'opposizione e di un sistema indipendente di controllo del potere. Nemmeno la stampa locale ha mai avuto troppi interessi nel farsi domande sulla vera natura degli affari tra lo Swaziland e la Coca Cola, il colosso che vende un miliardo di lattine e bottiglie al giorno. Basta leggere gli articoli apologetici pubblicati sullo Swaziland Observer o del Times of Swaziland. L'altro lato della medaglia sono una serie di violazione dei diritti dei lavoratori e di quelli umani più in generale. L'autore racconta di un suo viaggio a Vuvulane, piccolo territorio del distretto di Lubombo, che copre quasi tutto lo Swaziland orientale, ricco di piantagioni di canna da zucchero, la cui raccolta è un'attività estremamente faticosa e che causa non pochi incidenti e morti. Qui lavorano centinaia di persone, con salari da fame, compresi tra i 400 e i 550 rand (41-56 euro) al mese, che non riescono nemmeno a garantirsi un pasto tutti i giorni, figurarsi extra costosi come ad esempio dei medicinali. C'è poi il problema delle confische dei terreni, ad opera delle società che gestiscono gli appezzamenti coltivati a canna da zucchero, la Royal Swaziland Sugar Corporation (Rssc) e la Swaziland Water and Agricoltural Development Enterprise (Swade). Non meno importante è l'enorme volume d'acqua impiegato nel processo produttivo. Per un litro di Coca Cola, occorrono almeno tre litri d'acqua. Il problema della produzione water-intensive è accentuato dal fatto che le piccole riserve idriche sono state di fatto privatizzate. Gli abitanti di Vuvulane hanno raccontato a Kenworthy che è pericoloso anche andare a pescare nella diga vicina: si rischia l'arresto.

Certo, bisogna precisare che la società che produce il soft drink per antonomasia è impegnata in progetti benefici a vantaggio delle comunità locali. Che esistono trust e fondazioni, come la Coca Cola Africa Foundation, presieduta dallo stesso re Mswati III, che stanziano fondi per l'istruzione, per apparecchiature mediche da donare al governo dello Swaziland. Sono in avvio anche programmi per lo sviluppo delle risorse idriche. Ma questa sembra essere solo la superficie. Se si gratta, si scopre un governo tra i più corrotti, incapaci e repressivi, che non ha mai dato problemi alla Coca Cola - troppo grande il rischio che il colosso possa spostarsi altrove e portare con sé il 40 per cento del Pil - e non ha mai ricevuto fastidi. E' una collaborazione mutualmente vantaggiosa. Sulla schiena e sulle spalle degli schiavi di Vuvulane e delle altre aree di produzione.

Alberto Tundo

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