Ventisette milioni di bambini in Cina non
vanno a scuola, il 10 per cento della popolazione fra i sei e i dieci
anni. A riportarlo è Radio Free
Asia che cita come causa dello scarto, una
combinazione di povertà e discriminazione che colpisce le comunità più
isolate e le minoranze etniche. Come i tibetani, costretti a spedire i
figli oltre confine pur di garantire loro un’istruzione elementare.
Nell’ultimo anno 4.600 persone hanno
attraversato la frontiera tra Tibet, Nepal e India. “La maggior parte –
dice Kalsang Chimi, direttore del Tibetan Reception
Center a Kathmandu – sono giovani fra
i sei e i trent’anni”. L’esodo, lungo settimane attraverso le
montagne himalayane, è iniziato cinquant’anni fa. Dal ’59, quando
l’esercito popolare cinese completò l’occupazione del Tibet, migliaia
di tibetani si sono rifugiati in Nepal e in India per sfuggire alla
persecuzione religiosa e cercare di preservare le basi della loro cultura. In
Tibet
i cinesi hanno distrutto scuole, biblioteche, luoghi di culto e opere
d’arte e hanno imposto l’uso della lingua cinese-mandarino nelle
scuole. Chimi spiega: “Molti profughi tibetani sono monaci e monache
buddisti. Scappano dai monasteri per continuare i loro studi e le loro
pratiche. Temono le persecuzioni da parte dei militari cinesi. Pechino
sta attuando una campagna di rieducazione impedendo persino il possesso
di immagini del Dalai Lama. E’ molto difficile per un tibetano entrare
in monastero senza il permesso delle autorità cinesi”.
Le
vittime della persecuzione cinese sarebbero più di un milione. “In
questa tragedia, non ci sono solo morte e sofferenza, ma il rischio
della scomparsa di un’intera cultura, basata sugli insegnamenti
buddisti di nonviolenza e rispetto per gli altri”. Con queste
parole ci accolgono Francesca ed Enza, volontarie dell’organizzazione Yeshe
Norbu, di ritorno da un viaggio nei campi profughi nepalesi e
indiani. E’ un pomeriggio di sole sulle colline toscane, nell’istituto
buddista Lama Tzong Khapa, dove in una stanzetta, ha sede
l’associazione. Il Tibet non sembra così lontano.
“Arrivavano ininterrottamente, stremati per il cammino", dice
Francesca. "Gli esuli fuggono a piedi da 4-5mila metri di altitudine.
Alcuni si fermano nelle case d’accoglienza del Nepal occidentale. Altri
proseguono in India, dove vengono smistati nei campi dell’Himachal
Pradesh a nord (tibetano fino agli anni ’50) o del Karnataka a sud.
Spesso si ricongiungono coi parenti, fuggiti qualche anno prima”.
Anche da esuli la vita è difficile. “In
Nepal – prosegue la volontaria - si dedicano a lavori di artigianato.
Negli ultimi mesi però i guadagni sono stati scarsi perché il turismo è
molto calato a causa della guerra tra ribelli maoisti ed esercito
governativo. Nella zona meridionale di Sera Je, in India, dove i
turisti non arrivano, coltivano il mais. In inverno, invece, comprano
maglioni e cappelli che vanno a vendere nei mercati del nord”.
Nei campi
il cibo è scarsissimo, le case sono baracche e viene garantita solo
l’istruzione di base. “Ci occupiamo in particolare delle persone più
fragili: bimbi, anziani e disabili", spiega Enza. "Nel monastero di
Sera Je ci sono 3600 monaci. Nel raggio di cento chilometri sono sparsi
18 campi profughi, popolati da 25mila persone”. Un’immensa tendopoli
nella culla del boom informatico ed economico dell’Oriente. Sera Je si
trova nella regione di Bangalore, la cosiddetta Sylicon Valley indiana.
Il grande monastero buddista di Sera Je,
uno dei più importanti dell’India, è stato costruito proprio dai monaci
fuggiti alla fine degli anni ’50. In Tibet c’erano circa 7mila costruzioni
religiose, quasi tutte sono state distrutte dopo l’invasione cinese. Il
governo indiano mise allora a disposizione dei tibetani un terreno
agricolo nel sud del Paese, dove i profughi iniziarono un’opera di
ricostruzione. Qui trovarono condizioni di vita molto diverse da quelle
dell’altopiano tibetano: clima caldo e umido, cibo scarso e malattie
tropicali sconosciute, come tubercolosi e malaria.
“Solo negli ultimi anni – dichiarano le operatrici dell’Ong
– la situazione è migliorata grazie all’intervento delle organizzazioni
umanitarie locali e straniere”. Uno dei campi profughi nepalesi si
trova, invece, nel luogo sognato dagli alpinisti di tutto il mondo: la
regione del Solu Khumbu ai piedi dell’Everest, da cui partirono anche
le spedizioni di Raynold Messner e regno degli Sherpa (gente dell’est)
tibetani.