I Senza Terra
tornano a combattere. Dopo una tregua stabilita grazie alla mediazione
del presidente Lula, i
contadini Sem Terra (Mst) hanno deciso di rinnovare le pressioni sul governo
occupando nuove proprietà. Si tratta di ventiquattro appezzamenti,
tutti nel Pernambuco - lo stato dove è nato Lula - che si vanno a
sommare agli altri diciotto presi da tempo.
“La riforma agraria non si farà con i proclami”, aveva
precisato il presidente del Mst, l’economista Joao Pedro Stedile, dando
il via alla nuova ondata di insediamenti. Altre ventitre proprietà sono
state infatti prese in sette stati differenti e molte altre sembrano
comparire nella lista delle prossime mosse del Movimento. Sono 7.442 le
famiglie coinvolte in questo spostamento di massa.
“Aprile è un mese simbolico nella lotta per la terra –
precisano i campesinos – e abbiamo il dovere morale di tornare a farci
sentire a gran voce. Il 17 aprile ricorre l’anniversario dell’eccidio
di diciannove lavoratori rurali di Eldorado de Carajas, nel Parà,
avvenuto nel 1996. Da allora quella data è stata scelta come Giornata
internazionale della lotta per la terra”.
I
dirigenti, comunque, precisano che la loro non è una protesta
antigovernativa. “Lottiamo contro il latifondo e contro le assurde
disuguaglianze del Brasile – ha spiegato Stedile – non contro il
governo. Anzi,
continuiamo a sperare che mantenga la promessa espressa nel Piano
Nazionale di Riforma Agraria, di sistemare 410mila campesinos entro la fine del
suo mandato”. Secondo
Stedile il governo ha un impegno storico non soltanto con il Mst, ma
anche con la società brasiliana. “Se Lula non avrà la capacità di fare
questa riforma, che è la più semplice delle riforme capitalistiche per
ridistribuire il reddito, perderà la faccia. Crediamo, infatti, che
manterrà questo impegno. E’ un nostro alleato, è con noi e al fianco di
tutta la società, per sconfiggere il latifondo. E’ impossibile
costruire una società democratica e giusta mentre esistono latifondi
dai diecimila ai cinquantamila ettari, alcuni dei quali con lavoratori
ancora in stato di schiavitù. Dei 350 milioni di ettari coltivabili ne
usiamo soltanto cinquanta. Circa trenta sono gestiti dal gruppo di
Roberto Rodrigues, del cosiddetto agrobusiness,
che si dedica all’esportazione, e altri venti dalla piccola proprietà
che rifornisce il mercato interno. Il resto è un immenso latifondo
speculativo, oppure ospita la zootecnia intensiva, e va osteggiato”.
Per i Senza Terra la riforma agraria è la più importante
tra le alternative del Brasile nella ricerca di una politica di piena
occupazione. “E’ anche la più rapida – aggiunge – e quella che
raggiunge la popolazione più povera e sprovveduta. Il settore
dell’agrobusiness sta aumentando la produzione di
soia, arance e canna da zucchero. Ma si tratta di una rendita
concentrata, che fa crescere soltanto la ricchezza di quelli che già
sono ricchi, senza aumentare l’occupazione, né il consumo di macchine.
Negli anni Settanta, quando il credito rurale era meno costoso e più
democratico, i contadini compravano trattori e il Brasile vendeva circa
75mila unità all’anno. Passati trent'anni, con tutta questa propaganda
dell’agrobusiness, ne sono state venduti solo
40mila. E’ questo il modello che vogliono?”.
I Sem Terra dunque
non staranno ad aspettare passivamente la Riforma. Dimostrano di essere
vigili e attenti e di essere pronti a tutto pur di imporre cambiamenti
nella politica economica. “Abbiamo tutte le condizioni obiettive per
mobilitare il popolo, perché i problemi sono aumentati – aggiunge il presidente
economista - Il governo, infatti, nonostante sia il frutto di una
scelta popolare per il cambiamento e contro il neoliberismo, non ha
purtroppo una composizione unitaria. Abbiamo ministri neoliberali,
ministri che pensano soltanto a riforme parziali e ministri impegnati
in un progetto popolare. Ma questo non è il punto più importante, dato
che la disputa interna riflette una controversia presente nella
società. Il problema reale è la definizione di un progetto per il
Paese. Il governo da solo non ha le forze per provocare una svolta e
impiantare un nuovo progetto. Lo stato di crisi è grave, dunque. Ad
ogni annuncio di posti di lavoro compaiono migliaia di persone in file
interminabili. Ad ogni acquazzone muore la gente, a causa delle
condizioni indecenti delle abitazioni e perché il servizio pubblico è
stato rottamato. Eppure i movimenti di massa vivono un periodo di
discesa, che si propaga dal 1989. Il nostro compito è dunque portare
avanti un costante lavoro pedagogico fra le masse, è stimolare
il popolo affinché prenda coscienza, si mobiliti, dibatta su un nuovo
progetto per la società e combatta per esso. Senza mobilitazione
popolare non ci saranno cambiamenti”.
E i
Senza Terra lo dimostrano con i fatti.
"E'
il momento di piantare alberi, non lattuga. Un giorno cominceranno a
dare i frutti".