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Non c'è elettricità ma l'atmosfera è ugualmente elettrica. Paradossi senegalesi. Quella che sembrava la democrazia più stabile dell'Africa occidentale sta conoscendo giorni di tensione e paura. C'è un presidente, Abdoulaye Wade, che vede montare la marea e che piuttosto che offrire la testa ha schierato polizia, reparti antissommossa e ora anche l'esercito. "Adesso non si scherza più", ha detto mercoledì con toni minacciosi il portavoce della presidenza, Serigne Mbacké Ndiaye. Ma non basta, perché secondo fonti raccolte da Leader Africa, sembra che il governo abbia chiamato in soccorso anche mercenari africani, pare da Nigeria e Ghana. Da oltre una settimana, la capitale è scossa da rivolte improvvise, fiammate insurrezionali che si spengono e riesplodono altrove dopo poco. Crisi politica e crisi energetica sono i due estremi di una corda alla quale si sta impiccando il Paese. Partiamo dalla seconda. Nel mirino dei manifestanti, la Senelec, la compagnia nazionale che provvede alla fornitura dell'energia elettrica, ribattezzata "Società delle tenebre", perché da giorni tiene un Paese al buio. L'erogazione dell'elettricità, una questione annosa in Senegal, nelle ultime settimane è diventata una battaglia persa, con black out che arrivano a durare anche trenta ore. Un servizio a singhiozzo che sta esasperando una popolazione che, oltre ai comprensibili disagi in casa, sperimenta un crollo verticale delle attività. Senza luce, non funziona quasi nulla, le attività economiche si paralizzano e i redditi si contraggono sensibilmente. Le stime ufficiali, citate in un servizio dell'agenzia Reuters dello scorso febbraio, dicono che la crisi energetica costi al Senegal qualcosa come due punti percentuali di crescita ogni anno.
Quello senegalese ricorda il vento di ribellione che da un po' soffia in Uganda. Simili anche le dinamiche. A Kampala è stato il caro-carburante e la spirale inflazionistica conseguente a portare migliaia di persone in piazza che hanno progressivamente spostato la mira della loro protesta sul presidente Yoweri Museveni e sull'apparato repressivo ai suoi ordini. Così a Dakar nel mirino é finito subito il presidente Wade, al potere da 11 anni, che sta manovrando per garantirsi una terza rielezione. Il nesso tra le due crisi è semplice: come in molti Paesi in via di sviluppo, il clan presidenziale è tentacolare e ha in mano settori nevralgici dell'economia nazionale. Il ministero dell'Energia, tanto per fare un esempio, è stato affidato al rampollo di Wade, Karim, già titolare di un super-dicastero che mette insieme Trasporti aerei e Infrastrutture. Questo accadeva nell'ottobre scorso, dopo che un'altra serie di interruzioni del servizio aveva acceso la scintilla della rivolta e decine di manifestanti avevano attaccato una villa di proprietà del clan Wade. All'origine di tutto, c'è una gestione fallimentare della Senelec, investimenti sbagliati e la decisione di puntare su un mix energetico troppo sbilanciato sulla benzina. Con il risultato che il Senegal non può utilizzare più del 70 per cento della capacità produttiva di cui dispone che, se anche fosse impiegata tutta, basterebbe appena a coprire il fabbisogno. La dipendenza da generatori a benzina ha contribuito a portare sull'orlo del crack la compagnia di stato, il cui debito si aggira sui 300 miliardi di franchi Cfa, circa 450 milioni di euro. Ora si attende che arrivino i rifornimenti di carburante ma le navi-cisterna ancorate al largo non attraccheranno finche la Senelec non ripianerà i debiti.
I generatori si sono spenti e per un comprensibile cortocircuito si è accesa una protesta che ha impedito a Wade di ottenere quello che in un altro momento forse gli sarebbe riuscito senza troppi patemi. E siamo al primo tempo dell'attuale crisi. Il presidente aveva tentato di modificare la Costituzione per intervenire sulla legge elettorale ed abbassare la percentuale di voti richiesta per ottenere la presidenza, dal 50 al 25 per cento, mossa che gli avrebbe permesso di ottenere un terzo mandato senza faticare troppo e di nominare al contempo il figlio Karim, sempre lui, vicepresidente. Giovedì scorso ha ufficialmente abbandonato il progetto e ha rinunciato anche alla creazione di una vicepresidenza e di una successione guidata, uno dei principali obiettivi. Karim è diventato, suo malgrado, il simbolo di pratiche del passato, di cui ci si vorrebbe liberare, non solo in Senegal. Ed è proprio lui il punto debole di Wade, di quel padre che se l'era coccolato come l'unico orgoglio. Gestione deficitaria di un ente, l'Anoci, che nel 2008 avrebbe dovuto investire in infrastrutture e alberghi ma ha fatto poco. Sconfitto alle municipali di Dakar, era stato nominato ministro, a capo di un pacchetto di dicasteri nevralgici. Ora il fallimento di Senelec, a dispetto degli ingenti finanziamenti da parte dell'Agence Fracaise de Developement. Quando Wade ha provato a intestargli la vicepresidenza, la misura era già colma. Il Movimento 23 giugno, costituito per impedire una modifica della Costituzione a vantaggio del clan Wade, adesso vuole che il presidente non si ripresenti nel 2012. Anche Karim, che a quanto pare avrebbe chiesto al presidente francese Nicholas Sarkozy di mandare suoi soldati, ormai è fuori gioco.
Alberto Tundo