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La Huawei è il principale produttore cinese di dispositivi e apparati per le telecomunicazioni, il secondo al mondo. In occasione del viaggio del premier Wen Jiabao in Europa, ha siglato un accordo con il ministero dello Sviluppo ungherese per creare il suo centro forniture per l'Europa proprio nel Paese magiaro. Nella fabbrica saranno impiegate circa tremila persone e si calcola che vi verranno prodotti modem, smartphone e tablet Pc per un valore di oltre un miliardo di dollari l'anno.
È l'esempio più evidente di impresa cinese che delocalizza in Europa orientale, alla ricerca di forza lavoro qualificata e a buon mercato.
Proprio così, il modello si sta invertendo: la "fabbrica del mondo" che attirava investimenti stranieri in virtù dei vantaggi competitivi offerti dal suo mercato del lavoro, adesso inverte il flusso dei capitali e compra o costruisce manifatture nella vecchia Europa.
Ma non si tratta solo di delocalizzazione dovuta al basso costo del lavoro dell'Est europeo: l'Ungheria, come già la Moldavia, è la nuova testa di ponte del Dragone per sbarcare nel Vecchio Continente, un avamposto strategico.
Domanda e offerta si incontrano. I Paesi dell'ex blocco sovietico sono generalmente bisognosi di soldi. Mentre la Ue è alle prese con crisi greca e dintorni, la Cina dispone delle più cospicue riserve monetarie del mondo. Pechino a sua volta cerca di diversificare gli investimenti proprio per non puntare troppo sui buoni del tesoro di Paesi traballanti: asset che da un momento all'altro potrebbero diventare carta straccia. Anche il tradizionale acquisto di bond del Tesoro Usa non gode più di eccessiva fiducia, soprattutto dopo la crisi finanziaria globale creata dalla finanza creativa di Wall Street e poi gestita da Washington con politiche fiscali su cui Pechino non ha nessun controllo.
Così, la soluzione più appetibile sembra oggi il "going global" delle multinazionali cinesi, possedute in tutto o in parte dallo Stato: meglio comprare "roba" solida e concreta - valga l'esempio illuminante dei porti greci - che prodotti finanziari di dubbia tenuta.
Ancora meglio è sbarcare nel vecchio Continente con tutta la potenza del proprio denaro e costruire infrastrutture, ad esempio linee ad alta velocità, da vendere agli europei stessi.
Dobbiamo abituarci: sempre di più, nel futuro prossimo, dipenderemo da "padroni" cinesi e utilizzeremo merci prodotte dalle nostre parti ma contrassegnate con un brand in ideogrammi.
Questa operazione su larga scala è strategica anche per un altro motivo. Operare in un mercato evoluto come quello europeo, offre alle imprese cinesi la possibilità di aggiornarsi tecnologicamente, diventare più innovative e competitive. L'Europa è una specie di palestra. Da parte nostra, possiamo confidare sul fatto che, essendo la Ue il maggiore partner commerciale della Cina, Pechino ha tutto l'interesse a garantirne la stabilità con sufficienti iniezioni di liquidità.
Gabriele Battaglia
Parole chiave: Huawei, Wen Jiabao, Ungheria, lavoro, fabbrica, delocalizzazione, investimenti, Europa