Bijan Safari, giornalista iraniano ci introduce alle elezioni presidenziali in Iran
Scritto per noi da
Bijan Safari
Analizzando l’attuale situazione politica, economica,
culturale, sociale e il livello delle aspettative e delle richieste espresse
dalla popolazione iraniana, risulta evidente che ciò che la gente vuole in
questo momento è un governo forte, efficiente e attento ai problemi del paese,
che sia capace di lavorare secondo i valori e i principi di un istituto
democratico.

Dopo l’annuncio del temine per registrare le
candidature alla nona presidenza, sono pervenute agli organi competenti oltre
un migliaio di domande, avanzate da cittadini di ogni età (da un anziano
signore di 77 anni a un’esordiente signorina di 18 anni) e provenienti da ogni
strato e ambito sociale (tra gli altri si sono proposti un giocatore di calcio
e un attore, semplici lavoratori e perfino disoccupati). Da notare che tra gli
aspiranti canditati figuravano anche 89 donne, tra cui la figlia dell’Ayatollah
Taleghani, il capo religioso dell’Iran che dopo il crollo del regime dello Scià
fu il primo a pregare durante la preghiera del venerdì e sotto il regime dello
Scià trascorse gran parte dei suoi giorni in carcere; rilasciato dopo la
liberazione del paese, è stato uno dei leader più attivi nei primi anni della
rivoluzione.
Dubbia affluenza. Senza ombra di dubbio, una delle questioni
fondamentali che tiene banco tra l’opinione pubblica riguarda non tanto la
scelta del candidato migliore, quanto la partecipazione stessa alle elezioni.
È un problema che ha caratterizzato anche le precedenti
tornate elettorali ed è stato sintetizzato in due slogan: uno, più
tradizionalista, che mira a presentare il voto come un “Obbligo
Religioso” e a
giustificarne quindi la necessità sotto un profilo tradizionale, e uno
invece riassunto nel motto “Partecipare alla scelta del proprio
destino”.

Allo stato attuale, soprattutto tra gli studenti
politicamente impegnati (ritenuti da qualche anno uno dei gruppi più attivi e
incisivi del paese) si stanno diffondendo miriadi di opinioni differenti e sono
state proposte le analisi e le soluzioni più disparate sugli esiti di questa
nona elezione presidenziale. Gli osservatori politici ritengono che per la
prima volta, nei quasi trent’anni della Repubblica Islamica dell’Iran, i
candidati non siano in grado di esprimere alcun contenuto politico ideale
capace di motivare, incoraggiare o assorbire il consenso della maggioranza
degli elettori. Questa elezione è estremamente importante sia per gli attivisti
e gli elementi più impegnati nelle lotte politiche, sia per chi detiene cariche
di potere, e per la prima volta dalla vittoria della rivoluzione, è impossibile
prevedere quale sarà il livello di partecipazione (ossia l’affluenza alle urne)
da parte della popolazione.

Le alternative. Se vincerà uno dei conservatori, il controllo autoritario diverrà
totale. Tutti i poteri si concentreranno nelle loro mani, un’evenienza che non
si è mai verificata dall’inizio della rivoluzione. I due partiti hanno sempre
condiviso il potere “affiancati”. Molti ritengono che l’ipotesi che il potere
finisca nelle mani di un solo gruppo sia contraria agli interessi della popolazione
perché, da un lato, interromperebbe i canali di comunicazione tra società
civile e governo, dall’altro, le autorità non sarebbero in grado di rispondere
alle esigenze della società civile. Un’autorità più eterogenea, invece, oltre
a essere
più utile al paese, potrebbe accordare una maggiore libertà di pensiero a
filosofi e pensatori, e il tessuto sociale potrebbe godere di un più ampio
respiro e muoversi verso un maggiore sviluppo.
Anche quest’ anno, come nelle precedenti elezioni,
su 1050 potenziali candidati solo 6 hanno ottenuto l’approvazione del Consiglio
dei Guardiani. A loro ne sono stati aggiunti due imposti dalla guida suprema
della Repubblica Islamica dell’Iran. Giova ricordare che delle 89 donne che si
sono proposte come potenziali candidate, nessuna ha ottenuto l’approvazione.