27/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro la liberazione in semi-contemporanea di Ai Weiwei e Hu Jia

Due dissidenti scarcerati nel giro di pochi giorni e la stampa occidentale ripete il solito ritornello: "Saranno liberi davvero?"
No che non lo sono - è la risposta - sono più o meno agli arresti domiciliari, impossibilitati a parlare con chicchessia, dopo essere stati reclusi senza uno straccio di accusa plausibile.

Non è tuttavia per forza necessario leggere i recenti rilasci di Ai Weiwei e Hu Jia - nonché di Wen Tao, Hu Mingfen e Liu Zhenggang, assistenti del primo - secondo questo schema ricorrente. È forse più interessante chiedersi "perché". Perché, dopo mesi di repressione strisciante, il regime cinese decide di liberare due dei dissidenti più in vista proprio ora, a pochi giorni di distanza uno dall'altro? Semplice coincidenza temporale che ha fatto convergere due procedimenti giudiziari, non trasparenti, verso il medesimo esito in un lasso di tempo circoscritto?

Difficile crederlo. È allora interessante ipotizzare un diverso scenario. La parola chiave è tiaojie ("mediazione e riconciliazione"), cioè la soluzione extragiudiziale delle vicende giudiziarie, secondo armonia e caratteristiche cinesi.
La legge è stato il linguaggio attraverso cui la Cina è entrata in relazione con il resto del mondo all'epoca delle riforme post-maoiste. Aprire alle imprese straniere significava trovare un codice comune perché potessero operare nel Celeste Impero: ecco la razionalità condivisa del rule of law.
Tuttavia questa "scoperta" ha sempre convissuto con la tradizione cinese che ha sempre negato il diritto individuale. Esiste la benevolenza dello Stato, sì, ma tu, individuo, non hai diritti riconosciuti da far valere anche contro lo Stato stesso; la legge deve tendere all'armonia sociale, non alla tutela dei tuoi diritti. Detta altrimenti, il diritto non è un fine in sé: il fine è politico e anche la legge vi è sottoposta.

Certo, le pressioni non esattamente disinteressate dell'Occidente sono continue. I Paesi di diritto soggettivo hanno un atteggiamento altalenante nei confronti della Cina: quotidianamente le ricordano il suo status di Paese illiberale e, altrettanto quotidianamente, ci fanno affari.
Quando si sente messo sul banco degli accusati, il Dragone si chiude a riccio e il dialogo finisce lì.
Tuttavia è per ragioni interne che le autorità cinesi si stanno ponendo oggi, forse, il problema di come fare evolvere la propria base giuridica "secondo caratteristiche cinesi". Circa 180mila "incidenti" - rivolte sociali che assumono spesso forma cruenta - richiedono una risposta, perché nascono da forme di ingiustizia e diseguaglianza ormai palpabili ovunque. Perché mettono in pericolo la sovranità del Partito.

Wang Shengjun, presidente della Corte Suprema del Popolo cinese dal 2008, ha di recente ribadito l'importanza della mediazione extragiudiziale per "promuovere l'armonia sociale". L'ha fatto durante un seminario per giudici di alto livello, chiedendo loro di "tendere a una sintesi tra mediazione e giudizio [legale], dando priorità alla mediazione". Più chiaro di così.
Circa un anno fa, l'Assemblea nazionale del popolo ha varato una "legge sulla mediazione" entrata in vigore il 1 gennaio scorso che prevede tutta una serie di corpi intermedi - dalle corti locali agli uffici di pubblica sicurezza, passando per gli organismi di partito - che devono operare per la "riconciliazione" in ambito civile, avendo sempre presente che il fine ultimo è la "società armoniosa". I dati ufficiali dicono che nel 2010 il 65,29 per cento dei procedimenti di diritto civile si sono risolti così.

Ma in ambito penale, il supremo interesse dell'armonia sociale come si traduce?
Da un lato, la scarcerazione "extragiudiziale" (così come era stata extragiudiziale la loro condanna) dei dissidenti può indicare la volontà sincera di trovare una "via cinese" ai diritti umani, nel segno della mediazione. Potrebbe concretizzarsi nel graduale ampliamento di quella "zona grigia" all'interno della quale si può criticare il potere senza correre rischi: "Spingere i confini un po' più in là".
L'altra faccia della medaglia è la possibilità che il principio di mediazione sia la foglia di fico che garantisce alle autorità politiche di condannare i dissidenti nel nome dell'"incitamento alla sovversione dello Stato".
È una questione di equilibri che si spostano impercettibilmente e le due cose non si escludono, come lo Ying e lo Yang. L'Occidente, se vuole dialogare con la Cina, deve incominciare a capirlo.

 

Gabriele Battaglia

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