03/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista incrociata a Ron Pundak, israeliano, e Riad El-Malki, palestinese
BandiereRon Pundak, direttore del Peres Centre for Peace di Tel Aviv, e Riad El-Malki, direttore del Centro Panorama di Ramallah, hanno contribuito alla stesura degli Accordi di Ginevra, per quanto riguarda lo status di Gerusalemme. Ecco l’intervista a due voci che ci hanno rilasciato.
 
C’è un filo rosso che lega la storica stretta di mano fra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin (Washington, 13 settembre 1993), i colloqui di Taba, sul Mar Rosso, in Egitto (gennaio 2001) e gli Accordi di Ginevra (dicembre 2003). Ed è quello di chi, israeliano o palestinese, da dieci anni, incessantemente lavora per la pace. “Ginevra è il punto d’arrivo di tantissimi incontri tenutisi in Svizzera, Norvegia, Giappone, ecc.”, spiega Ron Pundak, co-autore assieme a Riad El-Malki della parte degli ultimi accrdi riguardante lo status di Gerusalemme. “Si è lavorato, con foto aeree alla mano, affrontando in concreto le questioni lasciate in sospeso dagli Accordi di Oslo. Un’idea ci ha guidato: abbiamo pensato al futuro, a ciò che è meglio per entrambe le parti. E mai noi, della delegazione israeliana, abbiamo detto ai palestinesi: non crediamo in voi”. Ne è uscito dunque un Accordo che, oltre alla Città Santa, scioglie altri nodi: la sicurezza, l’acqua, i confini, gli insediamenti. “Il confine segue la linea verde del 1967; e per le zone che Israele non vuole (o non può) lasciare per propri interessi, si pensano forme di compensazione”, conclude Pundak. “Così si è giunti a un testo che potrebbe essere sottoscritto già stanotte”. Del resto, secondo un recente sondaggio, il 45 per cento degli israeliani (e l’equivalente dei palestinesi) oggi lo accetterebbero.
 
Dietro gli Accordi di GinevraChi ha steso concretamente gli Accordi di Ginevra? R.P. Sono stati stesi da persone che hanno avuto ruoli ufficiali nei governi precedenti – sia quello israeliano che quello palestinese – e che è probabile che li abbiano nuovamente negli esecutivi futuri.
 
Eppure c’è chi obietta: mancano le firme eccellenti, cioè quelle di chi decide. Che cosa rispondete? R.P. È evidente che i leader di oggi non hanno la volontà politica di partecipare alla costruzione della pace; per questo la società civile ha preso iniziativa. La figlia di Shimon Peres, Dalia, è fra i firmatari. E tuttavia nessuno vuole prendere il posto del governo, ma dimostrare che esiste un interlocutore col quale è possibile negoziare.
R.E.M. Aggiungerei anche questa considerazione: Arafat avrebbe voluto firmare gli Accordi di Ginevra. Coloro che li hanno stesi, gli hanno chiesto di non farlo. Volevano prima un grosso sostegno da parte dell’opinione pubblica israeliana e palestinese.
 
Che cosa dimostra Ginevra? R.E.M. Innanzitutto dimostra che un interlocutore esiste. Quando gli israeliani rientrarono a casa, dopo il fallimento di Camp David (luglio 2000), la colpa fu fatta ricadere interamente su Arafat. “Manca una controparte con la quale sia possibile trattare”, si disse. E Sharon fece subito propria quella argomentazione. Ginevra è la prova tangibile che questo non è vero. Ora ci vuole solo la volontà politica di entrambe le leadership. E questa manca.
 
Manca anche da parte di Yasser Arafat? R.E.M. Sì. Entrambi le leadership sono responsabili dell’attuale deterioramento della situazione.
 
In breve, come descriverebbe lo stato attuale, dall’una e dall’altra parte? R.E.M. Entrambe le società sono in ostaggio della realtà. Entrambi i governi non lavorano per la pace, ma sostengono l’uccisione della controparte. È assolutamente urgente invece lavorare per la pace e per salvare vite umane. Se il governo non lo fa, la società civile deve prendere l'iniziativa. Ginevra è proprio questo: la società civile che si organizza.
 
Da un recente sondaggio risulta che tre quarti degli israeliani e dei palestinesi sono per la pace, ma allo stesso tempo appoggiano gli elementi più estremisti: per quale ragione? R.P.  Razionalmente desiderano la pace, ma dal punto di vista emotivo vogliono la vendetta. Per il futuro deve invece prevalere la voglia di pace. Da parte palestinese capisco comunque quanto sia difficile sostenere e lavorare per la pace, finché ci sarà l’occupazione. La pace è dei coraggiosi.
 
In concreto, che cosa si può (e si deve) fare perché gli Accordi di Ginevra non cadano nel dimenticatoio? R.E.M. Più israeliani e più palestinesi verranno coinvolti in questo dibattito, e meglio sarà. Bisogna iniziare un lavoro diplomatico ad alto livello di rafforzamento dell’Accordo. Adesso abbiamo un’opportunità che nasce dall’interno: non è scesa dal cielo, non ci è stata imposta dagli Stati Uniti o dall’Unione Europea. Se perdiamo oggi questo treno, non so quando ne ripasserà un altro. E quanta altra gente dovrà morire. Ecco perché serve il sostegno di tutti.
 
Ron Pundak, come valuta la proposta di smantellare completamente gli insediamenti di Gaza, avanzata da Ariel Sharon?  R.P. Il fatto che Sharon abbia fatto questa proposta, dimostra che si è sentito in qualche modo minacciato da Ginevra. Purtroppo, però, lo conosco da tempo. Per precedenti esperienze degli anni 70-80-90 mi risulta difficile oggi credergli. Ma aggiungo: bene, se lo fa. In ogni caso, tuttavia, non potrà mai essere un’iniziativa unilaterale.
 
Alessandra Garusi
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Israele - Palestina