Ron Pundak, direttore del Peres Centre for
Peace di Tel Aviv, e Riad El-Malki, direttore del Centro Panorama di Ramallah, hanno
contribuito
alla stesura degli Accordi di Ginevra, per quanto riguarda lo status di
Gerusalemme. Ecco l’intervista a due voci che ci hanno rilasciato.
C’è un filo rosso che lega
la storica stretta di mano fra Yasser Arafat e Yitzhak Rabin
(Washington, 13 settembre 1993), i colloqui di Taba, sul Mar Rosso, in
Egitto (gennaio 2001) e gli Accordi di Ginevra (dicembre 2003). Ed è
quello di chi, israeliano o palestinese, da dieci anni, incessantemente
lavora per la pace. “Ginevra è il punto d’arrivo di
tantissimi incontri tenutisi in Svizzera, Norvegia, Giappone, ecc.”,
spiega Ron Pundak, co-autore assieme a Riad El-Malki della parte degli ultimi
accrdi riguardante lo status di Gerusalemme.
“Si è lavorato, con foto aeree alla mano, affrontando in concreto le
questioni lasciate in sospeso dagli Accordi di Oslo. Un’idea ci ha
guidato: abbiamo pensato al futuro, a ciò che è meglio per entrambe le
parti. E mai noi, della delegazione israeliana, abbiamo detto ai
palestinesi: non crediamo in voi”. Ne è uscito dunque un Accordo che,
oltre alla Città Santa, scioglie altri nodi: la sicurezza,
l’acqua, i confini, gli insediamenti. “Il confine segue la linea verde
del 1967; e per le zone che Israele non vuole (o non può) lasciare per
propri interessi, si pensano forme di compensazione”, conclude Pundak.
“Così si è giunti a un testo che potrebbe essere sottoscritto già
stanotte”. Del resto, secondo un recente sondaggio, il 45 per cento
degli israeliani (e l’equivalente dei palestinesi) oggi lo
accetterebbero.
Chi ha steso
concretamente gli Accordi di Ginevra? R.P. Sono stati stesi da persone
che hanno avuto ruoli ufficiali nei governi precedenti – sia quello
israeliano che quello palestinese – e che è probabile che li abbiano
nuovamente negli esecutivi futuri.
Eppure c’è chi obietta: mancano le
firme eccellenti, cioè quelle di chi decide. Che cosa
rispondete? R.P. È evidente che i leader di oggi non hanno la volontà politica di
partecipare alla costruzione della pace; per questo la società civile
ha preso iniziativa. La figlia di Shimon Peres, Dalia, è fra i
firmatari. E tuttavia nessuno vuole prendere il posto del
governo, ma dimostrare che esiste un interlocutore col quale è
possibile negoziare.
R.E.M. Aggiungerei anche questa considerazione: Arafat avrebbe voluto firmare
gli Accordi di Ginevra. Coloro che li hanno stesi, gli hanno chiesto di
non farlo. Volevano prima un grosso sostegno da parte dell’opinione
pubblica israeliana e palestinese.
Che
cosa dimostra Ginevra? R.E.M. Innanzitutto dimostra che
un interlocutore esiste. Quando gli israeliani rientrarono a casa, dopo
il fallimento di Camp David (luglio 2000), la colpa fu fatta ricadere
interamente su Arafat. “Manca una controparte con la quale sia
possibile trattare”, si disse. E Sharon fece subito propria quella
argomentazione. Ginevra è la prova tangibile che questo non è vero. Ora
ci vuole solo la volontà politica di entrambe le leadership. E questa
manca.
Manca anche
da parte di Yasser Arafat? R.E.M. Sì. Entrambi le
leadership sono responsabili dell’attuale deterioramento della
situazione.
In
breve, come descriverebbe lo stato attuale, dall’una e dall’altra
parte? R.E.M. Entrambe le società sono in ostaggio della realtà. Entrambi i governi
non lavorano per la pace, ma sostengono l’uccisione della controparte.
È assolutamente urgente invece lavorare per la pace e per salvare vite
umane. Se il governo non lo fa, la società civile deve prendere
l'iniziativa. Ginevra è proprio questo: la società civile che si
organizza.
Da un
recente sondaggio risulta che tre quarti degli israeliani e dei
palestinesi sono per la pace, ma allo stesso tempo appoggiano gli
elementi più estremisti: per quale ragione? R.P. Razionalmente desiderano la pace, ma dal
punto di vista emotivo vogliono la vendetta. Per il futuro deve invece
prevalere la voglia di pace. Da parte palestinese capisco comunque
quanto sia difficile sostenere e lavorare per la pace, finché ci sarà
l’occupazione. La pace è dei coraggiosi.
In concreto, che cosa si può (e si deve) fare perché gli
Accordi di Ginevra non cadano nel dimenticatoio? R.E.M. Più israeliani e più
palestinesi verranno coinvolti in questo dibattito, e meglio sarà.
Bisogna iniziare un lavoro diplomatico ad alto livello di rafforzamento
dell’Accordo. Adesso abbiamo un’opportunità che nasce dall’interno: non
è scesa dal cielo, non ci è stata imposta dagli Stati Uniti o
dall’Unione Europea. Se perdiamo oggi questo treno, non so quando ne
ripasserà un altro. E quanta altra gente dovrà morire. Ecco perché
serve il sostegno di tutti.
Ron Pundak, come valuta la proposta
di smantellare completamente gli insediamenti di Gaza, avanzata da
Ariel Sharon? R.P. Il fatto che Sharon abbia
fatto questa proposta, dimostra che si è sentito in qualche modo
minacciato da Ginevra. Purtroppo, però, lo conosco da tempo. Per
precedenti esperienze degli anni 70-80-90 mi risulta difficile oggi
credergli. Ma aggiungo: bene, se lo fa. In ogni caso, tuttavia, non
potrà mai essere un’iniziativa unilaterale.