L'Argentina di oggi e quella della dittatura. Cosa è cambiato con Kirchner
Ne
parla Julio Velasco, l’allenatore che ha ripetutamente portato alla
vittoria la nazionale italiana di pallavolo e che ha iniziato la sua
carriera sfuggendo alla dittatura argentina.
C'è un legame tra la dittatura del ‘76 e
il suo lavoro di allenatore di oggi?
La
dittatura mi costrinse a lasciare La Plata e gli studi di filosofia per
andare a Buenos Aires, dove era più facile passare inosservati. Lì
cominciai ad allenare per lavoro. Il mio trasferimento in Italia fu
successivo e non dipese dalla dittatura. Ma nel ‘74-‘75 la sentivamo
arrivare. A La Plata molti dei miei amici erano stati già uccisi. Io
avevo militato per anni nel partito comunista, ma già a quell’epoca non
ne facevo più parte. Uno dei miei più cari amici, un anarchico, era
sparito insieme al fratello. Un altro era stato ucciso proprio il
giorno del golpe, davanti alla porta di casa e alla moglie incinta. Mio
fratello più piccolo, Luis, sparì per due mesi, prelevato
dai militari. Tra i compagni uccisi, uno si era nascosto a casa mia per
tre giorni prima di essere prelevato dalla polizia. Da quel momento
capii che dovevo trasferirmi. A Buenos Aires cambiai lavoro e ambiente.
Dalla filosofia allo sport. Avevo cominciato ad allenare già
un anno prima a La Plata, perché all’Università mi era stato tolto il
lavoro di precettore (una figura di aiuto agli insegnanti): nel ‘74, un
ministro di ultra destra aveva cacciato tutti i precettori,
sostituendoli con militanti di estrema destra.
Quali sono le tappe della sua
carriera? Iniziai nel ‘75, con gli Estudiantes
de la Plata. Poi a Buenos Aires, allenai varie squadre della città
(Banfield, Jeva, Ferrocarril Oeste). Passai in nazionale nell’81, come
secondo allenatore dell’Argentina fino all’83. E quindi in Italia: a
Jesi per due anni, nell’85 alla Panini Modena, nell’89 in Nazionale
Italiana, nel ‘97 con la nazionale femminile. Nel ‘98 alla Lazio come
direttore generale; successivamente all’Inter, sempre come dirigente,
per tornare allenatore nella nazionale della Repubblica ceca. Infine
quest’anno, a Piacenza.
Il
suo arrivo in Italia? Nell'83. Nell'82 in
Argentina c'era stato il mondiale di pallavolo. Molti giocatori erano
stati contattati. A me offrirono di allenare una squadra piccola, di
A2, a Jesi. Volevo fare questa esperienza. Da sempre. Pensavo di vivere
in Europa due o tre anni. Poi ci sono rimasto. Venire in Europa è il
sogno di tutti gli argentini che hanno fatto l’Università.
Perché? Perché
l’Argentina è una terra di immigrati. C’è un proverbio che dice: “I
messicani discendono dagli atzechi, i peruviani dagli Inca, gli
argentini dalle navi”.
Torniamo agli anni in Argentina: ci si accorge
subito della dittatura, o si scivola poco a poco e improvvisamente ci
si trova in mezzo? In Argentina fu sempre di
colpo. Ci svegliavamo la mattina e improvvisamente sentivamo la musica
militare alla radio. I colpi di stato erano continui. Quello del ‘76 è
stato solo l'ultimo, il più feroce. Le dittature in America Latina non
sono mai arrivate lentamente. In Europa è facile avere
preconcetti, perché la situazione è diversa. Si analizza l'America
Latina con i preconcetti degli europei. Ma non funziona.
C'è un modo di resistere alla
dittatura? È difficile dare consigli. Dipende
dal tipo di dittatura. Innanzitutto, non bisogna mai perdere le misure
di sicurezza, altrimenti si rischia di non raccontarla. In Argentina,
molta della gente uccisa le aveva sottovalutate. Ad esempio, mio
fratello fu preso a casa di mia madre. Non militava più e si sentiva
sicuro. Sbagliava. In secondo luogo, resistere. Non solo
politicamente. Nelle piccole cose. Bisogna forzarsi di non diventare
come gli altri, come quelli che fanno da sostegno alle dittature.
Quindi è fondamentale essere onesti e accettare le differenze. Di ogni
tipo. Politiche innanzitutto.
Della
dittatura, le torna in mente la faccia di qualcuno? Videla. È lui il simbolo di quella dittatura.
Della sua storia personale della
dittatura? Diversi momenti. Un mio amico
quando è venuto a dirmi che mio fratello era stato preso. Aveva 21
anni, studente di medicina. Torture. Due simulacri di fucilazioni. A me
hanno preso durante manifestazioni e picchiato. Ma niente di forte.
L'altra immagine è quella delle madres di Plaza de Mayo.
Kirchner sta
facendo parecchie riforme nella giustizia. È l'inizio di una rinascita? Vedo con simpatia tutte queste iniziative.
Rendono felici quelli come me, la gente di classe media, legata ai
movimenti politici. Ma il problema è che in Argentina, ora c’è un
enorme settore povero diventato marginale, e un settore di classe media
diventato povero. Qui si giocherà il futuro. Poi, le riforme di
Kirchner danno anche forza alla classe media, perché fanno sperare nel
futuro, fanno credere che è possibile fare qualcosa. Vedo però con
preoccupazione l’eccessiva personalizzazione, il fatto che un’altra
volta è una persona che salva l’Argentina, mentre continua a mancare
una coscienza democratica profonda. E poi ci sono conti che
non si vogliono assolutamente fare. Ad esempio che non c’è stato colpo
di Stato senza appoggio anche della popolazione. Menem – è bene
ricordarlo – è stato votato dalla popolazione. Quanto alle
riforme della giustizia, vanno benissimo, ma è anche vero che certe
leggi era impossibile farle prima, perché il governo era troppo debole.
I militari, inoltre, avevano coinvolto la maggior quantità di soldati
nelle operazioni di repressione. E coinvolgendo tutti, tutti erano
implicati. Infine, credo che certe riforme siano possibili ora, perché
gli Stati Uniti sono impegnati su altri fronti e hanno meno risorse per
intervenire in America Latina. Lasciano correre finché Kirchner (così
come Lula) si mantiene all’interno di certi limiti.
Dicono che lei lavora molto sulle relazioni...
Dicono tante cose. Parte di questo fenomeno della fama, è che una cosa
sono io, l'altra il mio personaggio. Sono due cose diverse. Fanno parte
del personaggio tutte le speculazioni fatte sul perché vinco... Tutti
gli allenatori lavorano sulle relazioni... gestiscono uomini... Non di
più di altri lavori.
Lavorare sulla persona è il segreto del successo?
Sì... ma non sempre. Molte aziende mi invitano a parlare di risorse
umane. A volte faccio un'ironia un po' acida: sembra che negli ultimi
anni le aziende abbiano scoperto che dentro ci lavorano persone. Negli
anni 70-80, si pensava che la chiave dello sviluppo fosse nella
rivoluzione tecnologica. Ma la tecnologia e l'efficienza non sono
sufficienti. Se le risorse umane non funzionano, non si va da nessuna
parte. Per cui oggi c'è una gran preoccupazione, ovunque, su come
gestire le persone.
Al lato umano, Lei ha sempre guardato... Beh, io vengo da quella formazione.
La sua più grande soddisfazione e il suo più grande cruccio?
Di soddisfazioni ce ne sono tante: dalle figlie alle vittorie sportive,
al ritrovarsi fra amici dopo gli anni della repressione, quando non
sapevamo più dove era uno e dove era l'altro. Al fatto, anche, che la
gente ti riconosce. Su cose che non erano vittorie, ma modi di essere
che ti vengono riconosciuti proprio quando meno te lo aspetti. Ad
esempio: negli anni in cui ho cominciato ad allenare, quando allenavo i
bambini, ci fu uno sciopero dei professori. Partecipai in piena
dittatura e mi licenziarono. Passai ad un'altra squadra. Quindi mi
toccò giocare contro la squadra che avevo allenato prima. Vincemmo.
Alla premiazione, i genitori della squadra che avevo allenato prima (e
che aveva perso) mi applaudirono. Fu commovente. È una soddisfazione
che mi ricordo tanto come le vittorie con la nazionale italiana. Io ho
lavorato molto con i bambini e mi piace.
C'è qualche grosso fallimento nelle sua vita?
Intanto un fallimento non personale: il golpe del ‘76. Lo vedevamo
venire. E sapevamo che sarebbe stato un orrore. Ma non tutti lo avevano
capito. Quello è stato un fallimento che mi ha segnato: le morti che
poi sono venute, quello che abbiamo dovuto fare, l'abitudine
all'orrore... Nel personale, è stato un fallimento non aver finito
filosofia, anche se poi è stata la mia fortuna. Mi mancavano sei esami
alla laurea. Non aver vinto le olimpiadi, anche. Ma è stata una
sconfitta relativa, perché non abbiamo vinto, ma abbiamo perso bene.
Per due punti, con molta dignità e giocando – a detta di tutti – la
miglior partita della pallavolo mondiale.
Ha un sogno?
Quando uno arriva alla maturità, ha desideri più semplici: dalla salute
della mia famiglia a continuare a fare quello che faccio con
entusiasmo. Questo per me è un grande privilegio.
Un sogno ricorrente?
Non ce l'ho. Posso emozionarmi, ma sono una persona molto pragmatica.
Io dico sempre che la realtà è come è e non come vorrei che fosse. Su
questo slogan insisto molto, sia con i miei giocatori che con i miei
collaboratori e quando discuto di politica. Io prima di sognare, faccio
uno sforzo per vedere la realtà così com'è. È uno sforzo che purtroppo
fanno in pochi. C'è paura. E poi capirla senza schemi ideologici,
analizzare la cosa in libertà vera.
Ha una paura ricorrente? Magari prima di una partita importante?
Le mie uniche angosce hanno a che fare con la salute. Nelle partite non
ho paura. Sono sempre consapevole che in fondo è un gioco. Questo non
significa che uno non faccia poi di tutto per vincere. Del resto, un
buon allenatore non può essere troppo apprensivo. Per una squadra è
dirompente creare paura.
Lo sport è un esercizio di democrazia?
Beh, è una battaglia simulata. Nello sport si esprime aggressività
controllata dalle regole. Come la vita democratica, insegna a
controllarci, a rispettare le regole.
Lei ha allenato squadre maschili e femminili. Si lavora diversamente con le une
e le altre? Le
differenze sono molte. Innanzitutto, la donna compete più con sé stessa
che con gli altri. È più interessata a progredire che a vincere. Se
perde ma ha progredito si sente meglio. Il maschio no. Preferisce
vincere senza progredire. E questo c’entra molto con l’autostima. La
donna ne ha meno. Tende a colpevolizzarsi di più, anche quando non lo
è. Per cui, la metodologia di lavoro con le donne è completamente
diversa. Mentre negli uomini funziona bene stimolare il loro orgoglio,
nelle donne no. Nella donna è importante un rapporto affettivo, di
tranquillità: “Comportiamoci così e vedrai che ce la faremo”. Con i
maschi questo non funziona: tendono a sedersi. La donna, invece, ha una
grande capacità di lavoro, di applicazione. Per contro, i maschi sono
più intraprendenti perché hanno meno paura di sbagliare. Innanzitutto,
a volte danno la colpa dell’errore ad un altro, anche quando sbagliano
loro. Poi, se anche sbagliano, non mettono in discussione tutto il
proprio essere, come fa la donna, che quando commette un errore, pensa
di non essere capace in generale. Questo la spinge, spesso, a non
rischiare. Non si può rimproverare nello stesso modo un uomo e una
donna. La durezza, in generale, funziona solo con gli uomini.
Ha dei motti?
Sì, molti, sono famoso per i miei motti. Uno che mi ripeto spesso è “si
può soffrire, ma non subire”. E poi “non mollare mai”. Lo insegno ai
miei giocatori: possiamo essere inferiori, possiamo perdere, ma solo il
fatto di non mollare è di per sé gratificante. Poi c’è un’espressione
che mi piace molto. Viene dal tango. “Quien me quita lo bailado”, “Chi
mi toglie quello che ho ballato”, che vuol dire “Mi godo quello che ho
vissuto”, poi avremo nuovi traguardi. C’è gente, invece, che vede
sempre quello che gli manca. Poi io credo nell’unità dei contrari, cioè
che le cose contraddittorie convivono, non si escludono. Il punto
migliore è quando c’è un equilibrio anche tra cose molto
contraddittorie. Mi piace quando due cose convivono in una
contraddizione instabile. Amo la diversità. La mia vita è stata fatta
di diversità di tutti i tipi: dal tipo di amici di culture e di idee
diverse, al lavoro, che si è spostato dalla filosofia allo sport.
Se tornasse indietro farebbe ancora l’allenatore?
Sì, certo. Se però venisse una fata e mi chiedesse quale dono vorrei,
le chiederei di essere un musicista di sax. Baratterei volentieri le
mie doti di comunicatore per quelle musicali.
Paola Erba
Alessandra Garusi