04/11/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La cancellazione di una cultura millenaria. Parla Stefano Dallari
‘Tibet perduto’ è il titolo del libro fotografico del grande Fosco Maraini che sull’altopiano viaggiò nel ’37 e nel ’48, undici anni prima dell’invasione cinese. Immagini in bianco e nero di paesaggi, architetture, volti e celebrazioni religiose che oggi è difficile ritrovare nell’immenso Paese himalayano. Il Tibet di Fosco, Stefano Dallari e il Dalai Lama fotografo e viaggiatore scomparso nel giugno scorso, non c’è più. Testimone di questa perdita è un suo caro amico, Stefano Dallari, presidente e fondatore della Casa del Tibet, di ritorno dal viaggio Shanghai – Lhasa - Pechino. Lo abbiamo incontrato in un pomeriggio ancora assolato di autunno a Votigno, incantevole borgo medievale sulle colline reggiane, a due chilometri dal famoso castello di Canossa. Qui, al centro di un panorama mozzafiato, sorge dal 1990 la Casa – unica in Europa - dedicata alla cultura tibetana. Su una pietra arenaria bianca, è incisa una frase: “Io sono te”, che accoglie il visitatore insieme al grande sorriso del medico reggiano. “Scoprii il Tibet nel 1982. Sulle immense montagne del Ladakh, il Tibet indiano, svolsi le ricerche della tesi in odontoiatria. Studiando i denti dei monaci, sani nonostante non avessero mai usato lo spazzolino, incontrai il sorriso prezioso della loro anima”.
 
Perché è arrivato in Tibet passando dalla Cina?
Per vedere il Tibet con occhi cinesi. Sono partito da Shanghai, la New York della Repubblica Popolare, dove ho visto uno sviluppo impressionante e inarrestabile che avrà grandi ripercussioni anche sulla nostra vita e in particolare sui diritti dei lavoratori europei. Il Tibet può aiutarci a comprendere cosa ci sta succedendo.
 
In che senso?
Guardare il Tibet significa osservare il mondo da un’angolazione privilegiata. Possiamo comprendere i cambiamenti del pianeta anche attraverso ciò che è accaduto in questo Paese: la repressione di un’evoluzione spirituale e il passaggio, in Cina, dalla rivoluzione ideologica di Mao all’esplosione economica degli ultimi anni.
 
Quando è arrivato in Tibet che cosa ha trovato?
Un Tibet di plastica. Dove c’è tutto e il contrario di tutto. La prima cosa che ho visto arrivando a Lhasa, è stata una palma di gomma, segno di quanto sia stato stravolto un laboratorio spirituale un tempo isolato dal mondo. Ero stato nella la capitale del Tibet nell’87. Allora era popolata di monaci. Oggi, invece, è rimasto solo un piccolo quartiere originario. Lhasa è una grandissima città cinese, abitata da cinesi e destinata a cambiare sempre di più visto che sta arrivando la ferrovia. I monasteri sono stati tirati a lucido affinché funzionino come attrazione turistica. Il quartiere dietro il Potala (residenza del Dalai Lama fino al ’59, ndr.) è stato distrutto e al suo posto è stata costruita una bellissima piazza piena di taxi e circondata da luminarie. Si respira l’atmosfera di una metropoli ben organizzata. Ci sono i risciò coi loro percorsi prestabiliti, i venditori di chincaglierie e l’ufficio informazioni. Qui un turista può trovare un servizio perfetto.
 
Il turismo sta nuocendo al Tibet?
Forse si. Avevo pensato di lanciare una campagna di boicottaggio dei viaggi in Tibet, ma non ho trovato consensi.
 
anziana, LhasaHa visto i segni della repressione cinese?
No. Non ho visto presidi dell’esercito, camionette militari o un mitra puntati. Solo un monastero circondato dal filo spinato…come a simboleggiare che la religione è prigioniera di un’ideologia politica ed economica.
 
Che cosa è rimasto di una cultura millenaria?
A Shigatze e in altre parti del Tibet si celebrano ancora feste e riti antichissimi. La saggezza tibetana sopravvive, ma è prigioniera. Un esempio: il monastero era tirato a lucido perché stava per arrivare il Panchen Lama (il successore del Dalai Lama imposto dal governo cinese, dopo che il Panchen Lama originario – un bambino di soli sei anni – fu rapito nel ’95) che ho poi visto la sera in un programma della tv locale. Parlava con i dirigenti cinesi e i tibetani gli portavano delle offerte. Oggi il duplicato del Dalai Lama funziona come attrazione turistica e rappresenta il falso rifiorire della religione sotto il controllo istituzionale. In questo modo i cinesi vogliono dimostrare che non ci sono più problemi. Nelle campagne intorno a Shigatzse, inoltre,  si ritrova la tipica famiglia tibetana: l’uomo, la donna, la collana, il mulino di preghiera e il baule pronto per gli spostamenti tipico di una popolazione nomade. C’era però un segno che qualcosa è cambiato per sempre: l’immagine scoperta del nuovo Panchen Lama e, accanto, la cornice vuota dove c’era la foto - oggi proibita - del Dalai Lama.
 
In questo modo continua la repressione cinese della cultura tibetana?
 
Il controllo è sottile e subdolo. Passa attraverso il business e le sue scritte pubblicitarie in cinese. Di sera il Jokang (tempio di Lhasa, ndr.) si spegne e si accende il Dicos, il Mc Donald’s cinese. Qui era stato installato uno schermo gigante per mostrare le vittorie cinesi durante le Olimpiadi. Le premiazioni di atleti di altre nazionalità non venivano trasmesse. Fa parte dell’ideologia attuale: “Tutti devono essere orgogliosi di essere cinesi perché vincenti”. Ai tibetani, dunque, rimangono poche chance. I ragazzi rincorrono gli stili di vita occidentali, mentre alcuni anziani mendicano per le strade. La fede resta, ma c’è un vuoto di quarant’anni di insegnamento. Dopo il ‘59 moltissimi maestri buddisti sono fuggiti, sono stati incarcerati o sono scomparsi. Sono rimasti pochi angoli intatti di una cultura millenaria . Per esempio, non si vedono più i monaci bambini. Oggi per entrare in monastero i ragazzi devono avere diciotto anni e l’approvazione del governo. Mentre i monaci adulti sembrano solo i guardiani dei templi.
 
Cambia la Cina e cambiano gli strumenti di controllo sociale…
Avevo una paura ed è stata confermata. Ai cinesi interessa più il business della politica. La nuova strategia monacicinese punta sulla ricchezza e sul benessere per giustificare il controllo sociale. E’ un processo inarrestabile e i risultati sono sui mercati di tutti. I movimenti di contestazione non si vedono più. Non c’è più traccia dei ragazzi di piazza Tienanmen. Ho parlato con un'intellettuale di Shanghai, era contenta dello sviluppo raggiunto dal Paese. Di potersi muovere per la Cina, una cosa che prima era vietato fare.
 
Così in Tibet. Il dissenso è stato annullato del tutto?
Non è facile dirlo. Nel 1987 si sentiva la repressione, ma anche l’entusiasmo. Durante il viaggio l’entusiasmo non l’ho più sentito e la repressione non l’ho più vista. Ho visto di sera centinaia di ragazzi tibetani divertirsi con fiumi di birra americana e musica diffusa. Oggi in Tibet non si riesce più a parlare di politica. Per gli adulti è un rischio troppo grosso e per le nuove generazioni una semplice complicazione.
 
Che cosa abbiamo perduto?
Distruggere la cultura significa cancellare la coscienza del mondo. La cultura cinese e quella tibetana sono completamente diverse. Mao diceva che la rivoluzione si fa con la violenza, mentre il Dalai Lama ha insegnato a ricercare la pace interiore e la non-violenza. Per questo si è arrivati alla collisione.
La sera dopo la strage di Beslan ho pensato agli insegnamenti del Dalai Lama. Come si fa a togliere la violenza dal mondo se non si eliminano le cause? L’esasperazione dovuta alla povertà, all’ignoranza e all’integralismo può sfociare soltanto in atti sempre più cruenti e generalizzati. E’ assolutamente disumano ciò che è successo in quella scuola. Si è raggiunta una chiusura mentale assoluta motivata dall’odio. Il Dalai Lama ha un antidoto: “ Trasforma il tuo peggior nemico nel migliore amico e maestro. Ritieni ogni vittoria ottenuta con le sofferenze del nemico la peggiore delle sconfitte”. Riuscire ad applicare questo insegnamento sarebbe una medicina preziosa per l'umanità. Questi antidoti erano incarnati dal Tibet e ci danno la misura di ciò che rischiamo di perdere.
 
Che futuro attende il Tibet?
Recentemente una delegazione del Dalai Lama si è recata a Pechino e in Tibet. Si è parlato forse anche di un eventuale ritorno del Dalai Lama al Potala. E' un momento molto delicato. La fine dell'esilio del Dalai Lama da una parte potrebbe aprire la via per una soluzione negoziata del problema, dall'altra potrebbe essere utilizzata dalla Cina come una manovra per far credere di essere disposti a migliorare le condizioni dei diritti umani in vista delle Olimpiadi 2008. Il lavoro della Casa del Tibet è basato sull’impegno per tenere viva e diffondere la millenaria cultura tibetana. Il rammarico più grande è vedere le persone di pace - come il Dalai Lama - trattate da perdenti. I potenti della terra continuano a considerare già sconfitto un popolo che non si arma. Così facendo, non ci potrà essere fine alla sofferenza per l’intero pianeta.
 
La fotogallery
 
 
 
 
 
 
 

Francesca Lancini

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