scritto per noi da
Paola Erba
Tutto è iniziato venerdì scorso, non appena è
girata voce che le firme per convocare il
referendum contro Chavez non erano
sufficienti. Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) lo ha poi
confermato: dei circa 3,4 milioni di firme presentate dall'opposizione,
solo un numero compreso tra 1,7 e 1,8 milioni è valido, 667mila sono
contestate, mentre addirittura un milione sarebbero nulle.
"Da una settimana, gruppi di facinorosi bloccano le
strade con barriere di immondizia e pneumatici a cui danno fuoco dopo
averli cosparsi di kerosene". A parlare, da Caracas, è Giulio
Santosuosso, italiano, da trent'anni in Venezuela. "In alcune
zone, questo ha portato a scontri con le forze dell'ordine. Proprio
ieri sera, sotto casa mia si è sentita una sparatoria. Stavo
parlando con il portiere e ci siamo buttati per
terra. Gli scontri - è vero - ci sono. Ma i mezzi di
comunicazione ne hanno strumentalmente esagerato la portata.
Questi facinorosi non sono altro che ragazzini. Hanno tra 15 e
i 22 anni. E alcuni sono pagati".
"Pochissima gente - continua -
è d'accordo con loro. Dove io abito (un quartiere
medio-alto, di bianchi che probabilmente votano per
l'opposizione) sono stati gli stessi cittadini a
distruggere le barriere appena costruite. Secondo una recente
inchiesta, l'89 per cento della popolazione, indipendentemente dalle
idee politiche, non è d'accordo con il blocco delle
strade. E il 56 per cento chiede che i
militari le liberino. Ma è chiaro che dieci ragazzini che
bruciano gomme e pattumiera fanno più notizia. Diamo
un'occhiata ai titoli dei giornali: Caracas contesta le
decisioni del Cne: è scritto dappertutto, ma non è esatto.
Bisognerebbe dire: 'duemila ragazzini contestano la decisione del Cne'.
E ancora: Caracas a fuoco. In realtà, il fuoco è
stato appiccato solo in alcuni punti dei quartieri alti (in pratica,
sullo 0,0003% del territorio urbano del Paese). Uno degli
aspetti inediti della problematica politica venezuelana è la
parzialità dei mezzi di informazione, tutti in mano
all'opposizione".
"Chávez
- spiega Santosuosso - è il primo presidente di
colore in un Paese dove il razzismo è nascosto e dove i
bianchi sono i proprietari di tutto. Vinse le
elezioni con percentuali mai viste prima: il 58 per cento degli elettori votò
per
lui. La gente di destra l' ha sopportato fino al 2000,
quando iniziò ad approvare una serie di leggi che modificavano
la struttura economica del Paese. E che minavano i privilegi di una
minoranza. Prima fra tutte la legge sulla terra, che non permette
di tenere piú di cinquemila ettari inutizzati. Fu
allora che cominciarono i colpi di stato. Tutti
falliti. E visto che scioperi
e golpe non eliminano Chavez,
per destituirlo, l'opposizione sta usando l'articolo della
costituzione che prevede la possibilità di un
referendum revocatorio dopo la metà del mandato".
Secondo le ultime decisioni del Cne, il 18
marzo, i cittadini a cui è stata contestata la
firma potranno tornare a sottoscrivere il referendum. Saranno
allestiti centri ad hoc in molte città.
Poi, il 25 marzo il Cne emetterà il verdetto definitivo.
E mentre il governo venezuelano parla di un
ennesimo tentativo di colpo di stato dopo quello fallito e orchestrato
da Washington nell'aprile dello scorso anno, l'opposizione, attraverso
la sua Union Radio ha fatto sapere di non essere
intenzionata a 'negoziare sulle firme dei cittadini che
vogliono cacciare il presidente'. E ha chiesto aiuto al Centro Carter
(statunitense) e all'Organizzazione degli Stati Americani (Oas).