21/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Dietro la visita di Mahmud Jibril, la ricerca cinese di un nuovo stile diplomatico

"Nel 1979 ci siamo persi trattando solo con lo Scià in Iran, nel 1989 idem nella Romania di Ceausescu, proprio mentre il suo regime crollava, e nel 1999 nella Serbia di Milosevic. Nel 2011, la Cina deve farsi più furba".
Queste parole, pronunciate da un anonimo accademico cinese, spiegano perfettamente la scelta di Pechino, che ha ricevuto Mahmud Jibril per colloqui formali con il ministro degli Esteri, Yang Jiechi. Jibril è attualmente il capo del governo provvisorio dei ribelli libici, già lobbista degli interessi angloamericani all'interno del regime di Gheddafi.

La maggior parte degli analisti leggono nella visita l'ennesimo colpo alla leadership traballante del Colonnello e, dopo il primo giorno di coloqui, Yang Jiechi ha definito il Consiglio Nazionale di Transizione "un importante interlocutore" (dichiarazione riportata dal sito web del ministero).
Secondo tradizione diplomatica cinese, le autorità di Pechino non hanno reso esplicito l'oggetto specifico dell'incontro, che è stato preceduto da un nuovo appello, rivolto a entrambi gli schieramenti libici, per un cessate il fuoco immediato. A inizio mese, anche il ministro degli Esteri di Gheddafi, Abdelati al-Obeidi era stato nella capitale cinese. Dietro questa reiterata equidistanza, è probabile che la Cina consideri ormai segnata la sorte del rais libico.

La "non intromissione" nelle vicende interne degli altri Paesi e la preferenza accordata alle relazioni intergovernative è stato un vero e proprio dogma della politica estera cinese negli ultimi anni. Tuttavia, non risale alla notte dei tempi. In epoca maoista, Pechino aveva rapporti con i ribelli di mezzo mondo.
Oggi, la Cina vuole assumere un ruolo sempre più importante sulla scena internazionale, ma la vicenda libica la mette a dura prova.
All'inizio della crisi, le autorità cinesi avevano votato la prima risoluzione Onu che imponeva sanzioni al regime di Gheddafi e deferiva il rais e i suoi più stretti collaboratori alla Corte Penale Internazionale. Poi, si erano astenute sulla seconda risoluzione che autorizzava l'intervento militare e istituiva la no-fly zone.

Premesso che la Cina non deve avere mai amato particolarmente il leader libico, la prima scelta era determinata dalla consapevolezza del proprio nuovo ruolo sullo scacchiere internazionale, dalla volontà di tutelare i propri lavoratori (35mila evacuati in un'operazione di grande efficienza) e investimenti (stimati in 18 miliardi di dollari) in Libia, dalle pressioni pro-sanzioni che i partner della Cina all'interno dell'Unione Africana e della Lega Araba avevano esercitato su Pechino.
La successiva frenata, si ritiene sia invece motivata dalla volontà di non fare troppo il gioco dell'Occidente.

Qui si rivela la doppia natura della Cina sulla scena internazionale. Da un lato, il Dragone è per volume ormai la seconda economia del pianeta, dietro agli Stati Uniti. Anche sul piano politico, Pechino vuole quindi assumere un atteggiamento da protagonista all'interno delle istituzioni internazionali e nella risoluzione dei conflitti. D'altra parte, considerando il Pil pro capite, la Cina continua però a rappresentarsi come un Paese in via di sviluppo, un primus inter pares che interpreta gli interessi degli Emergenti.
Alcuni analisti parlano di "superpotenza prematura", ma in fondo la Cina ci ha visto giusto: in mani occidentali, la risoluzione 1973 si è trasformata velocemente da strumento di tutela dei civili in pretesto per rimuovere Gheddafi a suon di bombe, in linea con gli interessi particolari dei Paesi coinvolti.
Dopo l'astensione al momento del varo della risoluzione, Pechino ha quindi in seguito più volte condannato, spesso con la Russia, i bombardamenti su Tripoli.

Ora la Cina non può però più eludere il problema del dopo-Gheddafi. In questo quadro va inserita anche la missione a Bengasi di alcuni diplomatici cinesi di stanza in Egitto, avvenuta a metà giugno, per "mantenere i contatti con il Consiglio di Transizione Nazionale" e "acquisire consapevolezza sulla situazione umanitaria e sullo stato degli investimenti cinesi".
Imparando dal passato, la Cina vuole restare in Libia quale sia l'esito della crisi. Ma si differenzia dall'Occidente per la ricerca di una propria strada diplomatica basata sul mantenimento di un'equidistanza formale e sulla ricerca di una mediazione tra le parti. Sta cercando una sua strada che sostituisca la tradizionale "non interferenza" e, in questa scelta, c'è sia un elemento di forza sia uno di debolezza. Dall'esito finale - quale ruolo avrà Pechino nella Libia del futuro - si capirà se il tentativo ha avuto successo.

Gabriele Battaglia

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