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"Stiamo combattendo contro un dittatore che dispone di armi avanzate. Non possiamo permetterci di dover combattere anche contro la Nato". Khalid Elaas, trentanovenne, è uno dei ribelli libici che stanno lottando per liberare il proprio Paese dall'oppressione di Muammar Gheddafi, e come tanti compagni non cela la sua rabbia nei confronti dell'Alleanza e del modo in cui sta conducendo le operazioni. In tutte le aree sottoposte al controllo degli insorti, frustrazione e perplessità sono palpabili, come racconta Steven Sotloff in articolo pubblicato su Time.
Il problema più grande è rappresentato dalla totale mancanza di coordinazione fra la Nato e i ribelli. Tra questi ultimi, i comandanti delle forze di terra che dovrebbero "richiedere" gli attacchi aerei e riferire all'Allenza i movimenti delle truppe non hanno un contatto diretto con i vertici Nato nella regione, e tanto meno con il quartier generale a Bruxellles (da cui vengono emanati gli ordini definitivi). Di volta in volta dunque si ripete questo scenario: i comandanti delle forze di terra comunicano per telefono con i loro capi, riuniti in una base operativa a Bengasi. Questi ultimi riferiscono ai funzionari Nato che si trovano nel medesimo edificio, i quali a loro volta contattano Bruxelles. Uno spreco di tempo e di risorse assurdo in una guerra in cui ogni singolo istante può essere prezioso.
Non solo, poiché i ribelli non hanno modo di determinare quando avverranno i raid dell'Alleanza, si trovano costretti ad attendere i bombardamenti Nato prima di poter avanzare. Non sono mai al corrente di quando gli aerei da combattimento verranno in loro aiuto, passano ore ad attendere un contrattacco che non arriva mai. Ma quel che è peggio, questa mancanza di coordinazione fa sì che l'Alleanza non sempre sia in grado di distinguere gli uomini di Gheddafi dalle truppe degli insorti, provocando così "incidenti" nei quali sono gli stessi ribelli ad essere attaccati dalla Nato, morendo così sotto i bombardamenti dei loro stessi alleati.