16/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un report del Washington Post racconta di deportazioni di arabi e turcomanni
La notizia è di quelle che lasciano il segno: secondo un report del Washington Post, uno dei principali quotidiani degli Stati Uniti d’America, centinaia di cittadini di origine araba e turcomanna di Kirkuk sarebbero stati rapiti dai servizi di sicurezza e dalla polizia curde e portati nelle carceri nel nord del Paese. E, secondo il giornale Usa, il governo di Washington sapeva e non ha fatto niente per impedirlo.
 
detenuti delle forze armate usaAccuse pesanti. Il report parla di persone prelevate per la strada con la forza o di soggetti fermati durante le perquisizioni dei militari della Coalizione e trasferite segretamente, in violazione di qualunque norma internazionale, nelle carceri curde, in particolare nelle città di Erbil e Suleymania. I detenuti, in alcuni casi, sarebbero anche stati torturati (secondo le testimonianze di alcuni di loro rilasciati), e le loro famiglie sono rimaste senza notizie dei congiunti per mesi.
Il Washington Post cita come fonte della notizia un documento riservato del Dipartimento di Stato Usa del quale il quotidiano sarebbe entrato in possesso. Il testo era indirizzato alla Casa Bianca, al Pentagono e all’ambasciata Usa in Iraq e sosteneva che le detenzioni arbitrarie degli abitanti di Kirkuk di origine araba o turcomanna rientravano in una strategia messa in atto dai principali partiti curdi (il Partito Democratico del Kurdistan e Unione Patriottica del Kurdistan) per ‘curdizzare’ la città di Kirkuk, il cui controllo garantisce la gestione dei pozzi petroliferi della zona. Il documento citato dal Post sottolineava come questa strategia abbia gravemente esasperato le tensioni tra gruppi diversi in città.
 
miliziani curdi e militari usaKirkuk, un puzzle complesso.  Kirkuk è una città grande, con quasi un milione di abitanti, ma molto diversi tra loro. Se in quasi tutte le zone dell’Iraq è facile individuare il gruppo dominante, Kirkuk rappresenta una particolarità. Infatti qui la comunità di curdi è maggioritaria, ma si confronta con una forte presenza araba e turcomanna. La guerra ha visto crescere la tensione in città perché, secondo l’analisi del Washington Post, i curdi vorrebbero il controllo totale dei giacimenti della città per farne la riserva di oro nero del Kurdistan autonomo, se non proprio indipendente.
Arabi e turcomanni si sarebbero alleati per impedire questo controllo e questo avrebbe generato in città molti episodi di violenza nei loro confronti da parte della polizia curda e dei servizi speciali curdi chiamati asayesh. La modalità è sempre quella: persone arrestate delle quali si perdevano le tracce per mesi. Commercianti e attivisti, influenti membri di determinate tribù ed esponenti politici. Ma anche semplici cittadini. Nelle documentazioni citate dal Post si parla di 180 casi, ma per gli esponenti della comunità araba e turcomanna sarebbero almeno 600.
 
un pozzo petrolifero in fiamme a kirkukLa responsabilità. Quindi il problema è su due livelli: da una parte vanno chiarite le responsabilità dei vertici dell’autogoverno curdo, ma dall’altra parte va capito quanto gli Usa sapessero e quanto non hanno impedito che accadesse. Anche perché nel documento che il Post ha visionato si accenna anche alla possibilità che la stessa situazione di Kirkuk stia per ripresentarsi a Mosul, altra città con una composizione mista. Kirkuk non è nuova a questo genere di operazioni. Ai tempi della dittatura di Saddam, con i soliti mezzi violenti e repressivi, il regime aveva tentato di ’arabizzare’ la città a spese della comunità curda. La pratica principale erano le immigrazioni forzate per rovesciare i rapporti demografici in città. Adesso la situazione pare ripetersi a parti invertite. “Credo che sia una vendetta”, dice, citato dal Post, l’arabo Abdullah Jabbouri di Kirkuk. Ma adesso la dittatura non c’è più e la storia non deve ripetersi. 

Christian Elia

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