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Accuse pesanti. Il report parla di
persone prelevate per la strada con la forza o di soggetti fermati durante le
perquisizioni dei militari della Coalizione e trasferite segretamente, in
violazione di qualunque norma internazionale, nelle carceri curde, in
particolare nelle città di Erbil e Suleymania. I detenuti, in alcuni casi,
sarebbero anche stati torturati (secondo le testimonianze di alcuni di loro
rilasciati), e le loro famiglie sono rimaste senza notizie dei congiunti per
mesi.
Kirkuk, un puzzle
complesso. Kirkuk è una città
grande, con quasi un milione di abitanti, ma molto diversi tra loro. Se in
quasi tutte le zone dell’Iraq è facile individuare il gruppo dominante, Kirkuk
rappresenta una particolarità. Infatti qui la comunità di curdi è
maggioritaria, ma si confronta con una forte presenza araba e turcomanna. La
guerra ha visto crescere la tensione in città perché, secondo l’analisi del Washington Post, i curdi vorrebbero il
controllo totale dei giacimenti della città per farne la riserva di oro nero
del Kurdistan autonomo, se non proprio indipendente.
La
responsabilità. Quindi il problema è su due livelli: da una
parte vanno chiarite le responsabilità dei vertici dell’autogoverno curdo, ma
dall’altra parte va capito quanto gli Usa sapessero e quanto non hanno impedito
che accadesse. Anche perché nel documento che il Post ha visionato si accenna anche alla possibilità che la stessa
situazione di Kirkuk stia per ripresentarsi a Mosul, altra città con una
composizione mista. Kirkuk non è nuova a questo genere di operazioni. Ai tempi
della dittatura di Saddam, con i soliti mezzi violenti e repressivi, il regime
aveva tentato di ’arabizzare’ la città a spese della comunità curda. La pratica
principale erano le immigrazioni forzate per rovesciare i rapporti demografici
in città. Adesso la situazione pare ripetersi a parti invertite. “Credo che sia
una vendetta”, dice, citato dal Post, l’arabo Abdullah Jabbouri di Kirkuk. Ma
adesso la dittatura non c’è più e la storia non deve ripetersi. Christian Elia