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Martedì 14 giugno Fred Hartman, un epidemiologo americano che lavora in Afghanistan,
ha lanciato un allarme preoccupante: “A Kabul sta esplodendo un’epidemia di colera,
che ha già contagiato duemila persone e causato otto morti”.
L'emergenza è normale. I quattro milioni di abitanti di Kabul si dissetano e irrigano gli orti con l’acqua
dei canali che circondano la città scorrendo tra le enormi discariche di rifiuti
che costellano la periferia della capitale afgana. Un’acqua talmente sporca e
inquinata da essere difficilmente distinguibile da quella dei canali fognari a
cielo aperto che costeggiano tutte le strade di Kabul. Con l’arrivo del caldo
queste acque putride si popolano di germi che causano diarree dovute, se non
al vibrione del colera, ad altri batteri, virus o parassiti che infettano l'intestino.
Questo accade
a Kabul ma anche in tutte le altre città afgane, per non parlare dei poverissimi
villaggi rurali.
Centinaia di bambini muoiono ogni giorno. I bambini, fisicamente i più deboli e ovviamente incuranti di ogni precauzione
igienica, sono le vittime principali di questo disastroso stato di cose. Un bambino
afgano su tre viene colpito dalla diarrea, e di questi, uno su due muore per mancanza
di adeguati trattamenti reidratanti e cure mediche. Il risultato è drammatico.
Secondo Edward Carwardine, portavoce dell’Unicef, ogni anno in Afghanistan la
diarrea uccide almeno 50 mila bambini al di sotto dei cinque anni (in media 137
ogni giorno), addirittura 85 mila (cioè 233 al giorno) secondo i dati dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità.
Nonostante i miliardi di dollari arrivati a Kabul. Nel 2003 in Afghanistan sono morti 292 mila bambini al di sotto dei cinque anni,
vale a dire 800 ogni giorno. Essendo oggi rimasto invariato il tasso di mortalità
e ed essendo invece aumentato quello di natalità (nel 2003 nacquero un milione
e 136 mila bambini, nel 2005 ne nasceranno un milione e 400 mila), l’ecatombe
raggiungerà l’immane cifra di 360 mila bambini morti in un anno, quasi mille al
giorno. Enrico Piovesana