21/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Finca Nueva Linda, un caso che scuote il Guatemala e l’ombra della repressione
La morte di sei contadini e di tre poliziotti durante lo sgombero forzato di un terreno occupato, eseguito con l’intervento armato di un corpo speciale dell’esercito, ha fatto trasalire le associazioni dei diritti umani nazionali e internazionali, ha fatto gridare all’ingiustizia le federazioni campesinos e indigene, ha portato in piazza migliaia di persone, e ha ispirato un sit-in di protesta a Madrid, in Spagna, davanti all’ambasciata guatemalteca. Con questo atto il governo Berger ha violato la tregua ratificata l’8 giugno scorso con contadini e indios, dove entrambi si impegnavano per tre mesi alla assoluta quiete, e lo ha fatto uccidendo.
Per far luce sul complesso episodio è stata creata un’apposita commissione, guidata da Rigoberta Menchù, il premio nobel per la Pace che adesso collabora con il governo Berger.

Questi i fatti.
Martedì 31 agosto, l’Hacienda Nueva Linda, di proprietà di Victor Chinchilla, è occupata ormai da un anno da circa 1500 famiglie di agricoltori ridotte sul lastrico dalla crisi economica. A spingerli a invadere il terreno non è solo la fame, bensì l’improvvisa scomparsa di uno dei loro leader, Hector Rene Reyes Perez, amministratore della finca, sparito in circostanze poco chiare. Invano gruppi di campesinos in appoggio alla moglie di Perez chiedono giustizia, pretendendo un’indagine su quel misterioso caso. Bloccano strade, organizzano dimostrazioni. Sicuri che in qualche modo il proprietario della finca sia coinvolto nel caso - dato che l’ultima volta che Perez è stato visto era in sua compagnia - decidono allora di occuparne i terreni. Da quel momento inizia il braccio di ferro con la famiglia Chinchilla e il governo. E cominciano gli episodi di violenza. Ma i contadini non si arrendono. Victor Chinchilla viene accusato di sequestro con una denuncia al Ministerio Publico, che si decide ad aprire un fascicolo. Le indagini però proseguono lentamente. La moglie del capo contadino si ribella per questa lentezza, tanto da richiamare l’intervento del Procuratore dei Diritti Umani, che personalmente sollecita il governo.

Il tira e molla continua. Il governo chiede più volte lo sgombero, ma i contadini rimangono sulle proprie posizioni, decisi a lottare contro ingiustizia e impunità. Fino, appunto, al 31 di agosto scorso.
Nonostante alcuni rappresentanti campesinos stiano ormai seriamente cercando una mediazione col governo e nonostante la proclamata tregua, accade l’irreparabile.

“Il commissario della polizia nazionale (Pnc), Guillermo Vides Flores, e il governatore del dipartimento di Retalhuleu, Carlos Quintana Saravia, danno l’ordine di iniziare lo sgombero con l’uso della forza – spiegano dalla Fondazione Menchù, che ha in mano le indagini ufficiali sull’accaduto -. Le prime file di poliziotti vengono mandati in avanscoperta senza armi da fuoco, nonostante i capi della missione sappiano che i contadini sono pronti a difendersi con armi artigianali e qualche fucile. Dietro, centinaia di soldati armati e pronti a tutto”.
Gli scontri durano quattro ore. Sei contadini vengono assassinati, quaranta feriti, tredici arrestati fra cui anche alcuni minorenni. Altre trenta persone scompaiono nel nulla. Tra questi pure donne e  bambini. E alcuni giornalisti vengono pestati a sangue dalle forze dell’ordine e derubati di pellicole e rullini fotografici. Nello scontro rimangono uccisi anche tre poliziotti.

“Il numero delle vittime e la brutalità dell’azione delle forze di sicurezza – precisano dall’associazione fondata dal Nobel per la Pace - ci ricorda il massacro commesso dall’esercito nella Finca Xaman nel lontano ottobre del 1995”. Dieci anni indietro, dunque. Nel bel mezzo del periodo del terrore. “Abbiamo ricevuto denunce di torture, sparizioni forzate, perquisizioni illegali, trattamenti crudeli, disumani e degradanti verso le persone in stato di fermo, detenzioni illegali di minori e minacce di morte. Le forze dell’ordine statali hanno chiaramente compiuto una inaudita violazione dei diritti umani”.

“La costernazione è il sentimento che adesso accomuna tutti – spiega Alba, una cooperante che lavora da anni in Guatemala e che preferisce non rivelare il cognome per ragioni di sicurezza - Le organizzazioni civili hanno manifestato a Città del Guatemala, lamentando il fatto che non ci sia una via d’uscita al problema agrario se il governo continua a vedere negli sgomberi violenti la soluzione. E’ urgente affrontare concretamente la Riforma agraria, altrimenti questo episodio rischia di essere il primo di una lunga escalation di violenza. Persino la Polizia Nazionale sembrava minacciare uno sciopero di un giorno se il governo non le avesse dato garanzie ulteriori sul lavoro da svolgere. Peccato che poi di questo sciopero nessuno abbia mai più parlato”. Anzi, è stato addirittura smentito. “La minaccia di sciopero della polizia e' rientrata e non se ne e' saputo piu' niente – racconta Flavio, un volontario della Conic, la Coordinadora dei movimenti campesini indigeni – E quel che è peggio è che nessun poliziotto parlerebbe mai di questo sciopero minacciato e riassorbito immediatamente. Qui in Guatemala le notizie vengono continuamente smentite e non si sa mai quali sono quelle veritiere. Tutto viene insabbiato con estrema facilità, senza che nessuno dica niente. Dare voce a questi episodi dimenticati è dunque molto importante. E urgente. La situazione per campesinos e indios è sempre più in salita. Sono costretti a mettere in dubbio persino la posizione di Rigoberta Menchù. Alcuni la percepiscono ormai come una rappresentante del Governo che si è compromessa o che piú ingenuamente si sta facendo strumentalizzare e manipolare".

“La questione del rapporto tra Rigoberta Menchù e il Guatemala è molto complessa – spiega Raffaele Bucciarelli, uno dei fondatori del Collettivo Guatemala-Moie (Ancona). Il malcontento tra indigeni e campesinos c’è. E’ innegabile. Ma per capirlo occorre analizzare approfonditamente l’attuale condizione del Paese. La sinistra guatemalteca ha mostrato tutti i suoi limiti non appena la battaglia si è spostata dalla guerra civile al piano politico. Subito dopo la firma della pace, nel ’96, infatti, si è fortemente divisa. Sin dai primi tempi sono emersi gli opportunismi di alcuni e le spinte estremistiche di altri. Poi le gelosie, le competizioni. E intanto la povertà è dilagata e la crisi economica avanzata. Così siamo arrivati a questo governo, del quale Rigoberta Menchù ha accettato di essere ambasciatrice di buona volontà per gli accordi di pace. Governo che ha anche portato alcune novità che innegabilmente hanno dato soddisfazione ai gruppi indios: la Commissione per il risarcimento dei danni causati dall’oppressione, per esempio, della quale fa parte Rosalina Tuluc, la donna simbolo del movimento per la giustizia sociale in Guatemala. Ma al di là di questo – precisa Bucciarelli – penso comunque che la Menchù non avesse altra scelta che tentare questa via, la via politica. Non poteva fare altro che provare a svolgere concretamente quel ruolo che il mondo le ha riconosciuto, quello di mediatrice , di colei che cuce, che costruisce la pace. Considerando le condizioni del Paese e analizzando le forze in gioco del governo Berger, ha reputato giusto scommettere su un suo impegno non a livello istituzionale, ma che possa essere utilizzato per far breccia in tutti quegli spazi che sembrano potersi aprire. Questo significa anche fare i conti con i tentativi di strumentalizzazione da parte delle forze che rappresentano il latifondo, che vogliono coinvolgerla per servirsi del prestigio internazionale di cui gode. E’ dunque un lavoro pericoloso il suo. Rischioso. Per fortuna adesso non tutti i rappresentanti eletti hanno una posizione di chiusura anti indigenista e anti contadina. Ed è proprio su loro che la Menchù cerca di far leva, su quei settori che vogliono l’apertura di un processo nuovo, democratico. Certo ci sono anche generali compromessi fino al midollo con la repressione. La situazione è complicata. E intorno a Rigoberta e alla sua scelta di prendersi un incarico che non è governativo ma solo di rappresentanza per la realizzazione degli accordi di pace, sin dall’inizio, ci sono stati coloro che ideologicamente si sono dichiarati d’accordo e coloro che si sono totalmente opposti".

"La tragica storia della Nueva Linda - continua Bucciarelli -, si inserisce nella difficile situazione internazionale che sta stritolando il Guatemala. Anche a causa del crollo del prezzo del caffè – dovuto al bassissimo costo del prodotto vietnamita – il paese sta vivendo una grande crisi economica. I latifondisti abbandonano le fincas perché non redditizie e gli indigeni cercano di occupare la terra per potere sopravvivere. Non hanno sbocchi, è l’unica loro via di fuga. E così tornano le vecchie logiche: si chiama la polizia, si trova il pretesto per chiamare l’esercito, poi si susseguono provocazioni, infiltrati, violenza e morte. Una forma mentis che tragicamente è dura a morire.
E la popolazione è sempre più stanca. Sono troppi anni che aspetta, quindi si illude facilmente. Le aspettative sono sempre molte, ma durano sempre molto poco. Lo stesso sforzo che sta facendo la Menchù ha creato molte aspettative nella gente, di conseguenza sono sempre sul chi vive e pronti a criticare e a esprimere la propria amarezza al primo tentennare. E questo rende tutto molto più difficile".

"Se a questo quadro si aggiunge la disgregazione delle organizzazioni contadine il risultato è sconcertante - aggiunge - Le organizzazioni campesine sono tante, Conic (la più forte), Cuc, e svariate altre sigle, eppure sono così simili tra loro. Sono concorrenziali ma non diverse. E questo perché rispondono a logiche vecchie. Sono legate mentalmente ai tre vecchi gruppi guerriglieri che operavano in Guatemala e che si erano spartiti il territorio. Ecco, questa suddivisione è riprodotta pari pari anche in condizione di pace. Ancora una volta è la forma mentis che non muore. Per questo non riescono a unirsi. Non collaborano. Non per niente il movimento sindacale è praticamente scomparso e la Unità rivoluzionaria nazionale guatemalteca (Urng), il partito poltico frutto della pace, in cui sono confluite le organizzazioni militari (Orpa, Egp, Far oltre che Pgp), non è riuscito ad eleggere che due parlamentari. Una situazione che rende l’opposizione praticamente inesistente. Tutta da riorganizzare. Di veramente forte nella Urng, questo che avrebbe dovuto essere un grande movimento sociale, non c’è neanche Ninette Montenegro, che era la responsabile dei Gam, gruppo di Appoggio Mutuo (familiari dei desaparacidos), che è stata eletta in un'altra lista. Grande battagliera, capace, generosa, ma sola. Di fatto. Questa è la realtà, disgregazione, interessi forti, totale assenza dello stato di diritto. Purtroppo – conclude – la vita vale ancora troppo poco in Guatemala e l’uomo forte è l’uomo armato”.
 
Stella Spinelli

Administrator SlampDesk

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