03/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un operatore umanitario racconta il suo lavoro in Corea del Nord
Bambini coreaniIl ricordo più vivo di Ermes Frigerio, operatore del Cesvi in Corea del Nord, va ai bambini di un asilo: “Ho visto piccoli chiusi in stanze senza porte né finestre. La temperatura in inverno arrivava a 25 gradi sottozero. Le autorità obbligavano le famiglie a portare lì i figli. Il tetto perdeva, i muri avevano crepe ovunque. La struttura era a rischio di collasso. Ricordo di essere entrato in un gabinetto: dal pavimento colavano escrementi di sotto, nelle pentole della cucina”.
 
La Corea del Nord è un Paese isolato con dei problemi enormi, lo dicono tutti gli osservatori internazionali. I negoziati a sei sul nucleare tra Nord e Sud Corea, Stati Uniti, Cina, Giappone, Russia sono durati dal 25 al 28 febbraio scorso senza raggiungere una svolta decisiva. La Corea del Nord ha proposto di congelare i suoi programmi nucleari solo in cambio di garanzie per la propria sicurezza (“patto di non aggressione” con gli Usa) e di aiuti economici. Gli Stati Uniti le hanno chiesto lo smantellamento totale degli impianti. Il Giappone ha messo sul tavolo delle trattative un nuovo problema ancora, quello degli ostaggi nipponici rapiti dai servizi segreti nordcoreani negli anni ’70 e ’80 e lasciati tornare solo temporaneamente in patria nell’ottobre 2002. Ma Pyongyang ha detto che la questione non era rilevante in questo tipo di discussioni.
 
Ermes parla del problema nucleare e della tragedia umana del Paese attraverso la sua personale esperienza: “Il governo nordcoreano rinuncerebbe ai programmi nucleari solo dopo aver ottenuto aiuti umanitari bilaterali, procurati cioè senza la mediazione delle Nazioni Unite e delle organizzazioni non governative. Solo in questo modo potrebbe monitorare l’iter dei finanziamenti. Pyongyang, inoltre, punta a un trattato di non aggressione che gli Usa non sono assolutamente disposti a concedere”.
 
La Corea del Nord è alla fame. Oltre tredici milioni di persone, più della metà della popolazione (23 milioni di abitanti) soffre di malnutrizione. “Rispetto alla carestia del ’97 (la più grave del secolo scorso e che ha provocato almeno duecentomila morti) i raccolti nelle ultime stagioni sono andati meglio. Però l’indigenza è enorme a causa delle condizioni di isolamento a cui il Paese è sottoposto”. Negli ultimi due anni anche il World Food Programme dell’Onu ha ridotto la sua distribuzione di cereali per un calo nelle donazioni, aggravando la situazione. Coloro che sono rimasti privi della sua assistenza, sono dipesi dal sistema pubblico di fornitura dei generi alimentari, praticamente inesistente. Ermes prosegue nel suo racconto: “I nord coreani non hanno neanche uno stipendio. Devono consegnare la paga al cosiddetto capo cellula”. Ovvero il referente del partito unico al potere del capo di stato Kim Jong II, il Partito dei Lavoratori (Kwp). “Il capo cellula controlla ogni attività degli operatori umanitari. Per esempio manda un interprete ad accompagnarci nei sopraluoghi. Questo stilerà un report una volta alla settimana elencando tutti i movimenti dei volontari stranieri e specificando se hanno fatto domande a sproposito. In genere non ci è concesso di soggiornare fuori dalla capitale, Pyongyang, e di prendere la metropolitana. Eppure ho visto un mondo straniero muoversi con maggiore libertà per i grandi viali metropolitani, fatto di russi, etiopi, indonesiani, laotiani.”.
 
Il Cesvi è l’unica ong italiana presente in Corea del Nord, dove mancano tutti i generi di prima necessità: cibo, elettricità, acqua potabile, medicine. “La realtà più drammatica – denunciano i suoi operatori – è la mancanza di energia, perché da questa deriva la paralisi di tutte le attività produttive”.
 
Intanto continuano le trattative del dopo vertice, il secondo avvenuto a Pechino dopo quello dell’agosto 2003. Un primo incontro di tecnici dovrebbe tenersi a metà marzo. Lo ha annunciato ieri il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente sudcoreano Roh Moo Hyun. Sempre martedì 2 marzo, il ministro degli Esteri della Corea del Sud si è recato alla Casa Bianca per consultazioni.
 
Sono passati ormai diciassette mesi da quando la crisi sul nucleare ebbe inizio, il 16 ottobre 2002. Allora l’inviato Usa James Kelly, di ritorno da Pyongyang, dichiarò che gli ufficiali nord coreani avevano ammesso di avere un programma nucleare segreto. A dicembre Stati Uniti, Giappone ed Unione Europea sospesero i rifornimenti di petrolio al Paese. E la Corea del Nord rispose uscendo dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp) firmato nel 1994 e che prevedeva il congelamento di tutte le sue attività nucleari. Allontanò, quindi, gli ispettori e riattivò ufficialmente il reattore di Yongbyong. Questo, costruito a partire dal 1965 con scopi civili, nel 1980 iniziò a essere utilizzato per la produzione di armi nucleari. Pare, inoltre, che il regime di Kim Jong II abbia utilizzato il Tnp come mera copertura, portando avanti fin dal 1995 un programma nucleare top secret. A essere mutato era solo il modo di produzione, non più basato sull’estrazione del plutonio, ma sull’arricchimento dell’uranio. 

Francesca Lancini
Categoria: Popoli
Luogo: Corea del Nord