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Nel quinto anniversario dell'embargo imposto da Israele, la Striscia di Gaza registra un livello di disoccupazione tra i più alti del mondo, con una percentuale del 45,2 per cento durante la seconda metà del 2010. A denunciare lo stato in cui verte il mercato del lavoro nell'area è l'Agenzia Onu per il Soccorso e l'Occupazione dei profughi palestinesi (Unrwa), che ha pubblicato un rapporto lo scorso martedì.
Il documento analizza il quadro dell'occupazione nella Striscia sia rispetto al totale della popolazione sia in riferimento ai rifugiati, che da soli rappresentano i due terzi della collettività. Sono esaminati il settore pubblico e quello privato, e viene riservata un'attenzione particolare allo stato dei salari. Ne emerge un ritratto preoccupante di Gaza, che dalla prima metà del 2006 ha visto ridursi il livello medio dei salari del 34,5 per cento. Proprio nel 2006, infatti, Tel Aviv ha intensificato le sanzioni contro Gaza, a seguito della cattura di un soldato israeliano, Gilad Shalit. Una stretta ulteriore si è avuta l'anno successivo, quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, sottraendone il controllo a Fatah.
I dati relativi al 2009/2010 rivelano uno scenario inaspettato. Nella seconda metà dell'anno passato il settore privato ha visto calare l'occupazione del 7,76 per cento, mentre in quello pubblico si è registrato un aumento del 2,91 per cento. Poiché l'impiego pubblico è direttamente legato ad Hamas, ne deriva un palese fallimento della strategia israeliana: nonostante l'embargo miri a indebolire il partito che governa la Striscia, proprio quest'ultimo ha generato un incremento a livello occupazionale. Ad oggi, Hamas registra nel suo libro paga circa 25.000 persone, mentre altre 65.000 sono pagate dall'Anp per non lavorare, in segno di protesta contro l'estromissione di Fatah dalla Striscia.
In crisi invece il settore privato, che risente delle forti limitazioni derivanti dall'embargo: le esportazioni si riducono a poche centinaia di carichi di fragole e fiori, mentre l'importazione di materie prime resta sostanzialmente impossibile. Questo nonostante un parziale alleggerimento dell'embargo ottenuto un anno fa grazie alle pressioni internazionali, dopo l'attacco israeliano alle navi della Freedom Flottilla. A compromettere la ricostruzione nel Paese, e con essa una spinta positiva al sistema economico, è in particolare il divieto di importare prodotti industriali e edili, che secondo Israele potrebbero essere utilizzati per costruire armi.
"É difficilmente comprensibile - commenta Chris Gunness, portavoce dell'Agenzia Onu - quale sia la logica di una politica che impoverisce deliberatamente così tante persone, e condanna a una vita di stenti centinaia di migliaia di potenziali lavoratori". E aggiunge: "I più poveri tra i poveri sono quelli più colpiti", spiegando che negli ultimi quattro anni sono aumentati da 100mila a 300mila coloro che si rivolgono all'Unrwa perché in gravi difficoltà (e s'intende lavoratori che guadagnano meno di due dollari al giorno).
Da Tel Aviv non sono mancate le critiche nei confronti del rapporto Onu, accusato di aver dipinto volutamente un quadro della situazione che fosse il più desolato possibile. Il portavoce del ministro degli Esteri, Yigal Palmor, ha ribadito che la premessa per qualunque genere di trattativa con Hamas è che quest'ultimo riconosca lo Stato di Israele, un gesto "che potrebbe sicuramente contribuire ad alleviare la dura condizione di Gaza".
Chiara Panzeri
Parole chiave: Disoccupazione, Onu, embargo, Hamas