02/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel suo paese faceva il regista. Ora fa il magazziniere
Sbarco di albanesiDopo il crollo del regime comunista "tutto è cambiato è morto il mito e quella materia ha lasciato spazio al vuoto, ai colori e alle fiabe delle televisioni Occidentali che vomitavano immagini su di noi. Abbiamo perso noi stessi, il senso di solidarietà che avevamo, la nostra umanità. Siamo diventati egoisti e individualisti, abbiamo dovuto cominciare a lottare per sopravvivere, fino a ucciderci e rapinarci tra noi"
 
“La televisione rischia di distruggerti coi suoi colori e le sue fiabe, la vita è diversa, un’altra cosa”. Agim Doda ha 53 anni e uno sguardo sicuro. E’ albanese, oggi fa il magazziniere part-time in un ristorante di Ostia, sul litorale laziale. Un tempo, quest’uomo colto e complicato era un regista cinematografico e giornalista della televisione di Tirana. Poi, dopo la caduta del regime e due anni di tentativi di sopravvivenza è salito su un gommone e ha saltato le 75 miglia di Adriatico che lo separavano dalla Puglia e da una nuova esistenza.
 
“Mio padre era un ufficiale dell’esercito, aveva fatto l’accademia militare in Italia nel 1935. Dopo la guerra non aveva voluto condividere la politica del nuovo governo comunista ed era stato cacciato dal lavoro. Così faceva il pittore, il muratore, l’agricoltore. Di tutto. Eravamo in cinque fratelli, ma non ci è mai mancato niente”.
 
Il mare è infuriato oggi in questa propaggine di Roma sul Tirreno, le onde sono altre e vorticose, mentre il vento solleva piccoli tornado di sabbia. Parlare è difficile, il rumore della natura sovrasta il tono della voce. “Volevo un paio di pantaloni quando ero al ginnasio, una maglietta nuova – continua Agim in un italiano perfetto – e il mio papà veniva a prendermi alla fine delle lezioni per portami a lavorare con lui. Sosteneva che mi sarebbe stato utile saper fare molti mestieri, perché nella vita non si sa mai. Io lo seguivo, mi facevano comodo un poco di soldi per me”.
 
Il rifugio di un vecchio portone permette di trovare la calma necessaria per evitare le conseguenze di una giornata di tempesta e l’albanese continua con più tranquillità: “Dovevo anche faticare a scuola, molto. Non ero iscritto alla gioventù del partito e mio padre era un oppositore. Per di più avevo uno zio che viveva negli Stati Uniti. Era una biografia difficile, come si diceva a quel tempo nel mio Paese. Volevo fare l’artista, lo sentivo nella pelle e facevo tutti i concorsi possibili. Li vincevo perché studiavo molto e così nel ‘75 riuscii a diventare un regista diplomato. Mi mandarono a Laç, lontano dalla capitale, non si fidavano di me, ma io ero felice lo stesso, era quello che volevo fare”.
 
E’ difficile immaginare l’uomo di adesso, pur con la su espressione fiera, mentre dirige una troupe, gli attori sul set di un film. Ha un semplice soprabito nero, certo non costoso ed elegante, un paio di jeans, un maglione senza colori. Non si riesce a scoprire nella sua figura il carisma che di solito trasmettono gli uomini di spettacolo. Lo si intuisce però dalla sua voce, dalle lunghe pause, quando sembra cercare i pensieri, le riflessioni e i ricordi. Sono pause autorevoli le sue.
 
“Avevo un buon stipendio – va avanti Agim - gli artisti erano funzionari dello stato. Poi non ero sposato, mi sentivo un po’ bohémien, per cui non avevo la responsabilità di nessuno. Ero bravo e nell’84 vinsi anche l’ultimo concorso, quello per la televisione, ero giornalista”. Le sue parole diventano un fiume in piena, tutta la sua memoria si riapre ai ricordi. Per alcuni anni ha girato il mondo, con la sua equipe, filmando la vita di qualunque comunità albanese fosse in giro sul pianeta. Un’esperienza rarissima per i cittadini della Repubblica delle Aquile sotto la dittatura.
 
“Quando si nasceva si avevano due mamme. Una era quella che ti dava il latte, l’altra era il Partito comunista. Era l’equivalente del mito, una specie di materia misteriosa che permetteva di riempire un cervello giovane. Quando tutto è cambiato è morto il mito e quella materia ha lasciato spazio al vuoto, ai colori e alle fiabe delle televisioni Occidentali che vomitavano immagini su di noi. Abbiamo perso noi stessi, il senso di solidarietà che avevamo, la nostra umanità. Siamo diventati egoisti e individualisti, abbiamo dovuto cominciare a lottare per sopravvivere, fino a ucciderci e rapinarci tra noi”.
 
I ricordi di quelle migliaia di profughi che arrivavano dal porto di Valona sulle coste pugliesi forse sono sbiaditi, ma l’esodo fu impressionante. Agim insiste: “Quando sono dovuto fuggire da quel disastro ho anche trasformato la mia vita. Non avevo nulla con me è la lezione di mio padre è servita. Ho fatto anche io il muratore, il cameriere, il pittore, il contadino. Da Genova a Torino, da Verona a Mantova. Mi vergognavo a chiedere aiuto alle comunità albanesi e sbarcavo il lunario come potevo. Era un problema avere il permesso di soggiorno in Italia. Ancora oggi che ho un lavoro regolare, quando lo rinnovo devo aspettare mesi, seguire procedure complicate. Prima dirigevo persone, andavo dove volevo, avevo quello che mi serviva a vivere dignitosamente. In pochi mesi al posto della macchina da presa ho dovuto imparare a usare la zappa, certe volte mi sembrava di perdermi in me stesso, ma continuo a scrivere e spero un giorno di potermi sedere di nuovo in una saletta di montaggio per completare un mio film”.
 
La possibilità di vivere, per questo giornalista-regista, ha voluto dire anche perdere i sogni, ma non la voglia di vivere, di combattere, di capire il mondo. E sorprende sentigli dire: “Adesso che sono qui, dopo non esserlo stato mai, forse mi sento comunista. Perché non voglio vedere le persone combattersi per sopravvivere, detesto le differenze enormi che ci sono tra ricchi e poveri. Io penso che lo studio, la lotta all’ignoranza, siano le uniche armi per combattere le disuguaglianze. E domani spero di avere un palcoscenico per rappresentare le mie commedie. Chissà”.
 
L’emigrazione, i diritti per chi deve fuggire dal proprio Paese, per sopravvivere o perché perseguitato, sono le storie di migliaia di uomini e di donne, il racconto di un passato negato. Integrare popoli diversi forse è prima di tutto il racconto di queste storie.
 
Roberto Bàrbera 
Categoria: Migranti
Luogo: Italia