scritto per noi da
Paola Erba
"La
capitale è nelle mani delle bande armate di Aristide. Saccheggiano,
rubano, distruggono. Ci sono cadaveri per strada. Le vie sono deserte.
Io mi sono barricato in casa”. A parlare al telefono, venerdì sera, da
Port-au Prince, è un nostro informatore. Come lui, chi ha deciso di
restare nella capitale (o non ha potuto andarsene) passa le ultime ore
chiuso in casa. Fuori, le strade sono vuote, le bande di saccheggiatori spadroneggiano
e c’è un silenzio inquietante, di attesa. Si aspetta l’arrivo dei
ribelli. Giovedì hanno conquistato Les Cayes (al sud) e venerdì
Mirebalais, 48 chilometri a Nord di Port–au-Prince. La capitale è
vicina. Guy Philippe, capo dei ribelli, ha promesso di assaltarla
domenica, il giorno del suo 36esimo compleanno. E così, Port-au-Prince,
da sempre centro dei seguaci di Aristide, si prepara allo scontro. Da
giorni, le Chimeres, le milizie private del presidente, hanno isolato
le vie di comunicazione e costruito barricate ovunque. Nell’anarchia
generale, è scomparsa la polizia ed è iniziato il
saccheggio.
“Girano con auto rubate – continua il
nostro collaboratore - e svaligiano
quello che trovano: case, imprese, negozi. Tutto è chiuso da una
settimana. E’ impossibile trovare da mangiare. La gente si riunisce tra
familiari e amici e resiste con quello che ha. Dove vivo io, su dieci
appartamenti, solo due sono ancora abitati: il mio e quello di una
famiglia accanto, che è appena venuta a chiedermi qualcosa da cucinare.
Fra poco razioneremo l’elettricità. Ci viene fornita da un gruppo
elettrogeno, perchè qui, anche in tempi normali, la corrente c’è solo
per due ore al giorno. Tutte le compagnie aeree hanno sospeso i voli.
Giovedì, mia moglie e mio figlio sono usciti dal Paese insieme ad altre
150-200 persone, con voli messi a disposizione dall’Ambasciata di
Spagna e dalle Nazioni Unite. Il convoglio che li portava
all’aereoporto era scortato dai marines. Sono stato per anni in Africa,
ho vissuto l’embargo del Burundi, ma queste sono le giornate più dure
che mi siano mai capitate. Ieri, alcuni colleghi francesi e un italiano
sono rimasti bloccati a Jeremy, dove si erano recati per
espatriare”.
E a Port-au-Prince c’è anche
chi è rimasto bloccato sul luogo di lavoro. Dominique, infermiera
all’ospedale di Canape-Vert, spiega preoccupata al telefono che l’auto
dell’ospedale è stata rubata. “Non posso uscire – dice – e a casa ho
due bambini di 4 e 2 anni che mi aspettano. Me li sta curando una
vicina”. Aristide continua a chiedere aiuti internazionali. Ma non
vuole dimettersi. Qualche giorno fa gli Stati Uniti hanno inviato
cinquanta marines per proteggere la loro ambasciata e venerdì il
Pentagono ha annunciato l’invio di altre tre unità: 2200 uomini in
tutto. Staranno in mare, per frenare l’esodo dei rifugiati. Nelle
ultime 48 ore, infatti, la Guardia Costiera ha individuato oltre 500
persone a bordo di una decina di imbarcazioni. Giovedì mattina, a New
York, il consiglio di sicurezza dell' Onu ha discusso sulla crisi
haitiana, ma non è arrivato ad alcuna soluzione. Nulla di fatto anche a
Parigi, dove il ministro degli esteri francese Dominique de Villepin ha
ricevuto venerdì i rappresentanti di Aristide. L’opposizione politica,
anch’essa attesa, non si è presentata.
“Il governo francese – ha detto Villepin -
continuerà a cercare una soluzione politica alla crisi”. E accusando
Aristide di avere una forte responsabilità nella situazione, lo ha
invitato a dimettersi. Intanto, la frontiera tra Haiti e la Repubblica
Dominicana è stata riaperta. Qui stanno per essere costituiti alcuni
comitati dominicani di solidarietà con il popolo di Haiti, mentre una
cinquantina di organizzazioni non governative, cattoliche e umanitarie
si sono riunite per cercare una via d’uscita.