23/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Bolivia è in subbuglio: lo racconta Evo Morales
scritto per noi da
Silvia Chocarro
 
Evo MoralesLa popolazione boliviana, per la maggior parte indigena, è sul punto di ribellarsi ad una struttura socio-economica che secondo il CEPAL (Comisiòn Economica para America Latina y Caribe), fa del Paese il "prototipo latinoamericano di disuguaglianza". I dati del Pnud (il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) parlano da soli: il 75 per cento della popolazione vive nella povertà estrema.
 
In questo contesto è nato, nell'estate del 2003, il movimento di protesta indigeno capeggiato da Evo Morales, che lo scorso ottobre ha destituito il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Ad accendere la miccia, allora, fu un accordo del governo con la multinazionale Pacific LNG (un consorzio di imprese inglesi, spagnole e argentine) per l'esportazione di gas naturale boliviano negli Stati Uniti, attraverso Cile e Messico.
 
Ma al di là di questi fattori, per Evo Morales il vero responsabile della rivolta popolare del 2003 ha un solo nome: neoliberismo.
 
Indio aymara e leader cocalero, Morales è da anni dirigente del Mas (Movimento al Socialismo), un partito politico che è riuscito a trasformarsi nella seconda forza politica del Paese, con il 21 per cento dei voti e 35 seggi al Congresso Nazionale di La Paz.
 
Obiettivo del Mas non è solo difendersi dalle privatizzazioni, ma anche recuperare la gestione "delle risorse finite in mano alle multinazionali straniere. La grande disgrazia della Bolivia - ha spiegato in una conferenza tenuta a Madrid - è quella di essersi venduta tutto. La nostra sfida sarà recuperare tutto".
 
Dopo la caduta di Sanchez de Lozada, Carlos Mesa, l'attuale presidente, ha dedicato ogni sforzo per convincere i boliviani che questo sogno si può ancora realizzare. E così, ha da poco varato una serie di misure economiche e una nuova imposta sugli idrocarburi che, secondo il presidente, 'frutterà allo Stato più di quanto incassano le multinazionali'.
 
Purtroppo, sono in molti, invece, a sostenere che queste misure sono insufficienti; e che l'attuale governo è stato obbligato a prenderle per illudere la popolazione che nelle casse pubbliche entri più denaro. In realtà, le potenti multinazionali continueranno a mantenere intatti tutti i loro privilegi e ad essere -di fatto- le proprietarie del gas e del petrolio della Bolivia.
 
Oggi, Carlos Mesa sembra essere giunto alla fine del periodo di tregua che gli hanno concesso i movimenti sociali. E i boliviani, per la seconda volta dopo la destituzione di Lozada, cominciano ad alzare la voce. "Vogliamo essere attori dello sviluppo e del cambiamento - ha spiegato Morales -. E' necessario recuperare il potere per recuperare il territorio". "Il nuovo presidente - ha aggiunto - non è al servizio del popolo. L'unica via di uscita è anticipare le elezioni".
 
Ad inasprire lo scontro dei movimenti con il presidente, c'è poi l'appoggio dato dal governo boliviano alle trattative sull'Alca, l' Accordo per il Libero Commercio delle America, la cui ratifica è prevista per il 2005.
 
"Per gli Stati Uniti e per un gran numero di governi latinoamericani, l'Alca è una garanzia di crescita economica - ha detto Evo Morales -. Ma per la gente è solo l'accordo definitivo per la colonizzazione delle Americhe. E' un mattone in più nella costruzione di un sistema ingiusto. Un sistema contro il quale resiteremo, ma senza armi, perchè la lotta armata può avere conseguenze fatali. Io credo solo nel potere del popolo. Purtroppo, in Bolivia oggi è in atto una cospirazione contro la democrazia".
 
Su questo punto, il leader del Mas non ha scartato l'ipotesi che possa verificarsi un colpo di stato con lo scopo di "decapitare i movimenti sociali nel minor tempo possibile per poi restaurare l'ordine istituzionale".
 
"Questa è la Bolivia oggi", conclude Morales. "La nostra scommessa sarà dimostrare che non solo sappiamo protestare, ma anche governare. E governare bene".
Categoria: Politica, Popoli
Luogo: Bolivia