scritto per noi da
Silvia Chocarro
La popolazione
boliviana, per la maggior parte indigena, è sul punto di ribellarsi ad
una struttura socio-economica che secondo il CEPAL (Comisiòn Economica
para America Latina y Caribe), fa del Paese il "prototipo
latinoamericano di disuguaglianza". I dati del Pnud (il Programma delle
Nazioni Unite per lo Sviluppo) parlano da soli: il 75 per cento della
popolazione vive nella povertà estrema.
In
questo contesto è nato, nell'estate del 2003, il movimento di
protesta indigeno capeggiato da Evo Morales, che lo scorso
ottobre ha destituito il presidente Gonzalo Sanchez de Lozada.
Ad accendere la miccia, allora, fu un accordo del governo con
la multinazionale Pacific LNG (un consorzio di imprese inglesi,
spagnole e argentine) per l'esportazione di gas naturale boliviano
negli Stati Uniti, attraverso Cile e Messico.
Ma al di là di questi fattori, per Evo Morales il vero
responsabile della rivolta popolare del 2003 ha un
solo nome: neoliberismo.
Indio aymara e leader
cocalero, Morales è da anni dirigente del Mas
(Movimento al Socialismo), un partito politico che è riuscito a
trasformarsi nella seconda forza politica del Paese, con il 21 per
cento dei voti e 35 seggi al Congresso Nazionale di La Paz.
Obiettivo del Mas non è solo difendersi dalle
privatizzazioni, ma anche recuperare la gestione "delle
risorse finite in mano alle multinazionali straniere.
La grande disgrazia della Bolivia - ha spiegato in una conferenza
tenuta a Madrid - è quella di essersi venduta tutto.
La nostra sfida sarà recuperare tutto".
Dopo la caduta di Sanchez de Lozada, Carlos Mesa, l'attuale
presidente, ha dedicato ogni sforzo per convincere i boliviani che
questo sogno si può ancora realizzare. E così, ha da poco
varato una serie di misure economiche e una
nuova imposta sugli idrocarburi che, secondo il presidente,
'frutterà allo Stato più di quanto incassano le
multinazionali'.
Purtroppo, sono
in molti, invece, a sostenere che queste misure
sono insufficienti; e
che l'attuale governo è stato obbligato a
prenderle per illudere la popolazione che nelle casse pubbliche entri
più denaro. In realtà, le potenti multinazionali continueranno
a mantenere intatti tutti i loro privilegi e ad essere -di fatto- le
proprietarie del gas e del petrolio della Bolivia.
Oggi, Carlos Mesa sembra essere giunto alla fine
del periodo di tregua che gli hanno concesso i movimenti sociali. E i
boliviani, per la seconda volta dopo la destituzione di
Lozada, cominciano ad alzare la voce. "Vogliamo essere attori dello
sviluppo e del cambiamento - ha spiegato Morales -. E' necessario
recuperare il potere per recuperare il territorio". "Il nuovo
presidente - ha aggiunto - non è al servizio del
popolo. L'unica via di uscita è anticipare le elezioni".
Ad inasprire lo scontro dei movimenti con il
presidente, c'è poi l'appoggio dato dal
governo boliviano alle trattative sull'Alca, l'
Accordo per il Libero Commercio delle America, la cui ratifica è
prevista per il 2005.
"Per gli
Stati Uniti e per un gran numero di governi latinoamericani, l'Alca è
una garanzia di crescita economica - ha detto Evo Morales -.
Ma per la gente è solo l'accordo definitivo per
la colonizzazione delle Americhe. E' un mattone in più nella
costruzione di un sistema ingiusto. Un sistema contro il quale
resiteremo, ma senza armi, perchè la lotta armata può avere conseguenze
fatali. Io credo solo nel potere del popolo. Purtroppo,
in Bolivia oggi è in atto una cospirazione contro la
democrazia".
Su questo punto, il
leader del Mas non ha scartato l'ipotesi che possa verificarsi
un colpo di stato con lo scopo di "decapitare i movimenti
sociali nel minor tempo possibile per poi restaurare l'ordine
istituzionale".
"Questa è
la Bolivia oggi", conclude Morales. "La nostra scommessa
sarà dimostrare che non solo sappiamo protestare, ma anche
governare. E governare bene".