20/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista al professor Zvi Schuldiner
Bambino tra le macerie“Chi davvero ama Israele, oggi lotta per la pace e contro il Muro. Contro la politica criminale di Ariel Sharon”. Su questo non ha dubbi Zvi Schuldiner, docente di politica e di pubblica amministrazione al “Sapir Academic College” (Hof Ashkelon, Israele). Gli abbiamo chiesto allora una previsione: tra quanti decenni ci sarà uno Stato palestinese, accanto a uno israeliano? E lui ci ha raggelato: “Secondo un detto ebraico, le profezie furono date agli idioti. Per questo non so dire, se ci saranno due Stati l’anno prossimo o mai”. Eppure, il professore non si rassegna: “La situazione è gravissima, e non può che provocare altro sangue, altra distruzione, altre morti. E se è vero che solo gli israeliani e i palestinesi detengono la chiave per disinnescare il conflitto, ora l’Europa deve agire”. Ecco l’intervista a tutto campo che ci ha rilasciato.
 
Ultimamente, in Israele ci sono stati alcuni segnali positivi, che per un attimo hanno fatto sperare in una svolta: la lettera dei 27 piloti (settembre 2003) al capo dell’aeronautica; il grido d’allarme lanciato dai quattro ex capi dello Shin Bet (novembre 2003) durante un incontro organizzato, lo scorso novembre, dal più diffuso quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth; gli Accordi di Ginevra (dicembre 2003). Come mai non sono stati sufficienti per uscire dall’impasse? Tutto questo è parte di una crisi. Anche l’opinione pubblica israeliana ha cominciato a capire che la politica del governo Sharon non conduce alla pace, alla sicurezza. Di più: non è in grado di migliorare in alcun modo la situazione. Ma va anche detto che già il 30-40 percento degli israeliani appoggiano gli Accordi di Ginevra, pur non conoscendone a fondo i dettagli. Lo fanno, perché Ginevra distrugge la convinzione diffusa da Barak, ancor prima di Sharon, che non esiste un interlocutore col quale poter trattare. Dunque, questi Accordi non sono tanto importanti per il loro contenuto; piuttosto per il fatto che dimostrano l’esistenza di una controparte e di una base comune da cui partire per un futuro, possibile Trattato. Bisogna uscire dall’attuale catena di sangue e vendette, che non fanno che portare a una sempre maggior sofferenza nei due popoli.
 
La percezione della profondissima crisi nella quale è sprofondata Israele inizia a essere presente anche nell’Esercito e ai vertici del potere. L’aeronautica, in particolare, rappresenta il corpo più elitario: costoro oggi dubitano fortemente che la politica folle adottata dal governo possa condurre da qualche parte. Questa appare sempre più nebulosa. Soprattutto dopo l’11 settembre, con la scusa di “combattere il terrorismo”, si sono fatti passare provvedimenti di ogni tipo. E spesso si è dimenticato il contesto che genera il terrore: oltre all’ideologia, pesa la disperazione; la mancanza di un’altra via. Così per alcuni giovani nei Territori Occupati l’unico momento di onore nella propria vita è quando si fanno saltare in aria.
 
La sola via per uscirne è porre fine all’occupazione, dopo un dialogo di pace.
 
Come giudica la proposta di Ariel Sharon di ritirarsi da Gaza, smantellando tutti i diciassette insediamenti? In un secondo momento, il primo ministro avrebbe mostrato la volontà di trasferire i 7.500 israeliani che vivono qui nelle colonie della Cisgiordania.
 
Ufficialmente Sharon non ha detto di voler trasferire i coloni di Gaza negli insediamenti in Cisgiordania. L’ho letto sui giornali italiani, non su quelli israeliani. Ma non mi sembra la parte importante. È importante invece capire che cosa significa ritiro unilaterale: vuol dire negare la possibilità di un dialogo, rendere impossibile la pace con i palestinesi. Per fare la pace con loro non è sufficiente abbandonare le colonie; bisogna parlare con loro. Quando Abu Mazen (primo ministro dell’Anp dal maggio all’agosto 2003, ndr), che era considerato un moderato chiese a Israele di liberare 400 prigionieri palestinesi e di sgomberare alcuni degli insediamenti, Sharon disse di no. Ma poi ha concesso proprio questo, lo scorso febbraio, agli Hezbollah libanesi.
 
Quando oggi Sharon parla di un possibile ritiro da Gaza, ne parla in termini di unilateralità e di assenza di dialogo. In pratica, ciò significa consegnare la striscia di Gaza ad Hamas. E Hamas, a Gaza, gli Hezbollah, in Libano, consentono a Israele di affermare con sicurezza: “La pace non è possibile”. Il ritiro proposto da Sharon è dunque un diktat, è imporre una soluzione. È un modo per bloccare l’iniziativa di Ginevra o qualsiasi altra sulla via della pace.
 
Ma il dialogo fra palestinesi e israeliani continua o è totalmente interrotto? Continua. Una settimana fa abbiamo fatto una dimostrazione congiunta – israeliani e palestinesi – contro il Muro. Questo è parte della nostra realtà. Purtroppo il governo Sharon non vuole la pace; vuole l’annessione della maggior parte dei Territori Occupati. E la proposta di un ritiro unilaterale da Gaza è un altro modo per rendere la pace, di fatto, impraticabile.
 
Altri due attori sulla scena sono gli Stati Uniti e l’Europa. Sembra che Washington abbia scelto la via del disimpegno, sul fronte politico. Nel frattempo, però, continua a finanziare Tel Aviv… È vero che gli Stati Uniti forniscono un’enorme somma di denaro, ogni anno, a Israele: qualcosa come 3-4 bilioni di dollari, di cui la metà va nelle tasche dell’industria armiera americana. Ma gli interessi di Washington nell’area sono molto più ampi e comprendono anche la road-map: ovvero, il tentativo di un accordo politico, per ragioni di real politik e cioè per tutelarsi meglio economicamente.
 
Il coinvolgimento americano nel processo di pace in Medio Oriente, sia nel ’91 sia oggi, si spiega dunque così. Persino qualche super falco dell’Amministrazione Bush – come Richard Perle o Paul Wolfowitz, che sono da sempre pro-israeliani – ha consigliato esplicitamente a Sharon di essere presente all’iniziativa di Ginevra. Anche loro avvertono che, per non perdere l’influenza in tutta la regione mediorientale, è necessario un po’ di equilibrio.
 
Dunque, quando gli americani parlano di pace, non è perché sono diventati pacifisti. Semplicemente, in alcune circostanze, la pace “conviene”. Essa diventerà possibile, tuttavia, soltanto se l’Europa decide di esercitare delle pressioni, e se cambia qualcosa nell’opinione pubblica israeliana e internazionale. E, in Israele, qualcosa sta in effetti cambiando, anche in seguito alla profonda crisi economico-sociale.
 
E l’Europa? L’Europa continua a tacere e a essere assente. Mentre è soprattutto qui che dovrebbe essere fatta una vera campagna per la pace in Medio Oriente. Invece il governo francese ha paura di prender posizione e quindi sceglie il silenzio, Blair resta il più fedele alleato di Bush, Schroeder è alla prese con beghe interne, e di Berlusconi non ne parliamo. Eppure, l’Italia negli anni ’80 ebbe un grosso ruolo, portando alla Dichiarazione di Venezia: fu la prima volta, in cui l’Europa disse sì ad uno Stato palestinese. E bisogna ritornare a questo.
 
Come si fa? Con una lotta che non conosce sosta e che però resta difficilissima, per il quadro generale non solo della politica israeliana, ma anche di quella europea.
 
Chi detiene la chiave della soluzione del conflitto? Gli israeliani e i palestinesi. Solo loro.
 
L’Esercito israeliano può avere un ruolo? A partire dal ’48, esso ha sempre avuto un peso enorme. Lo ha anche oggi; ed è molto negativo. Ma è anche vero, che non è poi così monolitico, come parrebbe dall’esterno. E che qualcuno comincia a pensarla diversamente. Questo lo sappiamo anche dalle associazioni di donne israeliane che si recano quotidianamente ai check-point e hanno contatti con alti ufficiali.
 
Ma l’Esercito sarà sempre un esercito, non potrà mai essere liberale, come non potrà mai esserlo l’occupazione. Non possiamo avere una grande speranza in esso, a meno che non si verifichi un cambiamento radicale nella società israeliana.
 
Alessandra Garusi
Categoria: Guerra, Muri, Pace
Luogo: Israele - Palestina