“Chi davvero ama Israele, oggi lotta per la
pace e contro il Muro. Contro la politica criminale di Ariel Sharon”.
Su questo non ha dubbi Zvi Schuldiner, docente di politica e di
pubblica amministrazione al “Sapir Academic
College” (Hof Ashkelon, Israele). Gli abbiamo chiesto allora
una previsione: tra quanti decenni ci sarà uno Stato palestinese,
accanto a uno israeliano? E lui ci ha raggelato: “Secondo un detto
ebraico, le profezie furono date agli idioti. Per questo non so dire,
se ci saranno due Stati l’anno prossimo o mai”. Eppure, il professore
non si rassegna: “La situazione è gravissima, e non può che provocare
altro sangue, altra distruzione, altre morti. E se è vero che solo gli
israeliani e i palestinesi detengono la chiave per disinnescare il
conflitto, ora l’Europa deve agire”. Ecco l’intervista a tutto campo
che ci ha rilasciato.
Ultimamente, in Israele ci sono stati alcuni
segnali positivi, che per un attimo hanno fatto sperare in una svolta:
la lettera dei 27 piloti (settembre 2003) al capo dell’aeronautica; il
grido d’allarme lanciato dai quattro ex capi dello Shin Bet (novembre
2003) durante un incontro organizzato, lo scorso novembre, dal più
diffuso quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth; gli Accordi di Ginevra (dicembre
2003). Come mai non sono stati
sufficienti per uscire dall’impasse? Tutto questo è parte di una crisi. Anche l’opinione pubblica
israeliana ha cominciato a capire che la politica del governo Sharon
non conduce alla pace, alla sicurezza. Di più: non è in grado di
migliorare in alcun modo la situazione. Ma va anche detto che già il
30-40 percento degli israeliani appoggiano gli Accordi di Ginevra, pur
non conoscendone a fondo i dettagli. Lo fanno, perché Ginevra distrugge
la convinzione diffusa da Barak, ancor prima di Sharon, che non esiste
un interlocutore col quale poter trattare. Dunque, questi Accordi non
sono tanto importanti per il loro contenuto; piuttosto per il fatto che
dimostrano l’esistenza di una controparte e di una base comune da cui
partire per un futuro, possibile Trattato. Bisogna uscire dall’attuale
catena di sangue e vendette, che non fanno che portare a una sempre
maggior sofferenza nei due popoli.
La
percezione della profondissima crisi nella quale è sprofondata Israele
inizia a essere presente anche nell’Esercito e ai vertici del potere.
L’aeronautica, in particolare, rappresenta il corpo più elitario:
costoro oggi dubitano fortemente che la politica folle adottata dal
governo possa condurre da qualche parte. Questa appare sempre più
nebulosa. Soprattutto dopo l’11 settembre, con la scusa di “combattere
il terrorismo”, si sono fatti passare provvedimenti di ogni tipo. E
spesso si è dimenticato il contesto che genera il terrore: oltre
all’ideologia, pesa la disperazione; la mancanza di un’altra via. Così
per alcuni giovani nei Territori Occupati l’unico momento di onore
nella propria vita è quando si fanno saltare in aria.
La sola via per uscirne è porre fine all’occupazione, dopo
un dialogo di pace.
Come
giudica la proposta di Ariel Sharon di ritirarsi da Gaza, smantellando
tutti i diciassette insediamenti? In un secondo momento, il primo
ministro avrebbe mostrato la volontà di trasferire i 7.500 israeliani
che vivono qui nelle colonie della Cisgiordania.
Ufficialmente Sharon non ha
detto di voler trasferire i coloni di Gaza negli insediamenti in
Cisgiordania. L’ho letto sui giornali italiani, non su quelli
israeliani. Ma non mi sembra la parte importante. È importante invece
capire che cosa significa ritiro unilaterale: vuol dire negare la
possibilità di un dialogo, rendere impossibile la pace con i
palestinesi. Per fare la pace con loro non è sufficiente abbandonare le
colonie; bisogna parlare con loro. Quando Abu Mazen (primo ministro
dell’Anp dal maggio all’agosto 2003, ndr), che era
considerato un moderato chiese a Israele di liberare 400 prigionieri
palestinesi e di sgomberare alcuni degli insediamenti, Sharon disse di
no. Ma poi ha concesso proprio questo, lo scorso febbraio, agli
Hezbollah libanesi.
Quando oggi Sharon
parla di un possibile ritiro da Gaza, ne parla in termini di
unilateralità e di assenza di dialogo. In pratica, ciò significa
consegnare la striscia di Gaza ad Hamas. E Hamas, a Gaza, gli
Hezbollah, in Libano, consentono a Israele di affermare con sicurezza:
“La pace non è possibile”. Il ritiro proposto da Sharon è dunque un
diktat, è imporre una soluzione. È un modo per bloccare l’iniziativa di
Ginevra o qualsiasi altra sulla via della pace.
Ma il dialogo fra palestinesi e israeliani
continua o è totalmente interrotto? Continua. Una settimana fa abbiamo fatto una dimostrazione
congiunta – israeliani e palestinesi – contro il Muro. Questo è parte
della nostra realtà. Purtroppo il governo Sharon non vuole la pace;
vuole l’annessione della maggior parte dei Territori Occupati. E la
proposta di un ritiro unilaterale da Gaza è un altro modo per rendere
la pace, di fatto, impraticabile.
Altri due attori sulla scena sono gli Stati
Uniti e l’Europa. Sembra che Washington abbia scelto la via del
disimpegno, sul fronte politico. Nel frattempo, però, continua a
finanziare Tel Aviv… È vero
che gli Stati Uniti forniscono un’enorme somma di denaro, ogni anno, a
Israele: qualcosa come 3-4 bilioni di dollari, di cui la metà va nelle
tasche dell’industria armiera americana. Ma gli interessi di Washington
nell’area sono molto più ampi e comprendono anche la road-map: ovvero, il tentativo
di un accordo
politico, per ragioni di real politik e cioè per
tutelarsi meglio economicamente.
Il
coinvolgimento americano nel processo di pace in Medio Oriente, sia nel
’91 sia oggi, si spiega dunque così. Persino qualche super falco
dell’Amministrazione Bush – come Richard Perle o Paul Wolfowitz, che
sono da sempre pro-israeliani – ha consigliato esplicitamente a Sharon
di essere presente all’iniziativa di Ginevra. Anche loro avvertono che,
per non perdere l’influenza in tutta la regione mediorientale, è
necessario un po’ di equilibrio.
Dunque,
quando gli americani parlano di pace, non è perché sono diventati
pacifisti. Semplicemente, in alcune circostanze, la pace “conviene”.
Essa diventerà possibile, tuttavia, soltanto se l’Europa decide di
esercitare delle pressioni, e se cambia qualcosa nell’opinione pubblica
israeliana e internazionale. E, in Israele, qualcosa sta in effetti
cambiando, anche in seguito alla profonda crisi economico-sociale.
E l’Europa? L’Europa continua a tacere e a essere assente. Mentre è
soprattutto qui che dovrebbe essere fatta una vera campagna per la pace
in Medio Oriente. Invece il governo francese ha paura di prender
posizione e quindi sceglie il silenzio, Blair resta il più fedele
alleato di Bush, Schroeder è alla prese con beghe interne, e di
Berlusconi non ne parliamo. Eppure, l’Italia negli anni ’80 ebbe un
grosso ruolo, portando alla Dichiarazione di Venezia: fu la prima
volta, in cui l’Europa disse sì ad uno Stato palestinese. E bisogna
ritornare a questo.
Come si
fa? Con una lotta che non
conosce sosta e che però resta difficilissima, per il quadro generale
non solo della politica israeliana, ma anche di quella europea.
Chi detiene la chiave della
soluzione del conflitto? Gli
israeliani e i palestinesi. Solo loro.
L’Esercito israeliano può avere un
ruolo? A partire dal ’48,
esso ha sempre avuto un peso enorme. Lo ha anche oggi; ed è molto
negativo. Ma è anche vero, che non è poi così monolitico, come parrebbe
dall’esterno. E che qualcuno comincia a pensarla diversamente. Questo
lo sappiamo anche dalle associazioni di donne israeliane che si recano
quotidianamente ai check-point e hanno contatti con alti ufficiali.
Ma l’Esercito sarà sempre un esercito, non
potrà mai essere liberale, come non potrà mai esserlo l’occupazione.
Non possiamo avere una grande speranza in esso, a meno che non si
verifichi un cambiamento radicale nella società israeliana.
Alessandra Garusi