scritto per noi da
Maurizio Campisi
Dopo sei anni dalla firma del Trattato di Roma, la Corte Penale Internazionale è pronta per
cominciare i lavori. Durante questo periodo, il tribunale ha dovuto
affrontare una forte opposizione da parte di grandi potenze come Stati
Uniti, Russia e Cina, così come il disinteresse dei paesi arabi, che
ancora oggi si negano a ratificare il protocollo romano, nonostante
ormai il numero dei governi firmatari abbia quasi raggiunto il
centinaio. Si tratta di una dimostrazione di maturità da parte della
comunità internazionale, che avalla la Corte come lo strumento chiamato
a giudicare i responsabili di genocidi e di crimini contro l’umanità. L’unico
neo, ed è un neo di grandi dimensioni, è
rappresentato dall’ostinato antagonismo degli Stati Uniti che sono
impegnati a tessere una rete parallela di accordi bilaterali che prende
il nome di Aspa (sigla che sta per American Servicemembers Protection
Act). L’iniziativa, che è stata presentata dall’amministrazione Bush
come una necessaria crociata patriottica, vuole garantire la libertà
d’azione ai militari statunitensi nei vari conflitti in cui sono
periodicamente coinvolti. A partire dal luglio passato, l’azione
diplomatica degli Stati Uniti si è intensificata, nell’evidente scopo
di indebolire il potere della Corte per diminuirne la giurisdizione ed
il campo di intervento. Ai paesi che decidono di lasciare il Trattato
di Roma vengono infatti riconosciuti fondi ed investimenti, mentre
quelli che si rifiutano devono fare i conti con embarghi di dubbia
moralità e legalità. Il diniego di riconoscere la Corte pone poi gli
Stati Uniti alla pari di quelle nazioni che loro stessi indicano come
nemici naturali: Sudan, Libia, Iran, Corea del Nord, Siria, Yemen.
Nonostante questo fronte di opposizione, la Corte è prossima ad
iniziare i lavori. Composta da diciotto giudici (tra cui un italiano,
Mauro Politi, docente di diritto internazionale all´Università di
Trento) ha il compito di valutare i casi che verranno mano a mano
presentati da un pubblico ministero dalla grande esperienza,
l’argentino Luis Moreno Ocampo, che ha istruito i processi contro i
militari della dittatura del suo paese. Il collegio di giudici si è
installato un anno fa negli uffici della sede dell’Aja. Abbiamo
incontrato Elizabeth Odio Benito, seconda vicepresidente della Corte,
per un bilancio di questo primo anno, che è stato speso, più che altro,
per fini organizzativi. Elizabeth Odio, che è stata Ministro di
Giustizia e vice presidente della Repubblica del suo paese, la Costa
Rica, ha ricoperto anche il ruolo di giudice del Tribunale
internazionale per i crimini di guerra nella ex
Jugoslavia.
Quali
sono stati i risultati ottenuti dalla Corte Penale Internazionale durante il primo
anno di lavori? Questo primo
anno si è basato sulla preparazione e l’organizzazione della struttura
in tutti i suoi sensi, dall’installazione fisica negli uffici dell’Aja
alla redazione delle norme della Corte. Siccome l’operato di noi
giudici procede in stretta collaborazione con il Pubblico ministero,
abbiamo dedicato molto tempo a seminari ed incontri tra le due parti,
per dare effettività a quello che è stato stabilito nel Trattato di
Roma. Il Pubblico ministero è infatti un organo indipendente, con il
quale però dovremo cooperare per lo studio dei vari casi che ci
verranno proposti.
Gli Stati Uniti –ed altre importanti nazioni- da un lato
reclamano una convivenza internazionale nel rispetto delle regole
democratiche, però dall’altro si rifiutano di partecipare alle istanze
giuridiche che queste stesse regole richiedono. Cosa sta facendo la
Corte Penale Internazionale per evitare la firma di trattati bilaterali
che ne pregiudicano l’esistenza e ne intralciano il
lavoro? La Corte mantiene,
dalla sua fondazione, un calendario di lavoro che prevede l’opera
diplomatica del presidente, il canadese Kirsch. Al momento hanno
aderito al Trattato di Roma novantadue paesi, ma mancano all’appello
nazioni importanti, come gli Stati Uniti, la Russia, l’India e la Cina,
oltre la maggioranza dei paesi arabi (finora ha ratificato solo la
Giordania). Il nostro scopo è quello di dimostrare che la Corte è un
organo indipendente e responsabile, che non risponde a pressioni, e
questo deve essere interpretato come un messaggio positivo, per
invogliare e spingere i governi che ancora non hanno ratificato il
trattato a farlo.
Con quale
dibattimento inizierà i suoi lavori la Corte? Al momento sono allo studio preliminare cinque
situazioni. Quella che si trova allo stato più avanzato riguarda i
fatti avvenuti nel Congo. Crediamo che per giugno saremo pronti per
iniziare a dibattere sulla questione.
Gli organismi internazionali hanno dedicato
negli ultimi anni uno dovuto sviluppo sulle questioni riguardanti il
rispetto dei diritti umani. Anche la Corte seguirà questa
via? La legislazione
riguardante i casi di violazione dei diritti umani nel corso dei
conflitti viene applicata in un’altra struttura giuridica. Nel nostro
caso si tratteranno crimini di guerra come le violazioni di massa,
giudicati nell’ottica della responsabilità penale individuale. Però, è
innegabile che manterremo una linea di estremo rispetto dei diritti
umani.
Nelle ultime guerre
abbiamo assistito all’abuso e alle violenze sistematiche sulla
popolazione civile ed in particolare sulle donne. Come ritiene che si
possa porre un freno a questo triste fenomeno? L’aver tipificato come crimine di guerra, punito
internazionalmente, la violenza sulle donne è stato un passo avanti
molto importante. Lo stesso Trattato di Roma parla molto chiaro al
proposito. Noi stiamo lavorando da anni su questo tema e una delle
intenzioni della Corte sarà proprio quella di punire debitamente le
violenze sulle donne. Noi siamo chiamati ad applicare la legge ed in
questo senso l’esistenza di una legislazione al proposito deve
contribuire a creare una nuova sensibilità su questo delicato
argomento.
Il significato e
l’importanza della Corte è finora ristretto all’Europa, che l’ha
fortemente voluta, ma ha meno influenza in altre parti del mondo, tipo
quello arabo, come lei stessa faceva riferimento, o l’America
Latina. Il lavoro di
diffusione e di diplomazia è importante anche in questo caso. Una delle
possibilità che viene data alla Corte, per regolamento, è quella di
potersi riunire in sessione anche fuori dalla sua sede dell’Aja.
Sarebbe importante quindi portare i casi, per esempio, in America
Latina, una regione che ha sofferto molto a causa delle repressioni
attuate in passato da governi non democratici. La Corte deve essere lo
strumento che garantisca che situazioni come quelle dell’Argentina, del
Cile o del Centroamerica non si ripetano mai più, proponendosi come il
referente di fiducia per l´opinione pubblica. Prevedo che una delle
nostre pregorative, negli anni futuri, sarà quella di allestire
processi in sedi differenti.