20/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Presidente della Corte Penale Internazionale
scritto per noi da
Maurizio Campisi
 
Elizabeth Odio BenitoDopo sei anni dalla firma del Trattato di Roma, la Corte Penale Internazionale è pronta per cominciare i lavori. Durante questo periodo, il tribunale ha dovuto affrontare una forte opposizione da parte di grandi potenze come Stati Uniti, Russia e Cina, così come il disinteresse dei paesi arabi, che ancora oggi si negano a ratificare il protocollo romano, nonostante ormai il numero dei governi firmatari abbia quasi raggiunto il centinaio. Si tratta di una dimostrazione di maturità da parte della comunità internazionale, che avalla la Corte come lo strumento chiamato a giudicare i responsabili di genocidi e di crimini contro l’umanità. L’unico neo, ed è un neo di grandi dimensioni, è rappresentato dall’ostinato antagonismo degli Stati Uniti che sono impegnati a tessere una rete parallela di accordi bilaterali che prende il nome di Aspa (sigla che sta per American Servicemembers Protection Act). L’iniziativa, che è stata presentata dall’amministrazione Bush come una necessaria crociata patriottica, vuole garantire la libertà d’azione ai militari statunitensi nei vari conflitti in cui sono periodicamente coinvolti. A partire dal luglio passato, l’azione diplomatica degli Stati Uniti si è intensificata, nell’evidente scopo di indebolire il potere della Corte per diminuirne la giurisdizione ed il campo di intervento. Ai paesi che decidono di lasciare il Trattato di Roma vengono infatti riconosciuti fondi ed investimenti, mentre quelli che si rifiutano devono fare i conti con embarghi di dubbia moralità e legalità. Il diniego di riconoscere la Corte pone poi gli Stati Uniti alla pari di quelle nazioni che loro stessi indicano come nemici naturali: Sudan, Libia, Iran, Corea del Nord, Siria, Yemen. Nonostante questo fronte di opposizione, la Corte è prossima ad iniziare i lavori. Composta da diciotto giudici (tra cui un italiano, Mauro Politi, docente di diritto internazionale all´Università di Trento) ha il compito di valutare i casi che verranno mano a mano presentati da un pubblico ministero dalla grande esperienza, l’argentino Luis Moreno Ocampo, che ha istruito i processi contro i militari della dittatura del suo paese. Il collegio di giudici si è installato un anno fa negli uffici della sede dell’Aja. Abbiamo incontrato Elizabeth Odio Benito, seconda vicepresidente della Corte, per un bilancio di questo primo anno, che è stato speso, più che altro, per fini organizzativi. Elizabeth Odio, che è stata Ministro di Giustizia e vice presidente della Repubblica del suo paese, la Costa Rica, ha ricoperto anche il ruolo di giudice del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia.
 
Quali sono stati i risultati ottenuti dalla Corte Penale Internazionale durante il primo anno di lavori? Questo primo anno si è basato sulla preparazione e l’organizzazione della struttura in tutti i suoi sensi, dall’installazione fisica negli uffici dell’Aja alla redazione delle norme della Corte. Siccome l’operato di noi giudici procede in stretta collaborazione con il Pubblico ministero, abbiamo dedicato molto tempo a seminari ed incontri tra le due parti, per dare effettività a quello che è stato stabilito nel Trattato di Roma. Il Pubblico ministero è infatti un organo indipendente, con il quale però dovremo cooperare per lo studio dei vari casi che ci verranno proposti.
 
Gli Stati Uniti –ed altre importanti nazioni- da un lato reclamano una convivenza internazionale nel rispetto delle regole democratiche, però dall’altro si rifiutano di partecipare alle istanze giuridiche che queste stesse regole richiedono. Cosa sta facendo la Corte Penale Internazionale per evitare la firma di trattati bilaterali che ne pregiudicano l’esistenza e ne intralciano il lavoro? La Corte mantiene, dalla sua fondazione, un calendario di lavoro che prevede l’opera diplomatica del presidente, il canadese Kirsch. Al momento hanno aderito al Trattato di Roma novantadue paesi, ma mancano all’appello nazioni importanti, come gli Stati Uniti, la Russia, l’India e la Cina, oltre la maggioranza dei paesi arabi (finora ha ratificato solo la Giordania). Il nostro scopo è quello di dimostrare che la Corte è un organo indipendente e responsabile, che non risponde a pressioni, e questo deve essere interpretato come un messaggio positivo, per invogliare e spingere i governi che ancora non hanno ratificato il trattato a farlo.
 
Con quale dibattimento inizierà i suoi lavori la Corte? Al momento sono allo studio preliminare cinque situazioni. Quella che si trova allo stato più avanzato riguarda i fatti avvenuti nel Congo. Crediamo che per giugno saremo pronti per iniziare a dibattere sulla questione.
 
Gli organismi internazionali hanno dedicato negli ultimi anni uno dovuto sviluppo sulle questioni riguardanti il rispetto dei diritti umani. Anche la Corte seguirà questa via? La legislazione riguardante i casi di violazione dei diritti umani nel corso dei conflitti viene applicata in un’altra struttura giuridica. Nel nostro caso si tratteranno crimini di guerra come le violazioni di massa, giudicati nell’ottica della responsabilità penale individuale. Però, è innegabile che manterremo una linea di estremo rispetto dei diritti umani.
 
Nelle ultime guerre abbiamo assistito all’abuso e alle violenze sistematiche sulla popolazione civile ed in particolare sulle donne. Come ritiene che si possa porre un freno a questo triste fenomeno? L’aver tipificato come crimine di guerra, punito internazionalmente, la violenza sulle donne è stato un passo avanti molto importante. Lo stesso Trattato di Roma parla molto chiaro al proposito. Noi stiamo lavorando da anni su questo tema e una delle intenzioni della Corte sarà proprio quella di punire debitamente le violenze sulle donne. Noi siamo chiamati ad applicare la legge ed in questo senso l’esistenza di una legislazione al proposito deve contribuire a creare una nuova sensibilità su questo delicato argomento.
 
Il significato e l’importanza della Corte è finora ristretto all’Europa, che l’ha fortemente voluta, ma ha meno influenza in altre parti del mondo, tipo quello arabo, come lei stessa faceva riferimento, o l’America Latina. Il lavoro di diffusione e di diplomazia è importante anche in questo caso. Una delle possibilità che viene data alla Corte, per regolamento, è quella di potersi riunire in sessione anche fuori dalla sua sede dell’Aja. Sarebbe importante quindi portare i casi, per esempio, in America Latina, una regione che ha sofferto molto a causa delle repressioni attuate in passato da governi non democratici. La Corte deve essere lo strumento che garantisca che situazioni come quelle dell’Argentina, del Cile o del Centroamerica non si ripetano mai più, proponendosi come il referente di fiducia per l´opinione pubblica. Prevedo che una delle nostre pregorative, negli anni futuri, sarà quella di allestire processi in sedi differenti.
Categoria: Guerra, Pace