24/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



Campagna per raccogliere un milione di firme: obiettivo una commissione regionale che studi i fatti del periodo 1991-2001

 

di Francesca Rolandi e Christian Elia


Puoi dividere una terra, uno Stato, un paese. Puoi dividere popoli e famiglie. E' facile, mentre difficile è condividere. In particolare la storia. Individuare una narrazione comune, a volte, diventa un ostacolo insormontabile, soprattutto quando la storia diventa una clava da usare contro l'altro. L'ex-Jugoslavia è una storia che nessuno vuole raccontare, o meglio che ciascuno vuole raccontare a modo suo. Un gruppo di persone e di associazioni ha deciso che è tempo di provare a ritrovare una storia comune. PeaceReporter ha intervistato Maja Micic, promotrice della Coalizione per Rekom e direttrice dell'Iniziativa dei giovani per i diritti umani di Belgrado. L'obiettivo è raccogliere, entro il 30 giugno prossimo, un milione di firme.

 

Come è nata la Coalizione per Rekom e da che settori è partita?
Iniziatori della campagna sono state tre organizzazioni per i diritti umani, dalla Serbia, dalla Croazia, dalla Bosnia-Erzegovina: Sono l'Humanitarian Law Center, Documenta e Research and Documentation Center. La coalizione per Rekom conta oltre 1600 membri, tra cui organizzazioni per i diritti umani, associazioni delle vittime, associazioni dei veterani, oltre a individui che sono stati coinvolti in queste organizzazioni.

Qual è lo scopo della vostra iniziativa?
Noi vorremmo che venisse fondata Rekom, una commissione regionale per fare luce sui crimini di guerra e sui gravi casi di violazione dei diritti umani nei territori della ex Jugoslavia nel periodo 1991-2001. E' importante sottolineare che parliamo di una commissione che si occuperebbe soprattutto di accertare i fatti avvenuti e che verrebbe fondata da tutti i paesi della regione. La componente regionale è importantissima ed è una delle precondizioni per scoprire la verità su tutti i fatti che sono accaduti nella regione durante gli anni Novanta. Il lavoro della commissione non minaccerà in alcun modo quello che fino ad ora è stato raggiunto nei processi, soprattutto quelli dell'Aja, e che la commissione avrà tra le sue principali caratteristiche quella di offrire spazio alle vittime in cui raccontare quello che è successo, perché nello spazio mediatico regionale non si è sentita abbastanza la voce delle vittime. Quella con cui ci confrontiamo tutti i giorni è una distorsione dell'informazione, per queste è molto importante arrivare ai fatti ed evitare le "verità nazionali" di qualsiasi parte, che sono spesso soggette alla manipolazione dei vari politici nazionalisti e allo stesso tempo offrire uno spazio alle vittime e in questo modo sviluppare un'empatia nelle nostre società post-belliche.

Quante firme avete raccolto e quante pensate di raccoglierne?
Al momento in tutta la regione circa duemila giovani, come volontari, raccolgono le firme di cittadini/e che in questo modo danno un appoggio all'iniziativa. E' importante sottolineare che la maggior parte delle persone coinvolte sono giovani, che la campagna è iniziata nella stessa data, il 26 aprile, in tutti i paesi e che è ancora in corso; in questo modo vogliamo mostrare che i cittadini e le cittadine supportano questa commissione. Le firme raccolte saranno fatte pervenire ai presidenti dei paesi della regione, il che significherà simbolicamente consegnare la petizione nelle mani degli organi statali che avranno il compito di formare quella commissione. L'idea della commissione e di coloro che hanno raccolto le firme è quella di fare pressione su di loro e in seguito monitorare il suo lavoro affinché realizzi i propri scopi per arrivare a un censimento di tutti coloro che sono morti durante i conflitti degli anni Novanta, raccogliere quante più informazioni su quanti sono sono ancora dati per dispersi e arrivare a delle raccomandazioni per evitare che i conflitti che si sono svolti negli anni Novanta si ripetano mai più. La raccolta di firme andrà avanti fino alla fine di luglio e fino ad ora, a livello regionale, sono state raccolte tra le 350mila e le 400mila firme.

Come avete deciso, voi attori della società civile, di lavorare a un livello istituzionale, nel senso di coinvolgere attori governativi?
Ancora non sono coinvolti, con determinati attori e partiti politici siamo nella fase dell'informazione e stiamo facendo pressione sulla necessità di fondare Rekom. Noi crediamo che l'unico modo in cui la commissione possa essere efficace è che sia ufficiale, cioè fondata da tutti i paesi della regione e che non rimanga il progetto di qualche Ong. Solo se coinvolgiamo gli stati della regione possiamo assicurare che la commissione farà il suo lavoro.

Quali sono state le difficoltà maggiori che avete incontrato?
Il progetto è iniziato alcuni anni fa e si tratta della più ampia discussione pubblica sul tema delle gravi violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra avvenuti negli anni Novanta. Noi presentiamo questa campagna come qualcosa di interesse generale, importante per tutti i cittadini e le cittadine, per ogni essere umano, come qualcosa che per una persona rispettabile non ha senso non appoggiare perché non è legata a nessun partito politico. Abbiamo incontrato difficoltà differenti nei diversi paesi, ci siamo confrontati con contro-campagne, con attacchi verbali da parte delle correnti nazionaliste in ogni paese, per esempio in Croazia i nostri volontari sono incappati più volte in attacchi verbali. Di volta in volta la commissione viene considerata anti-serba, anti-croata o anti-bosniaca. Per esempio in Serbia il pregiudizio dominante sulle organizzazioni che si occupano di diritti umani è che esse neghino l'esistenza di vittime serbe e si dichiarano solo per il riconoscimento delle vittime di altre nazionalità, tutte informazioni false e facili da controbattere. Per questo è importante sottolineare che in questo progetto sono coinvolte le vittime, di nazionalità differenti, associazioni di veterani, che più di 1600 attori sono coinvolti ecc... In questo modo riusciamo a minimizzare quelle contro campagne.

Avete dei progetti riguardanti l'insegnamento della storia degli anni Novanta nelle scuole?
Quello che è stato fatto nel settore non governativo, soprattutto in Serbia, riguarda l'aspetto dell'istruzione informale, attraverso diversi progetti educativi informali cerchiamo di colmare le mancanze che il sistema educativo ha ancora in Serbia, dove una riforma non è ancora entrata in atto. Ad esempio i manuali si ispirano ancora a una forma di negazione di quello che è successo negli anni Novata e ci si imbatte in numerosi stereotipi che i giovani assorbono attraverso l'istruzione. In questo campo siamo attivi noi come altre organizzazioni non governative.

Come hanno influito l'arresto di Mladic e la condanna di Gotovina sulla percezione della vostra attività?
La condanna del generale Gotovina è avvenuta solo alcuni giorni prima dell'inizio della campagna e ha sollevato un polverone in Croazia e reso più difficile il lavoro di raccolta delle firme, il che ha mostrato che forse la società non è pronta a confrontarsi con il passato nel modo giusto. Quello che noi cerchiamo di ribattere, in tutta la regione, è che è necessario scoprire tutti i fatti e far sì che ogni vittima ottenga un nome e cognome. Va detto che anche dopo l'arresto di Ratko Mladic la maggior parte dello spazio mediatico è stata occupata da dettagli insignificanti della sua vita e non c'è stato spazio per le vittime, né per capire quale è l'accusa che pesa su Mladic. Sia i politici che i media si sono sforzati perché si parlasse d'altro. Noi di Rekom sottolineiamo che è molto importante ascoltare le vittime e parlare di fatti, che è qualcosa che noi come società dobbiamo fare non solo sotto la pressione delle istituzioni internazionali e dell'Ue, che dobbiamo distruggere quel sistema di valori che ha permesso a Mladic di fare quello che ha fatto. L'arresto di Mladic non deve quindi essere percepito come spesso accade qui come un obbligo per ottenere lo status di candidati all'Ue ma come un dovere della nostra società.

In entrambi i casi, l'arresto di Mladic e la condanna di Gotovina in questione sono la giustizia internazionale e il tribunale dell'Aia. Quando cesserà il bisogno di una giustizia internazionale?
Non dobbiamo trascurare tutto quello che è stato fatto e che sarà ancora fatto dal tribunale dell'Aia, specialmente rispetto al caso specifico di Ratko Mladic. Per esempio i massacri di Srebrenica sono stati per la prima volta classificati come genocidio nella sentenza contro il generale Krstic. Passi importanti, specialmente quando la nostra società inizierà il processo di confronto con il passato, processo che quando comincerà non sarà più possibile tornare indietro.

Quanta attenzione avete avuto dai media?
Molta, ci hanno dedicato un grosso spazio mediatico, si è informato positivamente. Ma abbiamo anche avuto esperienze molto negative con i media, nel senso che le contro campagne si sono svolte sui media, ma si è trattato soprattutto dei soliti pregiudizi con i quali le organizzazioni per i diritti umani si confrontano nella regione.

Parole chiave: Rekom, Maja Macic, Jugoslavia, tribunale Aja
Categoria: Politica, Popoli, Storia
Luogo: Serbia