20/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La legge francese vieta di portare simboli religiosi a scuola
Il velo di MarianneIn Francia la legge sul divieto di portare simboli religiosi a scuola continua a suscitare polemiche. Dopo il via libera del Parlamento, si aspetta il voto del Senato. Pubblichiamo un intervento di Carlo Ossola, professore di Littératures modernes de l'Europe néolatine al Collège de France a Parigi e membro dell'Accademia dei Lincei.
 
Con un quasi plebiscito il parlamento francese ha votato la legge restrittiva sui segni religiosi a scuola, il 10 febbraio scorso. I pochi dissensi hanno attraversato tutti i partiti. La legge che ribadisce la laicità dello Stato è passata, ma i limiti teorici e applicativi restano.
 
Cominciamo dai più semplici -cioè i criteri applicativi- che sarebbe stato più facile regolare con delle circolari scolastiche (riguardanti appunto i comportamenti locali) anziché con delle leggi (che normano valori e principi generali): chi misurerà l'eccessivo ingombro di veli, croci, etc.?
 
Faranno, come da noi anni orsono, un  bustometro per indicare le misure corrette di vestiti e ornamenti? Nascerà una moda di Stato? O si tornerà al grembiulino/uniforme obbligatoria? Molti presidi hanno già dichiarato la concreta inapplicabilità (e il rischio di ridicolo) di siffatta legge. Sui principi il dissenso di larga parte della società civile è anche più netto.
 
1) Un vero stato laico (diciamo alla Voltaire) non dovrebbe temere simboli come il velo: una lettura laica di essi li classificherebbe come ornamenti, tratti folklorici, convenzioni culturali, che nulla hanno a che vedere con i principi fondamentali di uno stato nato dalla Rivoluzione Francese: cioè il diritto all'educazione e alla eguale cittadinanza per tutti. In effetti provvedimenti recenti, come l'espulsione da una scuola di una ragazza islamica che si era rifiutata di deporre il velo, non fanno che confermare l'esclusione e ricacciare questi giovani, senza ritorno, nelle più profonde marginalità dalle quali provengono.
 
2) La ragione addotta a difesa del provvedimento di legge, e cioè che il principio di uguaglianza e di laicità implica che vengano rimossi i tratti distintivi religiosi, non solo è in contrasto con le "libertà dell'individuo" garantite dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo (che non ammette limitazioni alla professione religiosa della persona), ma sposta -superficialmente- l'eguaglianza alla forma vestimentaria anziché alla sostanza economica e politica. Come hanno osservato in molti, e ancora il 10 febbraio il deputato europeo Sami Nair su Libération, il "puntare i riflettori sul velo occulta il solo vero problema, quello dell'integrazione sociale". Reprimere non è integrare, proibire non è aumentare le opportunità di inserimento.
 
3) Lo Stato francese riafferma la propria laicità non già trasformandosi nel forum del dialogo di ogni pluralità (culturale, civile, religiosa), cioè legando laicità a maggiore libertà; ma facendo di essa laicità -a sua volta- una religione (di Stato) che non aggiunge ma toglie libertà. Riconosco che questo argomento è molto difficile da far comprendere a chi viva già dentro il culto della République e dell' eccezione francese.
 
4) Una lezione tuttavia si può trarre, a livello europeo, da questo caso: e cioè che anche questa volta, come nel caso della condenda Costituzione europea, l'identità non si fa attraverso lo specifico della civiltà europea, cioè per la somma delle sue pluralità culturali, ma per sottrazione e neutralizzazione di tutti i tratti distintivi. Il progetto europeo che sta emergendo è quello di un'unità inidentificabile, di una matrice sterilizzata, e perciò sterile di futuro.
 
5). La Legge sul velo è dunque un esempio preoccupante della tentazione delle scorciatoie che i governi europei potrebbero assumere di fronte alla complessità del processo di unificazione: l'Europa non si unifica tra Stati, se ciascuno di essi non integra le proprie dissimili comunità. Il confronto con l'Islam non si fa gareggiando con pari integralismo (come definire altrimenti l'irrigidimento francese?), ma moltiplicando le opportunità di libertà e di vera eguaglianza (di studio, di lavoro, di riconoscimento di dignità).
 
6) Nondimeno, il caso francese pone un interrogativo di fondo all'Europa tutta: di quale eguaglianza è portatore lo Stato? Di quali libertà è garante? La paura, l'allergia, della libertà religiosa è un pessimo sintomo sullo stato di salute di quei due grandi principi (eguaglianza e libertà: l'una nutrice dell'altra) fondatori delle nostre democrazie: non sarà -mi domando- che, sedotti dal più maneggevole uso delle vie repressive, gli Stati europei si stanno contagiando della malattia -per riprendere il titolo di un libro di Meddeb- che rimproverano all'Islam?
 
Per parte mia, resto convinto che la vera eguaglianza (come fu definita dal Cristianesimo alla Rivoluzione francese e da questa alle nostre Costituzioni) è solo quella che non unifica per sottrazione, ma armonizza per convivenza: quella che dall' Egalité fa passare alla Fraternité.
 
Carlo Ossola
Collège de France, Paris
 
Categoria: Religione
Luogo: Francia