In Francia la
legge sul divieto di portare simboli religiosi a scuola
continua a suscitare polemiche. Dopo il via
libera del Parlamento, si aspetta il voto del Senato.
Pubblichiamo un intervento di Carlo Ossola, professore di Littératures
modernes de l'Europe néolatine al Collège de France a Parigi e membro
dell'Accademia dei Lincei.
Con un quasi plebiscito il parlamento francese ha
votato la legge restrittiva sui segni religiosi a
scuola, il 10 febbraio scorso. I pochi dissensi hanno attraversato
tutti i partiti. La legge che ribadisce la laicità dello Stato è
passata, ma i limiti teorici e applicativi restano.
Cominciamo dai più semplici -cioè i criteri applicativi- che
sarebbe stato più facile regolare con delle circolari scolastiche
(riguardanti appunto i comportamenti locali)
anziché con delle leggi (che normano valori e principi generali): chi
misurerà l'eccessivo ingombro di veli, croci, etc.?
Faranno, come da noi anni orsono, un bustometro per indicare le misure corrette di
vestiti e ornamenti? Nascerà una moda di Stato? O si tornerà al
grembiulino/uniforme obbligatoria? Molti presidi hanno già dichiarato
la concreta inapplicabilità (e il rischio di ridicolo) di siffatta
legge. Sui principi il dissenso di larga parte della società civile è
anche più netto.
1) Un vero stato laico
(diciamo alla Voltaire) non dovrebbe temere
simboli come il velo: una lettura laica di essi li classificherebbe
come ornamenti, tratti folklorici, convenzioni culturali, che nulla
hanno a che vedere con i principi fondamentali di uno stato nato dalla
Rivoluzione Francese: cioè il diritto all'educazione e alla eguale
cittadinanza per tutti. In effetti provvedimenti recenti, come l'espulsione da
una
scuola di una ragazza islamica che si era rifiutata di deporre il velo,
non fanno che confermare l'esclusione e ricacciare questi giovani,
senza ritorno, nelle più profonde marginalità dalle quali provengono.
2) La ragione addotta a difesa del
provvedimento di legge, e cioè che il principio di uguaglianza e di
laicità implica che vengano rimossi i tratti distintivi religiosi, non
solo è in contrasto con le "libertà dell'individuo" garantite dalla
Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo (che non ammette
limitazioni alla professione religiosa della persona), ma sposta
-superficialmente- l'eguaglianza alla forma vestimentaria anziché alla
sostanza economica e politica. Come hanno osservato in molti, e ancora
il 10 febbraio il deputato europeo Sami Nair su Libération, il "puntare i riflettori
sul velo
occulta il solo vero problema, quello dell'integrazione sociale".
Reprimere non è integrare, proibire non è aumentare le opportunità di
inserimento.
3) Lo Stato francese riafferma la
propria laicità non già trasformandosi nel forum del dialogo di ogni
pluralità (culturale, civile, religiosa), cioè legando laicità a
maggiore libertà; ma facendo di essa laicità -a sua volta- una
religione (di Stato) che non aggiunge ma toglie libertà. Riconosco che
questo argomento è molto difficile da far comprendere a chi viva già
dentro il culto della République e dell' eccezione francese.
4)
Una lezione tuttavia si può trarre, a livello europeo, da questo caso:
e cioè che anche questa volta, come nel caso della condenda
Costituzione europea, l'identità non si fa attraverso lo specifico
della civiltà europea, cioè per la somma delle sue pluralità culturali,
ma per sottrazione e neutralizzazione di tutti i tratti distintivi. Il
progetto europeo che sta emergendo è quello di un'unità inidentificabile, di una
matrice sterilizzata, e
perciò sterile di futuro.
5). La Legge sul velo è dunque un esempio preoccupante
della tentazione delle scorciatoie che i governi
europei potrebbero assumere di fronte alla complessità del processo di
unificazione: l'Europa non si unifica tra Stati, se ciascuno di essi
non integra le proprie dissimili comunità. Il confronto con l'Islam non
si fa gareggiando con pari integralismo (come definire altrimenti
l'irrigidimento francese?), ma moltiplicando le opportunità di libertà
e di vera eguaglianza (di studio, di lavoro, di riconoscimento di
dignità).
6) Nondimeno, il caso francese
pone un interrogativo di fondo all'Europa tutta: di quale eguaglianza è
portatore lo Stato? Di quali libertà è garante? La paura, l'allergia, della
libertà religiosa è un pessimo sintomo sullo stato di salute di quei
due grandi principi (eguaglianza e libertà: l'una nutrice dell'altra)
fondatori delle nostre democrazie: non sarà -mi domando- che, sedotti
dal più maneggevole uso delle vie repressive, gli Stati europei si
stanno contagiando della malattia -per riprendere il titolo di un libro
di Meddeb- che rimproverano all'Islam?
Per
parte mia, resto convinto che la vera eguaglianza (come fu definita dal
Cristianesimo alla Rivoluzione francese e da questa alle nostre
Costituzioni) è solo quella che non unifica per sottrazione, ma
armonizza per convivenza: quella che dall' Egalité fa passare alla
Fraternité.
Carlo Ossola