Un viaggio al confine tra Iran e Iraq. Dove c'era e c'è ancora la guerra
scritto per noi da
Narghes Bajoghli
Sono le 7 e mezza mentre andiamo verso Shalamcheh, un campo di
battaglia a poche miglia dal confine tra Iran e Iraq. Adesso è un mausoleo della
guerra tra Iran
e Iraq che, in otto anni, è costata oltre un milione di vite. Il nostro
tassista, Mr. Zaboli, un arabo iraniano, ci guida abilmente attraverso
la strada
stretta, costeggiata su entrambi i lati da campi minati, delimitati da
una staccionata. Il territorio è arido, la terra bruciata da un sole
che,
in questa regione del Paese, è particolarmente intenso. Non ci sono
segni di vita attorno a noi, solo occasionali cartelloni che
commemorano i
martiri della guerra, in questo luogo che chiamano Shalamcheh, la Karbala iraniana.
Perfino in questa strada che conduce al mausoleo della tragedia durata
otto
anni, la guerra sembra distante, quasi dimenticata.

Al nostro arrivo, sulle trincee, appaiono dei carri armati mezzi
bruciati, che punteggiano il paesaggio arido; macchine da guerra
sistemate
caoticamente sul terreno per ricordare la guerra. Siamo i primi
visitatori e, mentre parcheggiamo, gli altoparlanti riportano
automaticamente alla vita diffondendo canzoni sull'eroismo e sul martirio
sciita. Vorrei poterli spegnere, perché questa musica è semplicemente
ulteriore
propaganda; preferisco commemorare i morti in silenzio, non nella
cacofonia della religione imposta dallo stato che ha giocato con le
vite di
questi ragazzini per rinforzare ulteriormente il proprio potere.
Cammino verso le fotografie incorniciate, immagini cruente di ragazzini
colti dalla morte, i loro corpi sparsi come bambole rotte sulla terra
devastata dalla guerra, con le membra raccolte in posizioni innaturali
e le teste sfracellate, che riposano su un lato. Volti colti nella
paura,
nel dolore e a volte dal sollievo.
I loro occhi grandi e belli, la loro pelle scura baciata dal sole,
congelata dalla morte; i loro ritratti incorniciati e appesi in questo
tempio
poco frequentato. Alzo lo sguardo e vedo l'Iraq pochi metri alla mia
sinistra, separato
dal recinto della frontiera. All'inizio decido di camminare nella
direzione opposta, verso i carri. Sono le otto del mattino e, benché
l'estate non sia ancora iniziata, il sole arde incandescente e sento il
sudore sulla mia faccia.

Questo posto in piena estate doveva essere
un inferno per i giovani soldati iraniani e iracheni,
senza alberi
sotto cui ripararsi né cespugli dove nascondersi. Semplicemente terra
marrone a perdita d'occhio, mentre si davano battaglia in una guerra
futile
cominciata da due dittatori che erano i burattinai dei soldati.
Nutrivano le loro popolazioni con immagini di rettitudine, grandezza e
battaglie religiose, dando loro un motivo per continuare a distruggere.
Nel 1980 l'Iraq invase l'Iran, ancora in mezzo alla rivoluzione del 1979,
aspettandosi una rapida vittoria. Ciò che seguì fu l'occupazione per
due anni delle città al confine meridionale dell'Iran, durante la quale
la battaglia per il solo piccolo villaggio di Khorramshahr causò 13mila vittime.
Una volta che i soldati iraniani liberarono
Khorramshahr nel 1982, l'Ayatollah Khomeini decise di continuare
l'offensiva e di
invadere il territorio iracheno nel tentativo di guadagnare Karbala.
Mentre la guerra infuriava per altri sei anni, Khomeini usò il conflitto come
pretesto per purgare il nuovo stato di tutti gli "anti-rivoluzionari" e
per
rafforzare il proprio potere. Questa guerra, nella quale la
trincea fu usata per la prima volta dopo la Prima Guerra mondiale e i gas
nervini furono impiegati per la prima volta in assoluto dall'Iraq in
operazioni di guerra, causò oltre un milione di morti. Le perdite
furono enormi: solo nell'ultima battaglia furono uccisi 65mila soldati iraniani,
la maggior parte di loro dai gas.
Mentre questi numeri rimbombano nella
mia testa, non so se piangere i
morti o se urlare ai burattinai per aver condotto i loro giochi senza
alcun riguardo per la vita umana. Mi guardo intorno e, oltre una
striscia di terra arida, c'è una strada trafficata che porta in Iraq.
E' piena di grossi camion che portano merci, principalmente acciaio,
cemento e
ferro, dalle compagnie iraniane al Paese confinante occupato. Il
confine
tra Iraq e Iran assomiglia a quello tra il Canada e gli Stati Uniti:
convogli di merci per trasporti, per commercio, per denaro. Il nemico
di un
tempo, ora impegnato in un'altra guerra, è diventato adesso fonte di introiti.
Mentre i monumenti di guerra sparsi nel Paese si scolorano e sono
coperti con
le pubblicità, mentre gli scolaretti tornano a casa con
battute sul fronte, mentre all'Università di Teheran la Liberazione di
Khorramshahr è uno spettacolo di un gruppo musicale, mentre il Paese dimentica la più lunga
guerra del ventesimo secolo, la classe
dirigente e affarista guadagna dalla nuova distruzione dei nemici di un tempo,
questa volta per mano di un altro esercito.

Mi siedo su un blocco di cemento rotto, con la musica religiosa di
sottofondo, gli autocarri dietro di me e i carri armati di
fronte, i campi minati di lato e l'Iraq a pochi metri alla mia sinistra.
Questi soldati hanno combattuto, ucciso e sono stati uccisi, e ora il Paese
sta tentando di dimenticarli in tutta fretta, per progredire, per
ricostruire. Non esiste un luogo in cui la futilità della guerra e lo
scempio
di vite umane sia più apparente che in questo mausoleo dedicato rendere eroi dei
semplici morti.
La sera i miei compagni ed io ci troviamo in mezzo ad Abadan, il centro
della fiorente industria petrolifera iraniana e, prima della
rivoluzione, sede della più grande e più importante raffineria.
Il sole si è
ritirato dopo un giorno passato ad esprimere al massimo la propria
energia e
siamo grati di sentire una lieve brezza serale. Ci troviamo nel centro
della città affollata, circondati da adolescenti e giovani adulti con i
loro vestiti migliori, ragazze con vestiti colorati e attillati e visi
pieni di trucco, ragazzi vestiti secondo l'ultima moda europea, con i
capelli irrigiditi dal gel. Le famiglie passeggiano intorno guardando
le vetrine, venditori ambulanti ci benedicono con la loro varietà di
merci
gustose, e i giovani sono occupati a scegliersi, scambiandosi occhiate.
Siamo sopraffatti dall'energia e dalla vita di queste strade e, dopo
aver
passeggiato per alcuni quartieri, decidiamo di sederci sul marciapiede
di un incrocio affollato. Diciassette anni dopo la fine della guerra,
la
maggior parte degli abitanti di Abadan ha deciso di tornare alla loro
cittadina distrutta dalla guerra per farne la propria casa un'altra
volta. Ed è in questo incrocio che la guerra ha assunto per me un
significato.
La tremenda energia e giovinezza sulle strade mi ha dato ciò che il
mausoleo a Shalamcheh non ha potuto darmi: la comprensione del fatto
che
le giovani vite in guerra furono sacrificate perché la mia generazione potesse
celebrare la vita. Quest'incrocio mi ha permesso di rendere omaggio alla
vita, non di fare dei morti degli eroi.