15/06/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un viaggio al confine tra Iran e Iraq. Dove c'era e c'è ancora la guerra
scritto per noi da
Narghes Bajoghli
 
 
Sono le 7 e mezza mentre andiamo verso Shalamcheh, un campo di battaglia a poche miglia dal confine tra Iran e Iraq. Adesso è un mausoleo della guerra tra Iran e Iraq che, in otto anni, è costata oltre un milione di vite. Il nostro tassista, Mr. Zaboli, un arabo iraniano, ci guida abilmente attraverso la strada stretta, costeggiata su entrambi i lati da campi minati, delimitati da una staccionata. Il territorio è arido, la terra bruciata da un sole che, in questa regione del Paese, è particolarmente intenso. Non ci sono segni di vita attorno a noi, solo occasionali cartelloni che commemorano i martiri della guerra, in questo luogo che chiamano Shalamcheh, la Karbala iraniana. Perfino in questa strada che conduce al mausoleo della tragedia durata otto anni, la guerra sembra distante, quasi dimenticata.
 
trincee al confine tra iran e iraq Al nostro arrivo, sulle trincee, appaiono dei carri armati mezzi bruciati, che punteggiano il paesaggio arido; macchine da guerra sistemate caoticamente sul terreno per ricordare la guerra. Siamo i primi visitatori e, mentre parcheggiamo, gli altoparlanti riportano automaticamente alla vita diffondendo canzoni sull'eroismo e sul martirio sciita. Vorrei poterli spegnere, perché questa musica è semplicemente ulteriore propaganda; preferisco commemorare i morti in silenzio, non nella cacofonia della religione imposta dallo stato che ha giocato con le vite di questi ragazzini per rinforzare ulteriormente il proprio potere.
 
Cammino verso le fotografie incorniciate, immagini cruente di ragazzini colti dalla morte, i loro corpi sparsi come bambole rotte sulla terra devastata dalla guerra, con le membra raccolte in posizioni innaturali e le teste sfracellate, che riposano su un lato. Volti colti nella paura, nel dolore e a volte dal sollievo. I loro occhi grandi e belli, la loro pelle scura baciata dal sole, congelata dalla morte; i loro ritratti incorniciati e appesi in questo tempio poco frequentato. Alzo lo sguardo e vedo l'Iraq pochi metri alla mia sinistra, separato dal recinto della frontiera. All'inizio decido di camminare nella direzione opposta, verso i carri. Sono le otto del mattino e, benché l'estate non sia ancora iniziata, il sole arde incandescente e sento il sudore sulla mia faccia.

campo minato al confine tra iran e iraqQuesto posto in piena estate doveva essere un inferno per i giovani soldati iraniani e iracheni, senza alberi sotto cui ripararsi né cespugli dove nascondersi. Semplicemente terra marrone a perdita d'occhio, mentre si davano battaglia in una guerra futile cominciata da due dittatori che erano i burattinai dei soldati. Nutrivano le loro popolazioni con immagini di rettitudine, grandezza e battaglie religiose, dando loro un motivo per continuare a distruggere. Nel 1980 l'Iraq invase l'Iran, ancora in mezzo alla rivoluzione del 1979, aspettandosi una rapida vittoria. Ciò che seguì fu l'occupazione per due anni delle città al confine meridionale dell'Iran, durante la quale la battaglia per il solo piccolo villaggio di Khorramshahr causò 13mila vittime. Una volta che i soldati iraniani liberarono Khorramshahr nel 1982, l'Ayatollah Khomeini decise di continuare l'offensiva e di invadere il territorio iracheno nel tentativo di guadagnare Karbala.
 
Mentre la guerra infuriava per altri sei anni, Khomeini usò il conflitto come pretesto per purgare il nuovo stato di tutti gli "anti-rivoluzionari" e per rafforzare il proprio potere. Questa guerra, nella quale la trincea fu usata per la prima volta dopo la Prima Guerra mondiale e i gas nervini furono impiegati per la prima volta in assoluto dall'Iraq in operazioni di guerra, causò oltre un milione di morti. Le perdite furono enormi: solo nell'ultima battaglia furono uccisi 65mila soldati iraniani, la maggior parte di loro dai gas.
 
Mentre questi numeri rimbombano nella mia testa, non so se piangere i morti o se urlare ai burattinai per aver condotto i loro giochi senza alcun riguardo per la vita umana. Mi guardo intorno e, oltre una striscia di terra arida, c'è una strada trafficata che porta in Iraq. E' piena di grossi camion che portano merci, principalmente acciaio, cemento e ferro, dalle compagnie iraniane al Paese confinante occupato. Il confine tra Iraq e Iran assomiglia a quello tra il Canada e gli Stati Uniti: convogli di merci per trasporti, per commercio, per denaro. Il nemico di un tempo, ora impegnato in un'altra guerra, è diventato adesso fonte di introiti. Mentre i monumenti di guerra sparsi nel Paese si scolorano e sono coperti con le pubblicità, mentre gli scolaretti tornano a casa con battute sul fronte, mentre all'Università di Teheran la Liberazione di Khorramshahr è uno spettacolo di un gruppo musicale, mentre il Paese dimentica la più lunga guerra del ventesimo secolo, la classe dirigente e affarista guadagna dalla nuova distruzione dei nemici di un tempo, questa volta per mano di un altro esercito.
 
ritratto di un soldato iraniano morto durante la guerra con l'iraq Mi siedo su un blocco di cemento rotto, con la musica religiosa di sottofondo, gli autocarri dietro di me e i carri armati di fronte, i campi minati di lato e l'Iraq a pochi metri alla mia sinistra. Questi soldati hanno combattuto, ucciso e sono stati uccisi, e ora il Paese sta tentando di dimenticarli in tutta fretta, per progredire, per ricostruire. Non esiste un luogo in cui la futilità della guerra e lo scempio di vite umane sia più apparente che in questo mausoleo dedicato rendere eroi dei semplici morti.
 
La sera i miei compagni ed io ci troviamo in mezzo ad Abadan, il centro della fiorente industria petrolifera iraniana e, prima della rivoluzione, sede della più grande e più importante raffineria.  Il sole si è ritirato dopo un giorno passato ad esprimere al massimo la propria energia e siamo grati di sentire una lieve brezza serale. Ci troviamo nel centro della città affollata, circondati da adolescenti e giovani adulti con i loro vestiti migliori, ragazze con vestiti colorati e attillati e visi pieni di trucco, ragazzi vestiti secondo l'ultima moda europea, con i capelli irrigiditi dal gel. Le famiglie passeggiano intorno guardando le vetrine, venditori ambulanti ci benedicono con la loro varietà di merci gustose, e i giovani sono occupati a scegliersi, scambiandosi occhiate.
 
Siamo sopraffatti dall'energia e dalla vita di queste strade e, dopo aver passeggiato per alcuni quartieri, decidiamo di sederci sul marciapiede di un incrocio affollato. Diciassette anni dopo la fine della guerra, la maggior parte degli abitanti di Abadan ha deciso di tornare alla loro cittadina distrutta dalla guerra per farne la propria casa un'altra volta. Ed è in questo incrocio che la guerra ha assunto per me un significato. La tremenda energia e giovinezza sulle strade mi ha dato ciò che il mausoleo a Shalamcheh non ha potuto darmi: la comprensione del fatto che le giovani vite in guerra furono sacrificate perché la mia generazione potesse celebrare la vita. Quest'incrocio mi ha permesso di rendere omaggio alla vita, non di fare dei morti degli eroi.
 
 
 
Categoria: Guerra, Popoli
Luogo: Iran