10/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di un gay palestinese che vive a Gerusalemme in semi- clandestinità
scritto da
Renato Sabbadini
 
Queer for peaceDurante il soggiorno in Israele e nei Territori Occupati, in occasione della missione di Queerforpeace, mi si offre l’occasione di incontrare un gay palestinese (dei Territori) che vive a Gerusalemme in “semi-clandestinità”: una condizione paradossale che si verifica quando un ente governativo, come il ministero degli Interni, rilascia una lettera in cui “permette” ad una persona di rimanere in Israele, mentre altri enti governativi (come l’esercito o la polizia) rifiutano di prendere atto di tale lettera. Chi vive in semi-clandestinità dunque non dispone di un vero e proprio permesso di residenza e deve cercare di non farsi vedere troppo in giro, sperando che i poliziotti che incontra non ritengano carta straccia il documento rilasciato dal ministero degli Interni. Mi reco a casa di Salid, un bel ragazzo 27enne di Ramallah, che vive ormai da tre anni a Gerusalemme insieme al suo compagno israeliano Shlomo (tanto “Salid” quanto “Shlomo” sono nomi fittizi). Salid non parla un ottimo inglese, ma parla un ottimo ebraico e grazie alla traduzione di Sharon della Jerusalem Open House (l’associazione lgbt che organizza il gay pride di Gerusalemme), posso intervistarlo.
 
Salid, cominciamo dagli inizi: quando ti sei scoperto gay? Avevo 13 o 14 anni e ho scoperto di sentirmi attratto dai ragazzi, le mie prime esperienze le ho avute con coetanei. Sapevo che a Ramallah c’erano altri gay più grandi di me, ma avevo paura a farmi vedere insieme a loro. A 18 anni poi ho scoperto l’esistenza della comunità lgbt di Gerusalemme guardando la tv israeliana.
 
Come hai conosciuto Shlomo? Quando vivevo ancora a Ramallah spesso mi recavo a Gerusalemme ovest per andare a battere all’Independence Park [luogo dove si chiudono i cortei del gay pride di Gerusalemme, NdA], ed è lì che ci siamo conosciuti. Per un po’ ho fatto avanti e indietro da Ramallah, finché i miei non hanno scoperto tutto e ho deciso di venire a vivere a Gerusalemme, insieme a Shlomo.
 
Ma come han fatto i tuoi genitori a scoprire che sei gay? Purtroppo Gerusalemme e Ramallah sono più piccole di quanto si pensi ed io ho la sfortuna di avere dei parenti anche a Gerusalemme est, che un giorno mi hanno visto in giro con Shlomo e hanno immediatamente informato i miei.
 
Come si vive da semi-clandestino? È una condizione di totale incertezza: giro con diversi documenti che in qualche modo attestano una condizione simile a quella di un rifugiato, ma nessuno di questi può essere definito un permesso di residenza vero e proprio; e così se vengo fermato dalla polizia, quasi sempre mi minacciano di espulsione, dicendo che potrebbero accompagnarmi nei Territori da un momento all’altro. Fortunatamente vivo e lavoro insieme a Shlomo, così almeno non ho il problema della casa e del lavoro.
 
Cosa rischi se torni a Ramallah? Che uno dei miei parenti mi uccida. L’unico modo per evitarlo sarebbe di chiedere perdono ai miei genitori ed uccidere Shlomo, per salvare l’onore della famiglia. Mio padre è arrivato addirittura a maledirmi. La mia omosessualità costituisce un fatto ancora più grave per il suo onore da quando è tornato dal pellegrinaggio alla Mecca, poiché chi ritorna dalla Mecca acquisisce uno status superiore all’interno della comunità e deve mostrarsi ancor più pio di prima.
 
E la polizia palestinese? Potrebbero darmi sicuramente qualche fastidio, ma il problema più grosso è dato dai miei genitori e dai miei parenti; ovviamente non potrei rivolgermi alla polizia palestinese se qualcuno mi facesse del male…
 
Considerata la tua delicatissima posizione, che tipo di sentimenti nutri nei confronti di Israele? Be', mi sento preso tra due fuochi: da un lato mi è impossibile tornare a Ramallah, ma dall’altro anche qui non ho esattamente una vita facile: per ciò che ho detto prima, devo cercare di non imbattermi nella polizia, altrimenti rischio l’espulsione. Ad ogni modo, per quello che riguarda Israele nel suo complesso, penso che si debba distinguere tra il governo Sharon, che ritengo corrotto, e gli israeliani in generale, con i quali mi piacerebbe davvero poter vivere in pace; mi piacerebbe davvero poter considerare gli ebrei alla stregua di miei fratelli. Ma mi sembra che ciò diventi sempre più difficile, poiché la maggioranza degli israeliani non fa nulla per la pace.
 
Ma in Israele hai un rapporto migliore con gli ebrei o con gli arabi? In effetti, con gli ebrei, soprattutto all’interno della comunità glbt.
 
Che ne pensi dell’occupazione? È una situazione terribile. La gente non può continuare a vivere in quelle condizioni. Finché non cesserà l’occupazione, non vedo speranza per un’evoluzione in senso democratico della nostra società.
 
Credi che la situazione per le persone glbt in Palestina potrà mai migliorare? Solo se arriveremo a costituire uno stato autenticamente sovrano e democratico. Ad oggi la situazione per noi è molto brutta, e nella migliore delle ipotesi si viene guardati male…
 
Considerato quanto ti è costata la tua scelta di vita, la rifaresti? Non credo alle seconde volte. La storia non si ripete e quindi non mi pongo la domanda, anche se la scelta fatta mi è costata più di quanto avessi mai immaginato. Ancora oggi ho spesso degli incubi. Non mi aspettavo davvero una reazione del genere da parte dei miei genitori e ne soffro moltissimo. Purtroppo io sono testardo quanto lo sono loro e davvero è difficile dire se mai si romperà il ghiaccio e chi lo farà per primo. So anche che se mai ci riconcilieremo non dimenticherò mai gli anni di sofferenze provate, anni che nessuno mi potrà mai ridare. La cosa più brutta è che al momento non so proprio nulla di loro, se stanno bene, se stanno male, non so nulla…
 
Ti ritieni religioso? Mi sento musulmano e praticante. Lo so che l’omosessualità è un peccato, ma questa è una cosa tra Dio e me. Per il resto sono un buon musulmano.
 
Come Salid, decine di altri ragazzi palestinesi vivono semiclandestinamente in Israele, con il rischio di essere espulsi da un momento all’altro. La maggior parte, come Salid, rischia di morire per mano di un parente, mentre una minoranza rischia di essere perseguitata sulla base di un’accusa, più o meno fondata, di collaborazionismo con le autorità israeliane. Alcuni esponenti del movimento glbt israeliano, tra cui l’associazione "Jerusalem Open House", hanno incontrato il primo ministro Sharon, ponendo la questione dello status incerto di queste persone, “troppo poco” perseguitati per essere considerati rifugiati, ma “troppo poco” coinvolti in attività contro la “sicurezza di Israele” per essere espulsi immediatamente o arrestati. Sembra che il primo ministro non abbia voluto sentire parlare di queste persone un minuto di più, temendo che il riconoscimento dello status di rifugiato a cittadini gay palestinesi, perseguitati sulla base del loro orientamento sessuale, potesse aprire le porte del Paese a un’invasione massiccia di “finti” gay, in cerca di un rientro nel Paese dal quale loro o i loro genitori furono cacciati o fuggirono nel 1948. Contrariamente a quanto accade a molti di coloro che non vivono in Israele, i pacifisti israeliani (tra cui il compagno di Salid) non vedono alcuna contradditorietà tra l’essere contro l’occupazione ed il premere sul proprio governo affinché questi accolga i gay perseguitati, sulla base del proprio orientamento sessuale, nei Territori Occupati o in altri paesi arabi. In primo luogo perché testimoni del fatto che l’occupazione non ha segnato alcun miglioramento nelle condizioni delle persone lgbt né a Gaza né in Cisgiordania. In secondo luogo perché convinti del fatto che campagne in favore dei diritti umani possano essere intraprese contro le autorità di un popolo solo quando queste ultime siano sovrane e possano essere ritenute effettivamente responsabili del malessere in cui vivono i propri cittadini. Un buon insegnamento per tutti quei detrattori della causa palestinese pronti ad approfittare della questione omosessuale per premiare con l’ennesima medaglia la “unica democrazia” del Medio Oriente…
 

 
Categoria: Diritti
Luogo: Israele - Palestina