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Durante il soggiorno in
Israele e nei Territori Occupati, in occasione della missione di Queerforpeace, mi si offre l’occasione di
incontrare un gay palestinese (dei Territori) che vive a Gerusalemme in
“semi-clandestinità”: una condizione paradossale che si verifica quando
un ente governativo, come il ministero degli Interni, rilascia una
lettera in cui “permette” ad una persona di rimanere in Israele, mentre
altri enti governativi (come l’esercito o la polizia) rifiutano di
prendere atto di tale lettera. Chi vive in semi-clandestinità dunque
non dispone di un vero e proprio permesso di residenza e deve cercare
di non farsi vedere troppo in giro, sperando che i poliziotti che
incontra non ritengano carta straccia il documento rilasciato dal
ministero degli Interni. Mi reco a casa di Salid, un bel ragazzo 27enne
di Ramallah, che vive ormai da tre anni a Gerusalemme insieme al suo
compagno israeliano Shlomo (tanto “Salid” quanto “Shlomo” sono nomi
fittizi). Salid non parla un ottimo inglese, ma parla un ottimo ebraico
e grazie alla traduzione di Sharon della Jerusalem Open House (l’associazione lgbt
che organizza il gay pride di Gerusalemme), posso intervistarlo.
Salid, cominciamo dagli
inizi: quando ti sei scoperto gay? Avevo 13 o 14 anni e ho scoperto di sentirmi attratto dai
ragazzi, le mie prime esperienze le ho avute con coetanei. Sapevo che a
Ramallah c’erano altri gay più grandi di me, ma avevo paura a farmi
vedere insieme a loro. A 18 anni poi ho scoperto l’esistenza della
comunità lgbt di Gerusalemme guardando la tv israeliana.
Come hai conosciuto
Shlomo? Quando vivevo ancora
a Ramallah spesso mi recavo a Gerusalemme ovest per andare a battere
all’Independence Park [luogo dove si chiudono i cortei del gay pride di
Gerusalemme, NdA], ed è lì che ci siamo conosciuti. Per un po’ ho fatto
avanti e indietro da Ramallah, finché i miei non hanno scoperto tutto e
ho deciso di venire a vivere a Gerusalemme, insieme a Shlomo.
Ma come han fatto i tuoi
genitori a scoprire che sei gay? Purtroppo Gerusalemme e Ramallah sono più piccole di quanto
si pensi ed io ho la sfortuna di avere dei parenti anche a Gerusalemme
est, che un giorno mi hanno visto in giro con Shlomo e hanno
immediatamente informato i miei.
Come si vive da
semi-clandestino? È una
condizione di totale incertezza: giro con diversi documenti che in
qualche modo attestano una condizione simile a quella di un rifugiato,
ma nessuno di questi può essere definito un permesso di residenza vero
e proprio; e così se vengo fermato dalla polizia, quasi sempre mi
minacciano di espulsione, dicendo che potrebbero accompagnarmi nei
Territori da un momento all’altro. Fortunatamente vivo e lavoro insieme
a Shlomo, così almeno non ho il problema della casa e del lavoro.
Cosa rischi se torni a
Ramallah? Che uno dei miei
parenti mi uccida. L’unico modo per evitarlo sarebbe di chiedere
perdono ai miei genitori ed uccidere Shlomo, per salvare l’onore della
famiglia. Mio padre è arrivato addirittura a maledirmi. La mia
omosessualità costituisce un fatto ancora più grave per il suo onore da
quando è tornato dal pellegrinaggio alla Mecca, poiché chi ritorna
dalla Mecca acquisisce uno status superiore all’interno della comunità
e deve mostrarsi ancor più pio di prima.
E la polizia palestinese? Potrebbero darmi sicuramente qualche
fastidio, ma il problema più grosso è dato dai miei genitori e dai miei
parenti; ovviamente non potrei rivolgermi alla polizia palestinese se
qualcuno mi facesse del male…
Considerata la tua delicatissima posizione,
che tipo di sentimenti nutri nei confronti di Israele? Be', mi sento preso tra due fuochi: da un
lato mi è impossibile tornare a Ramallah, ma dall’altro anche qui non
ho esattamente una vita facile: per ciò che ho detto prima, devo
cercare di non imbattermi nella polizia, altrimenti rischio
l’espulsione. Ad ogni modo, per quello che riguarda Israele nel suo
complesso, penso che si debba distinguere tra il governo Sharon, che
ritengo corrotto, e gli israeliani in generale, con i quali mi
piacerebbe davvero poter vivere in pace; mi piacerebbe davvero poter
considerare gli ebrei alla stregua di miei fratelli. Ma mi sembra che
ciò diventi sempre più difficile, poiché la maggioranza degli
israeliani non fa nulla per la pace.
Ma in Israele hai un rapporto migliore con gli
ebrei o con gli arabi? In
effetti, con gli ebrei, soprattutto all’interno della comunità glbt.
Che ne pensi
dell’occupazione? È una
situazione terribile. La gente non può continuare a vivere in quelle
condizioni. Finché non cesserà l’occupazione, non vedo speranza per
un’evoluzione in senso democratico della nostra società.
Credi che la situazione per le persone
glbt in Palestina potrà mai migliorare? Solo se arriveremo a costituire uno stato autenticamente
sovrano e democratico. Ad oggi la situazione per noi è molto brutta, e
nella migliore delle ipotesi si viene guardati male…
Considerato quanto ti è costata la tua scelta
di vita, la rifaresti? Non
credo alle seconde volte. La storia non si ripete e quindi non mi pongo
la domanda, anche se la scelta fatta mi è costata più di quanto avessi
mai immaginato. Ancora oggi ho spesso degli incubi. Non mi aspettavo
davvero una reazione del genere da parte dei miei genitori e ne soffro
moltissimo. Purtroppo io sono testardo quanto lo sono loro e davvero è
difficile dire se mai si romperà il ghiaccio e chi lo farà per primo.
So anche che se mai ci riconcilieremo non dimenticherò mai gli anni di
sofferenze provate, anni che nessuno mi potrà mai ridare. La cosa più
brutta è che al momento non so proprio nulla di loro, se stanno bene,
se stanno male, non so nulla…
Ti ritieni religioso? Mi sento musulmano e praticante. Lo so che
l’omosessualità è un peccato, ma questa è una cosa tra Dio e me. Per il
resto sono un buon musulmano.
Come Salid,
decine di altri ragazzi palestinesi vivono semiclandestinamente in
Israele, con il rischio di essere espulsi da un momento all’altro. La
maggior parte, come Salid, rischia di morire per mano di un parente,
mentre una minoranza rischia di essere perseguitata sulla base di
un’accusa, più o meno fondata, di collaborazionismo con le autorità
israeliane. Alcuni esponenti del movimento glbt israeliano, tra cui
l’associazione "Jerusalem Open House", hanno incontrato il primo
ministro Sharon, ponendo la questione dello status incerto di queste
persone, “troppo poco” perseguitati per essere considerati rifugiati,
ma “troppo poco” coinvolti in attività contro la “sicurezza di Israele”
per essere espulsi immediatamente o arrestati. Sembra che il primo
ministro non abbia voluto sentire parlare di queste persone un minuto
di più, temendo che il riconoscimento dello status di rifugiato a
cittadini gay palestinesi, perseguitati sulla base del loro
orientamento sessuale, potesse aprire le porte del Paese a un’invasione
massiccia di “finti” gay, in cerca di un rientro nel Paese dal quale
loro o i loro genitori furono cacciati o fuggirono nel 1948.
Contrariamente a quanto accade a molti di coloro che non vivono in
Israele, i pacifisti israeliani (tra cui il compagno di Salid) non
vedono alcuna contradditorietà tra l’essere contro l’occupazione ed il
premere sul proprio governo affinché questi accolga i gay perseguitati,
sulla base del proprio orientamento sessuale, nei Territori Occupati o
in altri paesi arabi. In primo luogo perché testimoni del fatto che
l’occupazione non ha segnato alcun miglioramento nelle condizioni delle
persone lgbt né a Gaza né in Cisgiordania. In secondo luogo perché
convinti del fatto che campagne in favore dei diritti umani possano
essere intraprese contro le autorità di un popolo solo quando queste
ultime siano sovrane e possano essere ritenute effettivamente
responsabili del malessere in cui vivono i propri cittadini. Un buon
insegnamento per tutti quei detrattori della causa palestinese pronti
ad approfittare della questione omosessuale per premiare con l’ennesima
medaglia la “unica democrazia” del Medio Oriente…