Dopo gli shan, i karen. Un altro rapporto sulle persecuzioni in Myanmar
“Non dimenticherò mai quanto abbiamo sofferto al villaggio
di Ler Kaw. Quando i soldati hanno sparato a mia figlia di tredici anni. Io e
mio marito abbiamo cercato di salvarla e siamo scappati. Era agonizzante,
gridava, ma non abbiamo potuto fare nulla per alleviare il suo dolore. E’ morta
dopo un’ora. Non abbiamo agito contro il governo. Tutto quello che avevamo fra
le mani quando le sue truppe ci hanno attaccati era un po’ di riso e altri prodotti
per la sopravvivenza. Se i soldati avessero chiesto di incontrarci, noi saremmo
andati a parlare con loro. Non c’era bisogno di sparare”. Questa drammatica
testimonianza è una delle 46 raccolte da Human rights watch in un nuovo
rapporto sulla persecuzione della minoranza karen nel Myanmar (ex Birmania)
dell’est. A parlare è una madre del distretto di Nyaunglebin, uno dei tanti colpiti
dagli
attacchi dell’esercito birmano nei primi mesi di quest’anno.
Gli abusi dell'esercito. Uccisioni, stupri, incendi di interi villaggi, deportazioni
e riduzioni ai lavori forzati ad opera del tatmadaw
– come sono chiamate in birmano le truppe militari governative – affliggono oggi,
o forse non hanno mai smesso di affliggere, i poverissimi abitanti karen dei
villaggi al confine con la Thailandia. In totale i 46 intervistati da Hrw sono
stati costretti ad abbandonare le loro case 1000 volte e cinque di loro oltre
100 volte ciascuno.
Un’anziana donna non ha mai smesso di fuggire da quando i
giapponesi occuparono la regione durante la seconda guerra mondiale. Oggi i cosiddetti “Internally displaced people” (gli sfollati, che a differenza dei profughi abbandonano i loro villaggi ma
non il loro Paese) sono 650mila solo
nella Birmania orientale. Dalla fine del 2002, in particolare, 157mila civili
hanno dovuto lasciare le loro abitazioni e 240 villaggi sono stati rasi al
suolo o svuotati.
Mezzo secolo di persecuzioni e guerre. In genere il
tatmadaw
compie questi crimini in nome della guerra ai separatisti e per reclutare forza
lavoro per le grandi opere e l’esercito stesso. Le persecuzioni delle
minoranze, che costituiscono circa il 35 per cento della popolazione del Myanmar,
continuano da decenni. Dopo il 1947, anno dell’indipendenza della Birmania
dalla Gran Bretagna, numerosi conflitti hanno insanguinato varie zone del
Paese. La situazione poi è peggiorata con l’avvento al potere nel 1962 del
generale Khin Nyunt che ha instaurato un regime militare e allontanato dalla
scena politica gli intellettuali delle varie etnie. L’ultima offensiva
dell’esercito contro i karen è una grave violazione del cessate il fuoco
informale accordato con i guerriglieri separatisti nel dicembre 2003 e che ha
fatto diminuire tuttavia le violenze in alcune parti dello Stato karen. Ma dopo
l’epurazione dell’ex primo ministro Khin Nyunt, licenziato e fatto arrestare
dalla giunta in ottobre, non si può ben sperare per il futuro. L’attuale
leadership, guidata dall’anziano e inflessibile Than Shwe, non sembra avere alcuna
intenzione di venire a patti con i ribelli.
Crisi dimenticate. Ancora violenze, dunque, compiute nell’indifferenza del
mondo: “Il governo continua a permettere all’esercito birmano di uccidere e
cacciare dai villaggi le persone in uno stato di totale impunità”, dice Brad
Adams di Hrw. “Finora il mondo ha giustamente condannato la prigionia di Aung
San Suu Kyi (premio nobel per la pace e leader per la democrazia birmana, Ndr.)
e la mancanza di democrazia, ma bisogna anche portare l’attenzione sul brutale
trattamento riservato dall’esercito ai karen e alle altre minoranze”.
Condizioni di vita degli sfollati. Gli sfollati sopravvivono nell’incertezza e nella paura. Di solito
non possono tornare ai loro villaggi d’origine perché sono stati distrutti,
trasformati in terreno di battaglia o minati. Tra i karen, molti sono
malnutriti e non hanno cibo a sufficienza dato che non hanno più una fazzoletto
di terra da coltivare o animali da allevare. Uno sfollato racconta in poche
parole la follia di questa guerra: “I soldati birmani sono arrivati a Tho Mer
Kee e hanno bruciato tutte le case. Hanno ucciso tutti i nostri maiali, polli
e
capre e anche sparato ai bufali per divertimento”. E a ciò si aggiunga per i
karen l’impossibilità di studiare, di accedere a cure mediche e il rischio di
vivere su terreni minati.