09/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



L'analisi di un israeliano che ama il suo paese e, proprio per questo, lo critica
Jeff HalperJeff Halper, urbanista israeliano e già docente di antropologia all'Università Ben Gurion del Negev, coordina il Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi (Icahd).
 
“La road map è morta”, ha dichiarato qualche giorno fa il presidente siriano, Assad. “Quando questo diventerà evidente agli occhi di tutti”, fa eco Jeff Halper, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (Icahd), “allora si dovrà passare da una lotta per due Stati a una lotta per un solo Stato democratico”. Lo slogan della campagna internazionale sarà questo: “Una persona, un voto”, come negli anni ‘70 e ‘80, ai tempi del regime d’apartheid del presidente Botha, in Sud Africa. “Di fatto, i palestinesi vivono già in un Batustan”, dice questo professore, che ha lasciato provvisoriamente la cattedra di antropologia all’Università “Ben Gurion” nel Negev, proprio per darsi completamente all’impegno politico e civile. Barba corta, 56 anni ben portati, occhiali e una valigetta strapiena di carte, Halper è un “antropologo impegnato”. Cresciuto negli anni ’60 in un’America molto politicizzata, da trent’anni vive in Israele. Quando non è sulle barricate, pensa ai libri che vorrebbe scrivere; quando saltuariamente risale in cattedra, lo fa con l'esperienza dell'uomo della strada. La professione, la vita privata, l'impegno sociale s’intersecano. Sono tutt'uno. Ecco, dunque, l'analisi di un israeliano che ama il suo paese e, proprio per questo, lo critica senza riserve.
 
Che cosa succederà in Israele e nei Territori, se la road map fallisce? Credo che la road map sia l’ultimo respiro della soluzione che prevede la nascita di due-Stati. Se alcuni pensano che l’occupazione sia ancora reversibile e che uno Stato palestinese sostenibile possa essere recuperato, allora il fallimento della road map dovrebbe convincere tutti che l’occupazione è permanente e che non finirà. Ci vorranno due o tre anni prima che un’altra iniziativa di pace possa essere messa a punto; per quell’epoca nessuno crederà ancora che i “fatti sul terreno” possano essere modificati. Quindi, il significato della road map e le implicazioni del suo fallimento sono maggiori di qualunque altra iniziativa. Se fallisce – come dà per certo la maggioranza della gente – allora si dovrà passare da una lotta per due Stati a una lotta per un solo Stato democratico.
 
Nel discorso tenuto alla Conferenza internazionale organizzata presso le Nazioni Unite, a New York, lo scorso 5 settembre, Lei ha detto: “Israele sta trasformando un’occupazione temporanea in uno Stato permanente di apartheid”. Può spiegarci che cosa significa questo per i palestinesi? Da quando il governo Begin/Sharon fu eletto nel 1977 – e anche andando indietro al 1967 – la politica di ogni governo israeliano è sempre stata quella di creare dei “fatti sul terreno” irreversibili che renderanno permanente il controllo d’Israele sull’intero Paese e impediranno il sorgere di uno Stato palestinese sostenibile. Tutto ciò è stato realizzato. I quattro elementi del “sistema di controllo” che sono stati messi in atto, sono: 1 – la segregazione dei palestinesi nelle aree A e B circa sul 42 per cento dei Territori Occupati; 2 – la creazione di cinque “blocchi di insediamenti” che dividono il West Bank in zone isolate: il Blocco della Valle del Giordano (che controlla ad est la frontiera con la Giordania); il Blocco Ariel che divide il West Bank da oriente ad occidente (e controlla le maggiori sorgenti d’acqua); il Blocco Modi’in che connette Ariel alla Grande Gerusalemme lungo il confine occidentale; il Blocco della Grande Gerusalemme che trasforma Gerusalemme in una regione capace di controllare l’intera porzione centrale del West Bank, mentre dà ad Israele il controllo sull’intera Gerusalemme; e il Blocco di Hebron, proveniente da sud, che dà ad Israele il controllo su Hebron e sulla parte meridionale del West Bank. 3 – la massiccia costruzione di autostrade, bretelle, sistemi elettrici e di irrigazione che incorporano completamente il West Bank nel reticolato cartografico nazionale d’Israele; 4 – il Muro d’Apartheid (la “Barriera di Separazione”) che pone fisicamente i confini del Batustan palestinese. Non è un piano “segreto” che si deve scoprire; Sharon ha sempre parlato di “cantonizzazione”. Riflette una “soluzione” molto logica al conflitto (dal punto di vista d’Israele) che dice: abbiamo bisogno di controllare l’intero Paese tra il Mediterraneo e il fiume Giordano, ma dobbiamo “liberarci” dei tre milioni e mezzo di palestinesi che stanno nei Territori Occupati dando loro un mini-Stato nominalmente sovrano, ma di fatto controllato da noi. Questo è stato realizzato, e gode tuttora dell’appoggio americano (e in larga misura anche di quello europeo). Se le cose stanno così, allora l’occupazione è diventata permanente. Tutti noi abbiamo una scelta da fare: o accettiamo l’apartheid (cioè un Batustan palestinese), o modifichiamo la nostra lotta, da vano tentativo di porre fine all’occupazione a lotta positiva per un solo Stato democratico. Sharon ha messo in pratica la dottrina del “Muro di Ferro” di Jabotinsky, stabilendo una tale quantità di “fatti sul terreno” che i palestinesi potranno scordarsi di ottenere un giorno uno Stato sostenibile per proprio conto.
 
Ci può dire che cosa è successo negli ultimi mesi? Quante case palestinesi sono state demolite? I primi tre elementi del “sistema di controllo” delineato sopra sono già stati realizzati. Gli ultimi mesi hanno visto il completamento delle parti più strategiche dell’ultimo elemento, il Muro. Deve esser apportato ancora qualche tocco finale, ma c’è già il “fatto compiuto”. Ora manca solo la sottomissione da parte palestinese, bisogna costringerli ad accettare il Batustan. Ci sono vari modi per farlo: 1 – mantenendo la pressione sui palestinesi, in modo che “disperino” di avere un loro Stato entro i confini del 1967, e accettino il mini-Stato imposto da Israele. Questo è l’obiettivo dietro le demolizioni delle case – oltre 3mila case palestinesi sono state demolite dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000, ndr), qualcosa come 11mila dal 1967. Questa politica confina i palestinesi nelle aree A e B (e piccole parti di Gaza e Gerusalemme Est), e intende soprattutto togliere loro qualsiasi speranza di possibili miglioramenti. Le aspettative vanno abbassate al punto che addirittura un Batustan apparirà loro attraente e accettabile; 2 – conducendo un “trasferimento silenzioso” della classe media palestinese dai Territori Occupati, così da lasciare le masse senza leader, facilmente controllabili. Tutto ciò viene compiuto tramite procedure amministrative (revocando permessi di residenza, impedendo alla gente di tornare a casa, facendo degli arresti di massa, ecc.), ma soprattutto con una guerra economica: rendendo la vita così difficile alle classi medie in termini di restrizioni economiche, scarsità abitative, educazione scadente, restrizioni sulla libertà di movimento, ecc. che semplicemente alla fine non ne possono più e lasciano il Paese. Dall’inizio della seconda Intifada oltre 200mila persone hanno lasciato i Territori, di cui in gran parte delle classi medie; 3 – delegittimando Arafat (che si è rifiutato di giocare al gioco dell’apartheid) e trovando un “leader” palestinese disposto ad accettare uno Stato Batustan. Col supporto americano e la complicità europea, i palestinesi sono stati così isolati dal punto di vista diplomatico che devono eseguire l’ordine israeliano, se vogliono continuare a sperare in qualcosa, fosse anche un Batustan. 4 – continuando a consolidare l’occupazione e l’incorporazione dei Territori Occupati nello Stato d’Israele vero e proprio.
 
Che cosa rappresenta il bulldozer nella politica israeliana? In particolare qual è la sua attività e quella della sua associazione? Il bulldozer è diventato uno strumento di guerra per Israele, importante quanto il carro armato. Se il carro armato è utilizzato per “sconfiggere” i palestinesi in senso militare, il bulldozer è lo strumento per rimuovere fisicamente i palestinesi dalla terra – confinandoli in piccole isole ghetto all’interno del Paese, o costringendoli ad andarsene per sempre. (È importante notare che il 95 per cento delle demolizioni non hanno niente a che fare con questioni legate alla sicurezza. Gli interessanti non erano mai stati coinvolti in azioni terroristiche o illegali; contro di loro non è stata mossa alcun’accusa. Avevano costruito su terreni di loro proprietà, ma si trattava di luoghi che Israele desiderava – o voleva “evacuare”.) Malgrado la politica delle demolizioni delle case abbia come unico scopo quello di dislocare, le abitazioni palestinesi vengono demolite in molti modi, dipende da quel che “conviene” al momento. Gli ordini dei tribunali vengono spesso usati per costruzioni “illegali”, la terra è spesso ripulita per “necessità militare”, e dove avvengono demolizioni su larga scala, la copertura è sempre data da “operazioni militari”. La politica dei dislocamenti non è comunque limitata ai Territori Occupati. Già negli anni successivi al 1948 Israele ha deliberatamente e sistematicamente demolito 418 villaggi all’interno di quella che poi divenne Israele – due terzi dei villaggi della Palestina – per reclamare le terre e impedire il ritorno dei profughi. Israele non ha mai smesso di demolire case arabe dentro Israele. Oggi si stanno facendo demolizioni su vasta scala fra la popolazione beduina del Negev, dove interi “villaggi non riconosciuti” vengono minacciati; lo stesso accade fra le popolazioni arabe nelle città e in Galilea. Gli arabi formano quasi il 20 per cento della popolazione israeliana; tuttavia, sono confinati su un misero due per cento del territorio. Di fatto, ai “non ebrei” è proibito per legge vivere sul 75 per cento del territorio d’Israele. Il Comitato israeliano contro le demolizioni delle case (Icahd), che presiedo, si batte contro le demolizioni delle case palestinesi e, dunque, contro l’occupazione e il processo tuttora in corso di trasferimenti. Blocchiamo i bulldozer portati per demolire le case, e veniamo arrestati dall’esercito o dalla polizia nel tentativo di impedire le demolizioni. Ricostruiamo le case demolite con partner palestinesi come una forma di resistenza politica – talvolta ricostruiamo una casa anche quattro o cinque volte. E poi portiamo la nostra esperienza e conoscenza su ciò che Israele sta facendo “sul terreno” e organizziamo campagne per influenzare l’opinione pubblica israeliana e internazionale contro l’occupazione.
 
Può spiegare la sua proposta di una campagna internazionale per un singolo Stato? Ritiene che sia possibile stabilire in quest’area uno Stato democratico unitario, capace di offrire uguale cittadinanza sia ai palestinesi che agli israeliani? Leah Tsemel, l’avvocatessa israeliana che difende prigionieri politici palestinesi, recentemente ha detto: “Israele è il Paese, dove avvengono le maggiori violazioni di diritti umani; per questo è il posto giusto per me e gli avvocati in generale”. Israele sembra essere lontanissima dall’essere uno “Stato democratico”.
 
Pensa che i soggetti interessati siano pronti ora ad accettare quest’idea? La sola parte del conflitto disposta ad accettare un solo Stato democratico oggi è la popolazione palestinese che vive nei Territori Occupati: questa accetta la presenza israeliana nel Paese e, a mio avviso, non avrebbe alcun problema con uno Stato palestino-israeliano congiunto. Anche i rifugiati palestinesi che vivono all’estero accettano il concetto di un singolo Stato, ma visto come uno Stato palestinese, non essendo infatti disposti a legittimare una presenza israeliana. (Il tentativo di riconciliare le posizioni dei palestinesi “dentro” e “fuori” Israele è una questione che non è mai stata realmente considerata.) L’Autorità palestinese si oppone con forza a qualsiasi discussione circa una soluzione che preveda la nascita di un solo Stato. Tale ipotesi implica la rinuncia da parte palestinese del proprio diritto all’autodeterminazione, anche se in uno Stato minuscolo. Essi ritengono che un singolo Stato sia irrealizzabile, e sono preoccupati che questo cambiamento d’obiettivo possa essere recepito da Israele come “prova” del desiderio dei palestinesi di smantellare lo Stato ebraico; una posizione, questa, ritenuta inaccettabile da parte dell’opinione pubblica internazionale. Dal loro punto di vista, parlare di un singolo Stato confonde solo le cose e svia dalla richiesta di porre fine all’occupazione. Agli israeliani, naturalmente, la proposta di un singolo Stato fa paura. Significa la fine del sionismo, di uno Stato ebraico. E significa perdere il controllo sul proprio destino in uno Stato controllato da “nemici”. Di fatto, nessuno sostiene quest’ipotesi fra gli israeliani, nemmeno in “campo pacifista”. La questione è: può l’occupazione essere realisticamente smantellata? E se questo non è possibile, ci aspettiamo che i palestinesi vivano per sempre in una specie di Batustan – o peggio, sotto un regime d’occupazione permanente? Sono arrivato alla conclusione che una soluzione “due-Stati” sia giunta al capolinea, vedendo quanto il massiccio e inamovibile sistema di controllo israeliano si sia radicato “sul terreno”. Può darsi che sia ancora troppo presto per invocare una soluzione “uno-Stato”, certamente lo è per iniziare una campagna. (Dopotutto, dobbiamo rispettare le posizioni dei palestinesi, e fino a quando non esprimeranno un allontanamento dalla soluzione “due-Stati”, non possiamo noi appellarci a qualcosa di diverso.) Ma ritengo che un cambiamento di posizione avverrà in un futuro prossimo, una volta che diventerà chiara l’irreversibilità dell’occupazione. Il nostro compito è ora di esplorare le diverse opportunità e di prepararci per una tale eventualità. La natura di questo Stato merita di essere discussa sin da ora. Mi sembra che ci siano due elementi fondamentali: 1 – lo Stato israelo-palestinese dev’essere uno Stato democratico unitario perché, a differenza della Svizzera, del Belgio, del Canada, dello Sri Lanka, del Libano e altri Paesi multi-nazionali, i palestinesi e gli israeliani vivono mescolati fra loro, non in aree separate. Non ci può essere alcuna federazione, se i gruppi sono sparpagliati. Quindi uno Stato unitario (come il Sudafrica, che pure incorpora gruppi nazionali come gli Zulu o gli Afrikaaners) sembra la solo opzione possibile. Come mostra il Rwanda, tuttavia, uno Stato unitario che non dà uno spazio adeguato alle differenze nazionali può degenerare in uno stato di guerra interna. Per evitare questo, la natura bi-nazionale dello Stato israelo-palestinese dovrebbe avere forti istituzioni culturali – forse addirittura dei parlamenti culturali che comprendano le rispettive diaspore ebraica e palestinese. In questa struttura, sia la cultura palestinese che quella israeliana potranno crescere, mentre uno Stato politico e una società civile si rivolgono ai bisogni quotidiani di coesistenza. 2 – siccome i problemi che assillano i palestinesi e gli israeliani hanno una valenza regionale – lo sviluppo economico, la sicurezza, i rifugiati, l’acqua, ecc. – e non possono essere risolti all’interno di un singolo Stato, sarà necessario creare un’Unione del Medio Oriente, su linee simili a quelle dell’Unione europea, che assicuri democratizzazione regionale e sviluppo in Palestina-Israele, Giordania, Siria e Libano (forse Egitto) in una prima fase. Il conflitto israelo-palestinese non può essere risolto nel nulla. Per una qualsiasi soluzione sostenibile è necessario un approccio regionale. Il rafforzamento di istituzioni della società civile e delle Ong dovrebbe essere una priorità. Già adesso bisognerebbe incoraggiare la cooperazione fra Ong del mondo arabo e quelle progressiste israeliane; questo processo dovrebbe essere alimentato e protetto dalla società civile internazionale. Naturalmente, Israele non smantellerà di propria spontanea iniziativa il suo sistema su base etnica. La creazione di uno Stato unitario necessita di una campagna internazionale simile alla lotta anti-apartheid degli anni ’70 e ’80. Il nostro slogan nel periodo post-road map sarà quello della lotta sudafricana contro l’apartheid: una persona, un voto. Due punti dovrebbero stare al centro di tale campagna: 1) Attraverso le politiche d’insediamento e d’occupazione volte a creare irreversibili “fatti sul terreno”, Israele, con le sue stesse mani, ha creato un solo Stato fra il Mediterraneo e il fiume Giordano. I palestinesi – e, di fatto, l’intero mondo arabo come ha evidenziato l’iniziativa saudita – sono disposti a fare la pace con Israele, se questa rinuncia all’occupazione. Israele ha rifiutato. Non ci si può aspettare che la comunità internazionale, ad eccezione dei palestinesi, accetti il sorgere di un grande Israele ai danni di uno Stato palestinese Batustan, non sostenibile. Dunque, per propria mano e consapevolmente, Israele ha reso impossibile la soluzione due-Stati. Adesso non può tornare indietro e lamentarsi del fatto che un singolo Stato sostanzialmente smantella lo Stato ebraico. Israele deve assumersi la responsabilità delle proprie politiche. A mio parere, non resta che ritenere Israele responsabile delle proprie azioni. 2) Un solo Stato democratico non è necessariamente negativo per gli israeliani. Come israeliano, devo dire che la prospettiva mi esalta, più che deprimermi. Uno Stato democratico di Israele-Palestina che appartenga a tutti i suoi cittadini libererà gli israeliani dalla controproducente e, in definitiva, futile ossessione demografica, coinvolgendoli attivamente in una regione più ampia. Questo “ritorno a casa” in Medio Oriente era, dopotutto, un punto fondamentale del sionismo, come lo era la creazione di una cultura e di una società israeliana, che crescerà solo se ci sarà uno sviluppo regionale. L’offerta saudita di integrazione regionale indica che tale eventualità è infatti possibile. Il maggior ostacolo, in questo senso, non è nel costruire un solo Stato, ma nel convincere gli ebrei israeliani che la loro cultura, la loro società, le loro istituzioni, i loro diritti e le loro stesse vite saranno salvaguardate, nel momento stesso in cui perderanno la maggioranza demografica. Quest’assicurazione dovrà venire dal mondo arabo, e avrà un’enorme spinta se la Costituzione del nuovo Stato riconoscerà i diritti nazionali di entrambi i popoli.
 
Uno Stato ebraico è politicamente e, in definitiva, moralmente irrealizzabile? L’identità nazionale ebraica ha davvero bisogno di uno Stato a sé? Ha senso preoccuparsi della “bomba demografica”? Anche se lasciamo per un attimo da parte l’occupazione, la sostenibilità di un Israele democratico su una base esclusivamente etnica solleva parecchi dubbi. Il 75 per cento degli ebrei non è mai venuto in Israele, o non è emigrato per sempre. La maggioranza ebraica nello Israele effettivo sta attorno al 72 per cento ed è in diminuzione (l’alta natalità della popolazione araba, gli immigrati non-ebrei proveniente dalla Russia e dall’Etiopia, i lavoratori stranieri e l’emigrazione di ebrei israeliani). Le misure che Israele deve prendere per assicurarsi un “carattere ebraico” sempre più artificiale stanno diventando sempre più repressive. Oltre ad essere esclusi dal restante 75 per cento del Paese, ai cittadini arabi-israeliani, secondo una legge approvata dalla Knesset solo poche settimane fa, non è consentito portare mogli e figli che stanno nei Territori Occupati, a vivere con loro in Israele. (Va notato che agli ebrei israeliani è vietato vivere con le loro mogli quando queste lavorano all’estero). Qualsiasi fossero la logica e le giustificazioni date 50 o 100 anni fa, sembra che oggi, nel XXI secolo, uno Stato ebraico esclusivo sia fuori discussione. Israele deve dunque fronteggiare dei dilemmi fondamentali e delle trasformazioni, che sono resi più urgenti dall’occupazione. Dove il sionismo è riuscito (lasciando per il momento da parte il prezzo pagato) a creare una società, una cultura, un’economia e delle istituzioni israeliane vivacissime. Tutto ciò non scomparirà, se Israele riuscirà a trasformarsi in uno Stato democratico. Al contrario, i palestinesi sono preoccupati di un’egemonia israeliana anche dopo tale sviluppo. “Israele” sopravviverà, e crescerà, quando troverà il proprio posto nel mosaico di culture, influenzandole e venendo a sua volta influenzata e cambiata. Le cose non possono che andare per il meglio, ma devono essere affrontate in modo positivo e costruttivo.
 
Quando Lei dice: “Dobbiamo creare un movimento internazionale simile a quello anti-apartheid”, che cosa intende esattamente? Un embargo? O altre misure? Avete bisogno di personalità del calibro di Desmond Tutu in Sudafrica: chi sono oggi i maggiori leader nonviolenti in Israele e Palestina? Sia Israele che i palestinesi soffrono di una mancanza di leader visionari capaci di guidare i loro popoli fuori dal tunnel. Spererei che gli ebrei israeliani si rendessero conto che, come nel caso del Sudafrica dopo anni di lotta sanguinosa, la soluzione un unico Stato è la più auspicabile per tutti. Ripeto, perché questo accada, gli ebrei israeliani devono ricevere l’assicurazione che il nuovo Paese resterà uno Stato multiculturale, anche se con una struttura politica unitaria. Data la storia del conflitto, tuttavia, è più facile che una lotta anti-apartheid debba essere avviata contro Israele. Dovrebbe comprendere visioni positive di coesistenza e riconciliazione del tipo di quelle espresse da Desmond Tutu e dall’ultimo Edward Said, ma dovrebbe essere accompagnata anche da ferme pressioni imposte fino alla fine dell’occupazione, o fino a quando non venga raggiunto un accordo sul singolo Stato: fine degli accordi con l’Unione europea, sanzioni (soprattutto in ambito militare, l’unico che veramente conta), isolamento internazionale (specie in campo sportivo), monitoraggio internazionale volto ad accertare l’effettivo stop agli insediamenti, applicazione della legge internazionale ai Territori Occupati. Non c’è una sola personalità – o partito – sulla scena politica israeliana che oggi possa guidare in questa direzione il nostro Paese, e questo complica enormemente le cose.
 
Le Nazioni Unite, la Russia e l’Europa non sono mai entrate realmente in questo processo di pace. Che ruolo potrebbero avere? Sfortunatamente la pace non verrà dall’interno d’Israele. Qualsiasi giusta soluzione al conflitto deve comprendere pressioni internazionali su Israele – e una strategia per relazionarsi con il suo protettore, il Congresso americano. L’Europa non è uno Stato e non può accordarsi su una politica (e diventerà sempre più dipendente dagli Stati Uniti, quando entreranno i dieci nuovi membri il prossimo anno). La Russia non si è mai impegnata in questo processo di pace. Le Nazioni Unite sono state neutralizzate dagli Stati Uniti, ma possono ancora svolgere un ruolo importante, almeno come pungolo. Ma c’è un’altra superpotenza che può essere mobilitata: la società civile internazionale, tutti noi nelle Ong, nelle organizzazioni politiche, nei sindacati, nelle Università, nelle chiese, ecc. È questa la sfida che ci attende ora. Abbiamo svolto un ruolo chiave nella lotta per accordi sui diritti umani, per la formulazione della legge internazionale e la creazione di istituzioni come il Tribunale penale internazionale. Abbiamo svolto un ruolo di primo piano nell’abbattimento dell’apartheid. Lottiamo contro gli eccessi della globalizzazione. Adesso dobbiamo mobilitarci per porre fine all’occupazione israeliana.
 
A cura di Alessandra Garusi
Categoria: Guerra, Muri
Luogo: Israele - Palestina