L'analisi di un israeliano che ama il suo paese e, proprio per questo, lo critica
Jeff Halper, urbanista israeliano e già docente di antropologia
all'Università Ben Gurion del Negev, coordina il Comitato israeliano
contro la demolizione delle case palestinesi (Icahd).
“La road map
è morta”, ha dichiarato qualche giorno fa il presidente siriano, Assad.
“Quando questo diventerà evidente agli occhi di tutti”, fa eco Jeff
Halper, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione
delle case (Icahd), “allora si dovrà passare da una lotta per due Stati
a una lotta per un solo Stato democratico”. Lo slogan della campagna
internazionale sarà questo: “Una persona, un voto”, come negli anni ‘70
e ‘80, ai tempi del regime d’apartheid del presidente Botha, in Sud
Africa. “Di fatto, i palestinesi vivono già in un Batustan”, dice
questo professore, che ha lasciato provvisoriamente la cattedra di
antropologia all’Università “Ben Gurion” nel Negev, proprio per darsi
completamente all’impegno politico e civile. Barba corta, 56 anni ben
portati, occhiali e una valigetta strapiena di carte, Halper è un
“antropologo impegnato”. Cresciuto negli anni ’60 in un’America molto
politicizzata, da trent’anni vive in Israele. Quando non è sulle
barricate, pensa ai libri che vorrebbe scrivere; quando saltuariamente
risale in cattedra, lo fa con l'esperienza dell'uomo della strada. La
professione, la vita privata, l'impegno sociale s’intersecano. Sono
tutt'uno. Ecco, dunque, l'analisi di un israeliano che ama il suo paese
e, proprio per questo, lo critica senza riserve.
Che cosa succederà in
Israele e nei Territori, se la road map fallisce? Credo che la road map
sia l’ultimo respiro della soluzione che prevede la nascita di
due-Stati. Se alcuni pensano che l’occupazione sia ancora
reversibile e che uno Stato palestinese sostenibile possa essere
recuperato, allora il fallimento della road map dovrebbe convincere
tutti che l’occupazione è permanente e che non finirà. Ci vorranno due
o tre anni prima che un’altra iniziativa di pace possa essere messa a
punto; per quell’epoca nessuno crederà ancora che i “fatti sul terreno”
possano essere modificati. Quindi, il significato della road map e le
implicazioni del suo fallimento sono maggiori di qualunque altra
iniziativa. Se fallisce – come dà per certo la maggioranza della gente
– allora si dovrà passare da una lotta per due Stati a una lotta per un
solo Stato democratico.
Nel discorso tenuto alla Conferenza
internazionale organizzata presso le Nazioni Unite, a New York, lo
scorso 5 settembre, Lei ha detto: “Israele sta trasformando
un’occupazione temporanea in uno Stato permanente di apartheid”. Può
spiegarci che cosa significa questo per i palestinesi? Da quando il
governo Begin/Sharon fu eletto nel 1977 – e anche andando indietro al
1967 – la politica di ogni governo israeliano è sempre stata quella di
creare dei “fatti sul terreno” irreversibili che renderanno permanente
il controllo d’Israele sull’intero Paese e impediranno il sorgere di
uno Stato palestinese sostenibile. Tutto ciò è stato realizzato. I
quattro elementi del “sistema di controllo” che sono stati messi in
atto, sono: 1 – la segregazione dei palestinesi nelle aree A e B circa
sul 42 per cento dei Territori Occupati; 2 – la creazione di cinque
“blocchi di insediamenti” che dividono il West Bank in zone isolate: il
Blocco della Valle del Giordano (che controlla ad est la frontiera con
la Giordania); il Blocco Ariel che divide il West Bank da oriente ad
occidente (e controlla le maggiori sorgenti d’acqua); il Blocco Modi’in
che connette Ariel alla Grande Gerusalemme lungo il confine
occidentale; il Blocco della Grande Gerusalemme che trasforma
Gerusalemme in una regione capace di controllare l’intera porzione
centrale del West Bank, mentre dà ad Israele il controllo sull’intera
Gerusalemme; e il Blocco di Hebron, proveniente da sud, che dà ad
Israele il controllo su Hebron e sulla parte meridionale del West Bank.
3 – la massiccia costruzione di autostrade, bretelle, sistemi elettrici
e di irrigazione che incorporano completamente il West Bank nel
reticolato cartografico nazionale d’Israele; 4 – il Muro d’Apartheid
(la “Barriera di Separazione”) che pone fisicamente i confini del
Batustan palestinese. Non è un piano “segreto” che si deve scoprire;
Sharon ha sempre parlato di “cantonizzazione”. Riflette una “soluzione”
molto logica al conflitto (dal punto di vista d’Israele) che dice:
abbiamo bisogno di controllare l’intero Paese tra il Mediterraneo e il
fiume Giordano, ma dobbiamo “liberarci” dei tre milioni e mezzo di
palestinesi che stanno nei Territori Occupati dando loro un mini-Stato
nominalmente sovrano, ma di fatto controllato da noi. Questo è stato
realizzato, e gode tuttora dell’appoggio americano (e in larga misura
anche di quello europeo). Se le cose stanno così, allora l’occupazione
è diventata permanente. Tutti noi abbiamo una scelta da fare: o
accettiamo l’apartheid (cioè un Batustan palestinese), o modifichiamo
la nostra lotta, da vano tentativo di porre fine all’occupazione a
lotta positiva per un solo Stato democratico. Sharon ha messo in
pratica la dottrina del “Muro di Ferro” di Jabotinsky, stabilendo una
tale quantità di “fatti sul terreno” che i palestinesi potranno
scordarsi di ottenere un giorno uno Stato sostenibile per proprio
conto.
Ci può dire che cosa è successo negli ultimi mesi? Quante case
palestinesi sono state demolite? I primi tre elementi del “sistema di
controllo” delineato sopra sono già stati realizzati. Gli ultimi mesi
hanno visto il completamento delle parti più strategiche dell’ultimo
elemento, il Muro. Deve esser apportato ancora qualche tocco finale, ma
c’è già il “fatto compiuto”. Ora manca solo la sottomissione da parte
palestinese, bisogna costringerli ad accettare il Batustan. Ci sono
vari modi per farlo: 1 – mantenendo la pressione sui palestinesi, in
modo che “disperino” di avere un loro Stato entro i confini del 1967, e
accettino il mini-Stato imposto da Israele. Questo è l’obiettivo dietro
le demolizioni delle case – oltre 3mila case palestinesi sono state
demolite dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000, ndr),
qualcosa come 11mila dal 1967. Questa politica confina i palestinesi
nelle aree A e B (e piccole parti di Gaza e Gerusalemme Est), e intende
soprattutto togliere loro qualsiasi speranza di possibili
miglioramenti. Le aspettative vanno abbassate al punto che addirittura
un Batustan apparirà loro attraente e accettabile; 2 – conducendo un
“trasferimento silenzioso” della classe media palestinese dai Territori
Occupati, così da lasciare le masse senza leader, facilmente
controllabili. Tutto ciò viene compiuto tramite procedure
amministrative (revocando permessi di residenza, impedendo alla gente
di tornare a casa, facendo degli arresti di massa, ecc.), ma
soprattutto con una guerra economica: rendendo la vita così difficile
alle classi medie in termini di restrizioni economiche, scarsità
abitative, educazione scadente, restrizioni sulla libertà di movimento,
ecc. che semplicemente alla fine non ne possono più e lasciano il
Paese. Dall’inizio della seconda Intifada oltre 200mila persone hanno
lasciato i Territori, di cui in gran parte delle classi medie; 3 –
delegittimando Arafat (che si è rifiutato di giocare al gioco
dell’apartheid) e trovando un “leader” palestinese disposto ad
accettare uno Stato Batustan. Col supporto americano e la complicità
europea, i palestinesi sono stati così isolati dal punto di vista
diplomatico che devono eseguire l’ordine israeliano, se vogliono
continuare a sperare in qualcosa, fosse anche un Batustan. 4 –
continuando a consolidare l’occupazione e l’incorporazione dei
Territori Occupati nello Stato d’Israele vero e proprio.
Che cosa
rappresenta il bulldozer nella politica israeliana? In particolare qual
è la sua attività e quella della sua associazione? Il bulldozer è
diventato uno strumento di guerra per Israele, importante quanto il
carro armato. Se il carro armato è utilizzato per “sconfiggere” i
palestinesi in senso militare, il bulldozer è lo strumento per
rimuovere fisicamente i palestinesi dalla terra – confinandoli in
piccole isole ghetto all’interno del Paese, o costringendoli ad
andarsene per sempre. (È importante notare che il 95 per cento delle
demolizioni non hanno niente a che fare con questioni legate alla
sicurezza. Gli interessanti non erano mai stati coinvolti in azioni
terroristiche o illegali; contro di loro non è stata mossa
alcun’accusa. Avevano costruito su terreni di loro proprietà, ma si
trattava di luoghi che Israele desiderava – o voleva “evacuare”.)
Malgrado la politica delle demolizioni delle case abbia come unico
scopo quello di dislocare, le abitazioni palestinesi vengono demolite
in molti modi, dipende da quel che “conviene” al momento. Gli ordini
dei tribunali vengono spesso usati per costruzioni “illegali”, la terra
è spesso ripulita per “necessità militare”, e dove avvengono
demolizioni su larga scala, la copertura è sempre data da “operazioni
militari”. La politica dei dislocamenti non è comunque limitata ai
Territori Occupati. Già negli anni successivi al 1948 Israele ha
deliberatamente e sistematicamente demolito 418 villaggi all’interno di
quella che poi divenne Israele – due terzi dei villaggi della Palestina
– per reclamare le terre e impedire il ritorno dei profughi. Israele
non ha mai smesso di demolire case arabe dentro Israele. Oggi si stanno
facendo demolizioni su vasta scala fra la popolazione beduina del
Negev, dove interi “villaggi non riconosciuti” vengono minacciati; lo
stesso accade fra le popolazioni arabe nelle città e in Galilea. Gli
arabi formano quasi il 20 per cento della popolazione israeliana;
tuttavia, sono confinati su un misero due per cento del territorio. Di
fatto, ai “non ebrei” è proibito per legge vivere sul 75 per cento del
territorio d’Israele. Il Comitato israeliano contro le demolizioni
delle case (Icahd), che presiedo, si batte contro le demolizioni delle
case palestinesi e, dunque, contro l’occupazione e il processo tuttora
in corso di trasferimenti. Blocchiamo i bulldozer portati per demolire
le case, e veniamo arrestati dall’esercito o dalla polizia nel
tentativo di impedire le demolizioni. Ricostruiamo le case demolite con
partner palestinesi come una forma di resistenza politica – talvolta
ricostruiamo una casa anche quattro o cinque volte. E poi portiamo la
nostra esperienza e conoscenza su ciò che Israele sta facendo “sul
terreno” e organizziamo campagne per influenzare l’opinione pubblica
israeliana e internazionale contro l’occupazione.
Può spiegare la sua
proposta di una campagna internazionale per un singolo Stato? Ritiene
che sia possibile stabilire in quest’area uno Stato democratico
unitario, capace di offrire uguale cittadinanza sia ai palestinesi che
agli israeliani? Leah Tsemel, l’avvocatessa israeliana che difende
prigionieri politici palestinesi, recentemente ha detto: “Israele è il
Paese, dove avvengono le maggiori violazioni di diritti umani; per
questo è il posto giusto per me e gli avvocati in generale”. Israele
sembra essere lontanissima dall’essere uno “Stato democratico”.
Pensa
che i soggetti interessati siano pronti ora ad accettare quest’idea? La
sola parte del conflitto disposta ad accettare un solo Stato
democratico oggi è la popolazione palestinese che vive nei Territori
Occupati: questa accetta la presenza israeliana nel Paese e, a mio
avviso, non avrebbe alcun problema con uno Stato palestino-israeliano
congiunto. Anche i rifugiati palestinesi che vivono all’estero
accettano il concetto di un singolo Stato, ma visto come uno Stato
palestinese, non essendo infatti disposti a legittimare una presenza
israeliana. (Il tentativo di riconciliare le posizioni dei palestinesi
“dentro” e “fuori” Israele è una questione che non è mai stata
realmente considerata.) L’Autorità palestinese si oppone con forza a
qualsiasi discussione circa una soluzione che preveda la nascita di un
solo Stato. Tale ipotesi implica la rinuncia da parte palestinese del
proprio diritto all’autodeterminazione, anche se in uno Stato
minuscolo. Essi ritengono che un singolo Stato sia irrealizzabile, e
sono preoccupati che questo cambiamento d’obiettivo possa essere
recepito da Israele come “prova” del desiderio dei palestinesi di
smantellare lo Stato ebraico; una posizione, questa, ritenuta
inaccettabile da parte dell’opinione pubblica internazionale. Dal loro
punto di vista, parlare di un singolo Stato confonde solo le cose e
svia dalla richiesta di porre fine all’occupazione. Agli israeliani,
naturalmente, la proposta di un singolo Stato fa paura. Significa la
fine del sionismo, di uno Stato ebraico. E significa perdere il
controllo sul proprio destino in uno Stato controllato da “nemici”. Di
fatto, nessuno sostiene quest’ipotesi fra gli israeliani, nemmeno in
“campo pacifista”. La questione è: può l’occupazione essere
realisticamente smantellata? E se questo non è possibile, ci aspettiamo
che i palestinesi vivano per sempre in una specie di Batustan – o
peggio, sotto un regime d’occupazione permanente? Sono arrivato alla
conclusione che una soluzione “due-Stati” sia giunta al capolinea,
vedendo quanto il massiccio e inamovibile sistema di controllo
israeliano si sia radicato “sul terreno”. Può darsi che sia ancora
troppo presto per invocare una soluzione “uno-Stato”, certamente lo è
per iniziare una campagna. (Dopotutto, dobbiamo rispettare le posizioni
dei palestinesi, e fino a quando non esprimeranno un allontanamento
dalla soluzione “due-Stati”, non possiamo noi appellarci a qualcosa di
diverso.) Ma ritengo che un cambiamento di posizione avverrà in un
futuro prossimo, una volta che diventerà chiara l’irreversibilità
dell’occupazione. Il nostro compito è ora di esplorare le diverse
opportunità e di prepararci per una tale eventualità. La natura di
questo Stato merita di essere discussa sin da ora. Mi sembra che ci
siano due elementi fondamentali: 1 – lo Stato israelo-palestinese
dev’essere uno Stato democratico unitario perché, a differenza della
Svizzera, del Belgio, del Canada, dello Sri Lanka, del Libano e altri
Paesi multi-nazionali, i palestinesi e gli israeliani vivono mescolati
fra loro, non in aree separate. Non ci può essere alcuna federazione,
se i gruppi sono sparpagliati. Quindi uno Stato unitario (come il
Sudafrica, che pure incorpora gruppi nazionali come gli Zulu o gli
Afrikaaners) sembra la solo opzione possibile. Come mostra il Rwanda,
tuttavia, uno Stato unitario che non dà uno spazio adeguato alle
differenze nazionali può degenerare in uno stato di guerra interna. Per
evitare questo, la natura bi-nazionale dello Stato israelo-palestinese
dovrebbe avere forti istituzioni culturali – forse addirittura dei
parlamenti culturali che comprendano le rispettive diaspore ebraica e
palestinese. In questa struttura, sia la cultura palestinese che quella
israeliana potranno crescere, mentre uno Stato politico e una società
civile si rivolgono ai bisogni quotidiani di coesistenza. 2 – siccome i
problemi che assillano i palestinesi e gli israeliani hanno una valenza
regionale – lo sviluppo economico, la sicurezza, i rifugiati, l’acqua,
ecc. – e non possono essere risolti all’interno di un singolo Stato,
sarà necessario creare un’Unione del Medio Oriente, su linee simili a
quelle dell’Unione europea, che assicuri democratizzazione regionale e
sviluppo in Palestina-Israele, Giordania, Siria e Libano (forse Egitto)
in una prima fase. Il conflitto israelo-palestinese non può essere
risolto nel nulla. Per una qualsiasi soluzione sostenibile è necessario
un approccio regionale. Il rafforzamento di istituzioni della società
civile e delle Ong dovrebbe essere una priorità. Già adesso
bisognerebbe incoraggiare la cooperazione fra Ong del mondo arabo e
quelle progressiste israeliane; questo processo dovrebbe essere
alimentato e protetto dalla società civile internazionale.
Naturalmente, Israele non smantellerà di propria spontanea iniziativa
il suo sistema su base etnica. La creazione di uno Stato unitario
necessita di una campagna internazionale simile alla lotta
anti-apartheid degli anni ’70 e ’80. Il nostro slogan nel periodo
post-road map sarà quello della lotta sudafricana contro l’apartheid:
una persona, un voto. Due punti dovrebbero stare al centro di tale
campagna: 1) Attraverso le politiche d’insediamento e d’occupazione
volte a creare irreversibili “fatti sul terreno”, Israele, con le sue
stesse mani, ha creato un solo Stato fra il Mediterraneo e il fiume
Giordano. I palestinesi – e, di fatto, l’intero mondo arabo come ha
evidenziato l’iniziativa saudita – sono disposti a fare la pace con
Israele, se questa rinuncia all’occupazione. Israele ha rifiutato. Non
ci si può aspettare che la comunità internazionale, ad eccezione dei
palestinesi, accetti il sorgere di un grande Israele ai danni di uno
Stato palestinese Batustan, non sostenibile. Dunque, per propria mano e
consapevolmente, Israele ha reso impossibile la soluzione due-Stati.
Adesso non può tornare indietro e lamentarsi del fatto che un singolo
Stato sostanzialmente smantella lo Stato ebraico. Israele deve
assumersi la responsabilità delle proprie politiche. A mio parere, non
resta che ritenere Israele responsabile delle proprie azioni. 2) Un
solo Stato democratico non è necessariamente negativo per gli
israeliani. Come israeliano, devo dire che la prospettiva mi esalta,
più che deprimermi. Uno Stato democratico di Israele-Palestina che
appartenga a tutti i suoi cittadini libererà gli israeliani dalla
controproducente e, in definitiva, futile ossessione demografica,
coinvolgendoli attivamente in una regione più ampia. Questo “ritorno a
casa” in Medio Oriente era, dopotutto, un punto fondamentale del
sionismo, come lo era la creazione di una cultura e di una società
israeliana, che crescerà solo se ci sarà uno sviluppo regionale.
L’offerta saudita di integrazione regionale indica che tale eventualità
è infatti possibile. Il maggior ostacolo, in questo senso, non è nel
costruire un solo Stato, ma nel convincere gli ebrei israeliani che la
loro cultura, la loro società, le loro istituzioni, i loro diritti e le
loro stesse vite saranno salvaguardate, nel momento stesso in cui
perderanno la maggioranza demografica. Quest’assicurazione dovrà venire
dal mondo arabo, e avrà un’enorme spinta se la Costituzione del nuovo
Stato riconoscerà i diritti nazionali di entrambi i popoli.
Uno Stato
ebraico è politicamente e, in definitiva, moralmente irrealizzabile?
L’identità nazionale ebraica ha davvero bisogno di uno Stato a sé? Ha
senso preoccuparsi della “bomba demografica”? Anche se lasciamo per un
attimo da parte l’occupazione, la sostenibilità di un Israele
democratico su una base esclusivamente etnica solleva parecchi dubbi.
Il 75 per cento degli ebrei non è mai venuto in Israele, o non è
emigrato per sempre. La maggioranza ebraica nello Israele effettivo sta
attorno al 72 per cento ed è in diminuzione (l’alta natalità della
popolazione araba, gli immigrati non-ebrei proveniente dalla Russia e
dall’Etiopia, i lavoratori stranieri e l’emigrazione di ebrei
israeliani). Le misure che Israele deve prendere per assicurarsi un
“carattere ebraico” sempre più artificiale stanno diventando sempre più
repressive. Oltre ad essere esclusi dal restante 75 per cento del
Paese, ai cittadini arabi-israeliani, secondo una legge approvata dalla
Knesset solo poche settimane fa, non è consentito portare mogli e figli
che stanno nei Territori Occupati, a vivere con loro in Israele. (Va
notato che agli ebrei israeliani è vietato vivere con le loro mogli
quando queste lavorano all’estero). Qualsiasi fossero la logica e le
giustificazioni date 50 o 100 anni fa, sembra che oggi, nel XXI secolo,
uno Stato ebraico esclusivo sia fuori discussione. Israele deve dunque
fronteggiare dei dilemmi fondamentali e delle trasformazioni, che sono
resi più urgenti dall’occupazione. Dove il sionismo è riuscito
(lasciando per il momento da parte il prezzo pagato) a creare una
società, una cultura, un’economia e delle istituzioni israeliane
vivacissime. Tutto ciò non scomparirà, se Israele riuscirà a
trasformarsi in uno Stato democratico. Al contrario, i palestinesi sono
preoccupati di un’egemonia israeliana anche dopo tale sviluppo.
“Israele” sopravviverà, e crescerà, quando troverà il proprio posto nel
mosaico di culture, influenzandole e venendo a sua volta influenzata e
cambiata. Le cose non possono che andare per il meglio, ma devono
essere affrontate in modo positivo e costruttivo.
Quando Lei dice:
“Dobbiamo creare un movimento internazionale simile a quello
anti-apartheid”, che cosa intende esattamente? Un embargo? O altre
misure? Avete bisogno di personalità del calibro di Desmond Tutu in
Sudafrica: chi sono oggi i maggiori leader nonviolenti in Israele e
Palestina? Sia Israele che i palestinesi soffrono di una mancanza di
leader visionari capaci di guidare i loro popoli fuori dal tunnel.
Spererei che gli ebrei israeliani si rendessero conto che, come nel
caso del Sudafrica dopo anni di lotta sanguinosa, la soluzione un unico
Stato è la più auspicabile per tutti. Ripeto, perché questo accada, gli
ebrei israeliani devono ricevere l’assicurazione che il nuovo Paese
resterà uno Stato multiculturale, anche se con una struttura politica
unitaria. Data la storia del conflitto, tuttavia, è più facile che una
lotta anti-apartheid debba essere avviata contro Israele. Dovrebbe
comprendere visioni positive di coesistenza e riconciliazione del tipo
di quelle espresse da Desmond Tutu e dall’ultimo Edward Said, ma
dovrebbe essere accompagnata anche da ferme pressioni imposte fino alla
fine dell’occupazione, o fino a quando non venga raggiunto un accordo
sul singolo Stato: fine degli accordi con l’Unione europea, sanzioni
(soprattutto in ambito militare, l’unico che veramente conta),
isolamento internazionale (specie in campo sportivo), monitoraggio
internazionale volto ad accertare l’effettivo stop agli insediamenti,
applicazione della legge internazionale ai Territori Occupati. Non c’è
una sola personalità – o partito – sulla scena politica israeliana che
oggi possa guidare in questa direzione il nostro Paese, e questo
complica enormemente le cose.
Le Nazioni Unite, la Russia e l’Europa
non sono mai entrate realmente in questo processo di pace. Che ruolo
potrebbero avere? Sfortunatamente la pace non verrà dall’interno
d’Israele. Qualsiasi giusta soluzione al conflitto deve comprendere
pressioni internazionali su Israele – e una strategia per relazionarsi
con il suo protettore, il Congresso americano. L’Europa non è uno Stato
e non può accordarsi su una politica (e diventerà sempre più dipendente
dagli Stati Uniti, quando entreranno i dieci nuovi membri il prossimo
anno). La Russia non si è mai impegnata in questo processo di pace. Le
Nazioni Unite sono state neutralizzate dagli Stati Uniti, ma possono
ancora svolgere un ruolo importante, almeno come pungolo. Ma c’è
un’altra superpotenza che può essere mobilitata: la società civile
internazionale, tutti noi nelle Ong, nelle organizzazioni politiche,
nei sindacati, nelle Università, nelle chiese, ecc. È questa la sfida
che ci attende ora. Abbiamo svolto un ruolo chiave nella lotta per
accordi sui diritti umani, per la formulazione della legge
internazionale e la creazione di istituzioni come il Tribunale penale
internazionale. Abbiamo svolto un ruolo di primo piano
nell’abbattimento dell’apartheid. Lottiamo contro gli eccessi della
globalizzazione. Adesso dobbiamo mobilitarci per porre fine
all’occupazione israeliana.
A cura di Alessandra Garusi