01/06/2011versione stampabilestampainvia paginainvia



All'origine del disagio profondo della Mongolia Interna

Qualche anno fa, le foto di piazza Tiananmen offuscata da una nebbia arancione fecero il giro del mondo. Filtri fotografici o post-produzione digitale non c'entravano nulla. Ormai, quando a primavera l'aria di Pechino si satura di giallo-arancio e l'aria si fa irrespirabile, tutti sanno che è in corso una tempesta di sabbia. Il vento arriva da nord-ovest e porta con sé la polvere del Gobi, il deserto che la Cina condivide con la Mongolia, ma anche quella di pianure che un tempo furono pascoli stepposi: ora non più.

La zona da cui arrivano le tempeste di sabbia è la Mongolia Interna cinese. In questi giorni se ne parla per via delle manifestazioni che la popolazione di etnia mongola, ormai minoranza, sta inscenando dopo la morte di un pastore rimasto schiacciato da un camion che trasportava carbone. Non è azzardato dire che alla base del malessere diffuso ci siano anche ragioni ambientali. A creare problemi, è il contrasto tra lo stile di vita tradizionale, nomade-pastorale, e la globalizzazione che, via Pechino, arriva dal mondo stanziale.

Prendiamo proprio le tempeste di sabbia. Il nomadismo può essere considerato la migliore tecnologia di conservazione del suolo. Mandrie e greggi pascolano in un dato luogo sulla base dei cicli stagionali e della disponibilità di erba. Poi, si spostano "naturalmente" altrove e il pascolo ha tempo di rinnovarsi. Su questa tecnica ancestrale, generazioni di umani hanno costruito riti e mitologie complesse; ma la sua ragione d'essere è estremamente semplice: è efficiente.

Quando un nomade diventa stanziale, non è solo la sua vita a subire uno shock, ma tutto l'ambiente circostante. In Mongolia Interna il processo è iniziato molto prima che nella repubblica mongola indipendente proprio a causa delle scelte politico-amministrative di Pechino.
I guai sono cominciati quando a inizio anni Ottanta anche ai nomadi fu imposto il sistema di responsabilità familiare. A differenza del vecchio sistema collettivistico in cui ogni famiglia doveva consegnare una quota prestabilita di prodotto allo Stato, il quale poi ridistribuiva a ognuno secondo le sue necessità, con il nuovo sistema le quote venivano ridotte, il surplus poteva essere commercializzato liberamente e le terre furono assegnate ai singoli nuclei familiari proprio per garantire a tutti le medesime possibilità. Così i nomadi si radicarono al suolo e i pascoli cominciarono a essere sfruttati troppo intensamente.
Precedentemente, in epoca maoista, il suolo era già stato impoverito dalla sostituzione della pastorizia nomade con l'agricoltura intensiva in ampie parti della regione. Un processo parallelo alle ondate di immigrazione han. L'aratro estirpa le erbe e i cespugli che trattengono la terra e il terreno rivoltato secca ulteriormente sotto il sole.
Poi sono arrivate le miniere, necessarie per mettere benzina nel motore della Cina-fabbrica del mondo. L'attività mineraria, spesso all'aria aperta, non solo scava e crea cumuli di terra: devia anche ingenti quantità di acqua, favorendo ancor più la desertificazione. Infine il global warming ci ha messo del suo, riducendo ulteriormente la portata dei fiumi.
Si scatena così una reazione a catena, perché anche le terre non direttamente interessate da questi fenomeni subiscono poi l'aggressione della sabbia che si solleva. E il deserto avanza.

Queste sono le ragioni profonde del malcontento mongolo, al di là dell'incidente - o omicidio volontario - di Mergen, il pastore di Xinlingol: una difficile modernità che può risolversi solo ritrovando un equilibrio tra terra e cielo. Alla lettera.

Gabriele Battaglia

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