Gli Usa dalla parte del dittatore uzbeco: nessuna inchiesta sul massacro di Andijan

Non ci sarà nessuna indagine internazionale e indipendente
sul massacro di Andijan, dove lo scorso 13 maggio centinaia di manifestanti
furono massacrati dall’esercito uzbeco in quella che è stata la peggior ‘strage
di piazza’ da Tienanmen ad oggi.
Da settimane le organizzazioni internazionali per i diritti
umani, l’Unione europea, la Nato e il Dipartimento di Stato Usa stavano
pressando il dittatore uzbeco Islam Karimov affinché consentisse l’avvio di
un’inchiesta trasparente su quei tragici fatti.
Ma nulla accadrà dopo la clamorosa retromarcia della Nato e
degli Stati Uniti avvenuta giovedì scorso al vertice Nato-Russia di Bruxelles.
Secondo quanto riportato dal
Washington Post, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld ha bocciato
il testo della dichiarazione finale del vertice che era stato proposto dai suoi
colleghi europei e che conteneva una perentoria richiesta di indagini
indipendenti al regime uzbeco.
Rumsfeld ha posto il veto a nome del governo Usa,
sconfessando platealmente le precedenti dichiarazioni del segretario di Stato
Condoleezza Rice, che aveva definito “essenziale” un’inchiesta internazionale
sui fatti di Andijan. Un’uscita che aveva suscitato le ire di Karimov il quale,
per
ritorsione, aveva immediatamente revocato i permessi di volo ai velivoli Usa
diretti alla grande base aerea americana di Karshi-Khanabad, nel sud-est
dell’Uzbekistan.
La roccaforte della
libertà. La base uzbeca di Karshi-Khanabad, che al Pentagono chiamano
semplicemente ‘2K’, è il più grande e strategico avamposto degli Stati Uniti in
Asia Centrale. Le migliaia di soldati e le centinaia di mezzi aerei ospitati al
Campo ‘Roccaforte della Libertà’ di Karshi-Khanabad costituiscono la retrovia
dell’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan e, in prospettiva,
rappresentano una postazione importantissima per il controllo militare del
continente asiatico.
Una base che il Pentagono non vuole rischiare di perdere,
per nessuna ragione al mondo.
Nel febbraio 2004 Rumsfeld andò in visita a Tashkent e fece
un accordo con Karimov, così riassunto da
GlobalSecurity.org, think-tank militare
dei neoconservatori americani diretto da John Pike: “gli Stati Uniti avrebbero
ignorato le gravi
violazioni dei diritti umani compiute dal regime uzbeco in cambio del suo
permesso di utilizzare la base di Karshi-Khanabad come base permanente”.
L’uscita critica della Rice ha rischiato di far saltare il
patto. E quindi a Bruxelles Rumsfeld non ha fatto altro che rimettere a posto
le cose in nome di una realpolitik che vede l’interesse nazionale Usa persino
davanti
alla difesa della democrazia e dei diritti umani.
Cronaca di un
massacro. Diritti che quel 13 maggio ad Andijan sono stati calpestati in
maniera feroce. Non c’è ancora, e non ci sarà mai, un bilancio ufficiale dei
morti, anche se il numero di 500 appare come la stima minima.
Ma sulla dinamica dei fatti qualche chiarimento è stato
fatto, soprattutto grazie alle decine di testimonianze dei sopravvissuti
interrogati da
Human Rights Watch.
Quel pomeriggio Piazza Bobur, stracolma di uomini, donne e
bambini che protestavano contro il regime, venne circondata dall’esercito.
Tutte le vie di fuga furono bloccate con blindati, camion militari e cordoni di
soldati. Anche la Cholpon Prospect, principale via della città, venne chiusa
con tre autobus parcheggiati a formare una barriera. Quando i militari, senza
il minimo preavviso, hanno iniziato a sparare sulla folla in piazza, una marea
umana terrorizzata si è riversata nella Cholpon Prospect, riuscendo a spostare
un autobus e ad aprire un varco. Al di là trovarono i cecchini che dai tetti e
dagli alberi cominciarono a sparare sul mucchio e più avanti, all’altezza della
scuola 15 e del Cinema Cholpon, un blocco di blindati di fronte ai quali decine
di soldati erano stesi a terra trincerati dietro a sacchi di sabbia. Furono in
trappola: una valanga di fuoco partì dalle mitragliere dei blindati e dai
fucili dei soldati, falciando centinaia di persone in pochi minuti d’inferno.
Seppellire la verità.
Alla fine della giornata, Piazza Bobur e le vie attorno erano rosse di
sangue e cosparse da centinaia di cadaveri. Durante la notte i corpi vennero
caricati sui camion dell’esercito e portati via e sepolti chissà dove. Nei
giorni successivi il regime di Karimov iniziò a seppellire anche la verità, incarcerando
tutti gli attivisti dei diritti umani e gli esponenti dei partiti d’opposizione
che avevano denunciato il massacro di Andijan. “Le autorità uzbeche stanno
provando in tutti i modi a cancellare le tracce del massacro”, ha detto Kenneth
Roth, direttore di Human Rights Watch. “La persecuzione avviata contro i
difensori dei diritti umani è un evidente tentativo di nascondere quello che è
successo ad Andijan”, ha aggiunto Holly Carter, a capo della sezione Asia
Centrale di HRW.
“Le nostre indagini sono state un primo passo per far luce
su quei tragici eventi, ma solo un’inchiesta internazionale potrà far emergere
la verità”, ha dichiarato Roth.
Ma non sarà così, perché a Washington hanno deciso che non
vale la pena di rovinare i rapporti con un alleato strategico solo perché ha
trucidato qualche centinaio di uomini, donne e bambini. Anche questa è guerra,
e gli Stati Uniti ci sono abituati. L’importante è che a Karshi-Khanabad la
bandiera a stelle e strisce continui a sventolare sulla ‘Roccaforte della
Libertà’. La libertà di chi?