“L’altro giorno ho acceso la televisione per seguire il notiziario della mattina.
Stavano trasmettendo un servizio sulla demolizione delle aree abusive e hanno
detto che la mia zona sarebbe stata la prossima ad essere distrutta. Allarmato,
ho aperto la porta di casa e mi sono ritrovato davanti a una ruspa”.
Il dramma di George, ventinovenne autista di Harare, è cominciato la scorsa domenica
12 giugno, quando le autorità della capitale dello Zimbabwe hanno dato ordine
di smantellare il quartiere abusivo in cui viveva insieme ad altre migliaia di
famiglie. Un piano di ‘pulizia’ voluto dallo stesso presidente Robert Mugabe,
che all’indomani della conferma del suo ennesimo mandato ha deciso di eliminare
la povertà seguendo una tattica ben delineata: eliminare i poveri. L’operazione
è stata denominata Murambatsvina, che in una delle lingue locali, lo Shona, significa letteralmente ‘Ripulire
dalla spazzatura’. E la ‘spazzatura’, ovvero un numero incalcolabile di persone
(i dati ufficiali parlano di 200mila, anche se secondo fonti indipendenti si sfiorerebbe
il milione) ha dovuto abbandonare le proprie attività lavorative in nero e le
abitazioni negli slums, con gravi conseguenze per intere comunità. “Ho detto alle autorità che la mia
abitazione non era illegale, che pagavo l’affitto a una cooperativa statale– continua
George al telefono con PeaceReporter.net – ma non c’è stato nulla da fare. Ho un figlio piccolo e una moglie. Come farò
ora a mantenerli? Dove andrò?”
Gli fa eco una vicina, Lesile, consulente legale. “Ora io e la mia famiglia siamo
davvero nei guai. Non abbiamo più un tetto, dobbiamo chiedere ai parenti di aiutarci.
E non possiamo nemmeno andare a vivere in qualche villaggio, perché nelle campagne
c’è la fame e non c’è lavoro”.
Le ragioni di Mugabe. Che cosa spinge un Presidente della Repubblica da molti ricordato come l’eroe
nazionale dell’indipendenza dai bianchi, a una misura così dura nei confronti
della propria popolazione? Dopotutto lo Zimbabwe è uno dei paesi più poveri dell’Africa,
e la maggior parte dei suoi cittadini, come in tutto il resto del sud del mondo,
gravita intorno alla cosiddetta economia informale, in un mondo precario che oscilla
tra l’illegalità, l’abusivismo e l’arte dell’arrangiarsi per sopravvivere. Tutte
componenti che secondo Mugabe, 25 anni di dittatura alle spalle, screditavano
l’immagine dello Zimbabwe agli occhi degli investitori stranieri. L’economia del
Paese è da tempo vittima di una crisi che giorno dopo giorno svaluta la moneta
nazionale, allunga le code davanti ai negozi vuoti, affama le frange meno abbienti
della popolazione. E il mercato nero è diventato un settore a sé stante, anche
a causa della forte instabilità politica. Quindi il governo di Harare ha deciso
che quella era la prima cosa da eliminare. Ma secondo alcune fonti raccolte da
PeaceReporter.net, dietro alla decisione di lasciare senza tetto migliaia di famiglie ci sarebbe
una scelta politica dettata da vendette e ripicche.
Contro l'opposizione. “Era stato lo stesso governo a incoraggiare, cinque anni fa, l’occupazione di
alcune aree urbane delle città”, dice al telefono da Harare, Arnold Tsunga, capo
dell’organizzazione Zimbabwean Lawyers for Human Rights (Avvocati dello Zimbabwe per i Diritti Umani). “Questo – continua – ha aiutato il partito al governo, lo Zanu Pf, a raccogliere voti e consensi da parte della popolazione. Lo stesso era avvenuto
nelle campagne, quando Mugabe dette in concessione terre e terreni, molti dei
quali restano incoltivati e improduttivi. Si può immaginare che danno questo abbia
arrecato all’agricoltura nel nostro Paese. Ma dopo aver vinto le ultime elezioni,
Mugabe ha pensato bene di fare piazza pulita della povera gente nelle aree urbane,
dove peraltro il partito d’opposizione (il Movement for Democratic Change di Morgan Tsvangirai, nda) aveva avuto notevoli consensi. Ora resta da capire come il governo aiuterà
queste migliaia di sfollati”.
"Il governo dovrebbe aiutare questa gente, non possono distruggere le loro case
e le attività in questo modo – dice indignato Mlaleli Sibanda, portavoce del sindacato
dei lavoratori dello Zimbabwe – che devono ricevere un compenso. Prima li ha ingannati
dicendo loro che potevano abitare alcune aree delle città, poi li ha cacciati”.
Mugabe crea, Mugabe distrugge. L’opera di demolizione continua, nonostante l’opposizione
e alcuni gruppi di esponenti della società civile abbiano organizzato scioperi
e proteste. Nulla da fare, le ruspe di Harare cancellano, calpestano, distruggono.
E causano tragedie, come riportato nel quotidiano locale The Standard la settimana
scorsa, quando una bambina di due anni, Charmaine Nyika, è morta schiacciata durante
le demolizioni.