26/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



I cittadini africani a Roma: vogliono integrazione, lavoro e dignità
Hotel RomaIl capannone di mattoni del tiburtino era lì, come sempre. Solo che il 23 aprile è stato un giorno speciale. Il piccolo mondo di etiopi, eritrei e sudanesi che lo ha occupato accoglie la città, Roma. Molti lo chiamano Hotel Africa, ai suoi abitanti quel nome non piace. Dicono che Tiburtina è Italia, non Africa, ma per la verità i suoni, gli odori, i volti e gli sguardi delle persone che ci vivono costruiscono uno spazio sospeso che molto ricorda alcuni angoli del continente nero. E non solo.
 
Sugli alti ballatoi si affacciano le stanze, ricavate chiudendo gli spazi con qualunque tipo di materiale. Compensato, lamiera, mattoni. All’interno, al centro del grande piazzale a pian terreno, è stato montato uno schermo. Di fronte qualche centinaio di sedie in bell’ordine, alle spalle è pronto un lungo tavolo che servirà, dopo la manifestazione, per offrire ai visitatori una cena africana, preparata con cura durante l’intera notte precedente.
 
Hotel RomaIn quell’area del caseggiato si affacciano anche la scuola, un paio di ristorantini, un bar, la piccola moschea. Il frutto dell’inventiva di quattrocento persone che non vogliono perdere il loro diritto a vivere.
 
Gli ospiti e gli abitanti sono seduti, ascoltano le testimonianze, i discorsi dei rappresentanti del Campidoglio, le canzoni, la ritmica dei tamburi.
 
Durante la giornata numerosi sono stati i racconti di vita.
 
“Ogni giorno mi sveglio alle 5 meno un quarto perché alle sei debbo essere alla bancarella dove lavoro. Prendo l’autobus e sento che le persone hanno paura di me. Dalle sei alle tre di pomeriggio sto alla bancarella, poi studio fino alle 9 di sera al Cattaneo, diventerò elettricista. Faccio tre anni in uno e mio padre mi dice di non correre dietro ai soldi e di diplomarmi. Quel poco che guadagno, tutto in nero, va via per le spese e perché c’è sempre qualche amico che sta peggio di me. Non ho contributi, mai avuti. Ho raccolto i pomodori vicino Foggia, ho fatto il contadino vicino Firenze, ho raccolto olive a Montalcino, fatto l’ambulante a Vieste, sul Gargano. Adesso in Darfur c’è la guerra, quando telefono a casa mi chiedono aiuto. A causa del conflitto la gente fugge dalle campagne e si rifugia nelle città. Scappano portando con se gli animali, c'è bisogno d’acqua. Ma per averla sono necessari i soldi per fare nuovi pozzi. Una trivellazione può costare anche settantamila euro. Dove troviamo il denaro? Noi che siamo qui in Italia come possiamo aiutare i nostri fratelli?”
 
Adam, un altro sudanese del Darfur, racconta: “Nel mio Paese facevo il carrozziere, qui lavoro in un autolavaggio. Dodici ore al giorno, dalle 7 di mattina alle 7 di sera, per circa 25 euro al giorno”
 
Suliman, sempre del Darfur, aggiunge: “Una mattina mi sono svegliato col rumore delle ruspe. Così ho pensato: debbo andare a scuola per imparare l’italiano. Potrò dire a quella gente di fare più piano”.
 
A guardare con attenzione quelli che osservano dai piani superiori, le porte delle povere stanzette, il tetto di mattoni e cemento armato, le ringhiere di ferro si ha un’impressione singolare, opposta alla prima.
 
Anche se il clima è sereno, se molti sorridono, se l’odore della cena è attraente e pacifico, qualcosa fa tornare alla mente non il sole e i colori d’Africa, non la storia millenaria di Roma, ma i freddi muri di Alcatraz, il carcere americano che dal mare si offre alla splendida baia di San Francisco, in California.
 
Non è solo una sensazione data dai ballatoi, dalle ringhiere, dallo spazio. Anche quel famigerato penitenziario, chiuso nel 1963 da Robert Kennedy, fu occupato da qualcuno. Erano i militanti del movimento “Indians of All Tribes”, in un lontano 1969.
 
Quei contestatori dalla pelle rossa, le loro canzoni, i tamburi e i segni della richiesta di libertà e giustizia sui muri, ovunque, erano dentro Alcatraz un altro urlo di indignazione per come una società opulenta tratta i meno fortunati. Sulle pareti si potevano leggere le storie di esseri umani vittime di un vero e proprio genocidio, i nativi americani. Le foto di Alce Rosso, di Cervo Bruno, di Piede Veloce come quelle che al Tiburtino mostano Jussuf, Aziz, Abdullah, altre vittime fuggite da guerre devastanti, da carestie e miseria, da secoli di sfruttamento e schiavismo.
 
Al Tiburtino esseri umani dalla pelle nera occupano un altro edificio coi suoi ballatoi e il cortile e consegnano al vecchio deposito delle ferrovie la storia di una esistenza scandita dalle guerre dimenticate, dall’indifferenza dei più fortunati, dalla voracità del'Occidente.
 
Strane associazioni mentali, forse memoria lontana del cronista, ma qualcosa davvero rende il mondo un luogo nel quale, alle immense differenze tra i popoli, si sommano sentire comune, solidarietà, analogie e ricorsi storici.
 
I quattrocento africani del Tiburtino aspettano, tra poche settimane, il giudizio della Commissione che dovrà decidere sulle loro richieste di asilo. Intanto numerose organizzazioni umanitarie tentano di aiutarli in ogni modo. Il comune di Roma sta studiando un programma di accoglienza in grado di dar loro sistemazioni più degne e sicure.
 
Lentamente la catena della solidarietà cerca di risolvere il problema. Al fondo, però, resta la questione più ampia dell’accoglienza. Per migliaia di immigrati senza casa e lavoro, documenti e certezze, ma possessori di un diritto inalienabile: quello alla dignità.
 
Roberto Bàrbera
Categoria: Diritti, Migranti
Luogo: Italia
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