Il capannone di mattoni del tiburtino era lì, come sempre.
Solo che il 23 aprile è stato un giorno speciale. Il piccolo mondo di
etiopi, eritrei e sudanesi che lo ha occupato accoglie la città, Roma.
Molti lo chiamano Hotel Africa, ai suoi abitanti quel nome non piace.
Dicono che Tiburtina è Italia, non Africa, ma per la verità i suoni,
gli odori, i volti e gli sguardi delle persone che ci vivono
costruiscono uno spazio sospeso che molto ricorda alcuni angoli del
continente nero. E non solo.
Sugli alti
ballatoi si affacciano le stanze, ricavate chiudendo gli spazi con
qualunque tipo di materiale. Compensato, lamiera, mattoni. All’interno,
al centro del grande piazzale a pian terreno, è stato montato uno
schermo. Di fronte qualche centinaio di sedie in bell’ordine, alle
spalle è pronto un lungo tavolo che servirà, dopo la manifestazione,
per offrire ai visitatori una cena africana, preparata con cura durante
l’intera notte precedente.
In quell’area
del caseggiato si affacciano anche la scuola, un paio di ristorantini,
un bar, la piccola moschea. Il frutto dell’inventiva di quattrocento
persone che non vogliono perdere il loro diritto a vivere.
Gli ospiti e gli abitanti sono seduti, ascoltano le
testimonianze, i discorsi dei rappresentanti del Campidoglio, le
canzoni, la ritmica dei tamburi.
Durante la
giornata numerosi sono stati i racconti di vita.
“Ogni giorno mi sveglio alle
5 meno un quarto perché alle sei debbo essere alla bancarella dove
lavoro. Prendo l’autobus e sento che le persone hanno paura di me.
Dalle sei alle tre di pomeriggio sto alla bancarella, poi studio fino
alle 9 di sera al Cattaneo, diventerò elettricista. Faccio tre anni in
uno e mio padre mi dice di non correre dietro ai soldi e di diplomarmi.
Quel poco che guadagno, tutto in nero, va via per le spese e perché c’è
sempre qualche amico che sta peggio di me. Non ho contributi, mai
avuti. Ho raccolto i pomodori vicino Foggia, ho fatto il contadino
vicino Firenze, ho raccolto olive a Montalcino, fatto l’ambulante a
Vieste, sul Gargano. Adesso in Darfur c’è la guerra, quando telefono a
casa mi chiedono aiuto. A causa del conflitto la gente fugge dalle
campagne e si rifugia nelle città. Scappano portando con se gli
animali, c'è bisogno d’acqua. Ma per averla sono necessari i
soldi per fare nuovi pozzi. Una trivellazione può costare anche
settantamila euro. Dove troviamo il denaro? Noi che siamo qui in Italia
come possiamo aiutare i nostri fratelli?”
Adam, un altro sudanese del Darfur, racconta: “Nel mio Paese
facevo il carrozziere, qui lavoro in un autolavaggio. Dodici ore al
giorno, dalle 7 di mattina alle 7 di sera, per circa 25 euro al giorno”
Suliman, sempre del Darfur, aggiunge: “Una
mattina mi sono svegliato col rumore delle ruspe. Così ho pensato:
debbo andare a scuola per imparare l’italiano. Potrò dire a quella
gente di fare più piano”.
A guardare con attenzione
quelli che osservano dai piani superiori, le porte delle povere
stanzette, il tetto di mattoni e cemento armato, le ringhiere di ferro
si ha un’impressione singolare, opposta alla prima.
Anche se il clima è sereno, se molti sorridono, se
l’odore della cena è attraente e pacifico, qualcosa fa tornare alla
mente non il sole e i colori d’Africa, non la storia millenaria di
Roma, ma i freddi muri di Alcatraz, il carcere americano che dal mare
si offre alla splendida baia di San Francisco, in California.
Non è solo una sensazione data dai
ballatoi, dalle ringhiere, dallo spazio. Anche quel famigerato
penitenziario, chiuso nel 1963 da Robert Kennedy, fu occupato da
qualcuno. Erano i militanti del movimento “Indians of All Tribes”, in
un lontano 1969.
Quei contestatori dalla pelle rossa, le loro canzoni,
i tamburi e i segni della richiesta di libertà e giustizia sui muri,
ovunque, erano dentro Alcatraz un altro urlo di indignazione per come
una società opulenta tratta i meno fortunati. Sulle pareti si potevano
leggere le storie di esseri umani vittime di un vero e proprio
genocidio, i nativi americani. Le foto di Alce Rosso, di Cervo Bruno,
di Piede Veloce come quelle che al Tiburtino mostano Jussuf, Aziz,
Abdullah, altre vittime fuggite da guerre devastanti, da carestie e
miseria, da secoli di sfruttamento e schiavismo.
Al Tiburtino esseri umani dalla pelle nera occupano un altro
edificio coi suoi ballatoi e il cortile e consegnano al
vecchio deposito delle ferrovie la storia di una esistenza scandita
dalle guerre dimenticate, dall’indifferenza dei più fortunati, dalla
voracità del'Occidente.
Strane associazioni
mentali, forse memoria lontana del cronista, ma qualcosa davvero rende
il mondo un luogo nel quale, alle immense differenze tra i popoli, si
sommano sentire comune, solidarietà, analogie e ricorsi storici.
I quattrocento africani del Tiburtino aspettano, tra poche
settimane, il giudizio della Commissione che dovrà decidere sulle loro
richieste di asilo. Intanto numerose organizzazioni umanitarie tentano
di aiutarli in ogni modo. Il comune di Roma sta studiando un programma
di accoglienza in grado di dar loro sistemazioni più degne e sicure.
Lentamente la catena della solidarietà
cerca di risolvere il problema. Al fondo, però, resta la questione più
ampia dell’accoglienza. Per migliaia di immigrati senza casa e lavoro,
documenti e certezze, ma possessori di un diritto inalienabile: quello
alla dignità.