Ho cominciato a vivere a Città del Guatemala, presto dovrei avere una stanza
tutta per me, in centro, a casa

di un amico che vive al terzo piano di un palazzo in decadenza. L’abitazione
ha le mura tutte colorate, dipinte con colori vivi, piena di manifesti e di poster.
E qua intorno la gente è allegra, ma con un dolore dentro.
Ho conosciuto molte persone, per lo più sono ragazzi dell’Università, impegnati
in politica, nei movimenti della sinistra giovanile che stentano ma che sono vivi
e veri. Che cercano di uscire dalla cappa del silenzio imposto.
Alcuni di loro fanno un giornale autogestito, che va agli stessi universitari
in maniera gratuita. Hanno una struttura collettiva, per il Guatemala è qualcosa
di inedito, un’esperienza unica, direi.
Un’esperienza di giornalismo autonomo e indipendente. La prima volta che ho visto
il giornale me ne sono innamorato, non c’è nessuna pretesa dietro, solo un esperimento,
persone semplici ma preparate. Si chiama Patria Grande. Ho anche pensato: quando
scriverò qualcosa su Patria Grande, vorrà dire che starò vivendo dentro Città
del Guatemala, che avrò oltrepassato un’altra porta.
Pochi giorni fa mi hanno chiamato, per chiedermi di fare una serie di interviste.
Incredibile. E’ arrivato il momento. Anche di rimettersi a studiare, perché si
parla di concetti sociologici e politici che non maneggio bene, a parte la lingua.
Poi ci sono i “figli”, Hijos, che sono i più tosti di tutti, sono ragazzi che
hanno perso i genitori, uccisi o fatti scomparire, durante il conflitto. Ragazzi
arrabbiati come mai, ma coscienti, distruttivi e costruttivi. Ragazzi che non
si identificano nella politica dei partiti ma in quella della strada, della protesta,
della creazione di conflitti per attirare l’attenzione su un tema mai risolto,
quello dell’impunità degli assassini dei loro padri, che oggi circolano a piede
libero e governano il paese.
Sono quelli che durante le manifestazioni sono i più estremi, ma mai violenti.
Sempre creativi: irrompono alle parate militari innalzando enormi teschi di gommapiuma,
facendoli ballare al suono di tamburi tribali, mettendo la fantasia e i colori
contro le grigie uniformi militari che evocano dolori vivi. Sono quelli che scrivono
“asesinos” sulle bandiere nazionali che penzolano come drappi funebri davanti
al palazzo del governo e sulle macchine della polizia, quella polizia razzista
e incivile. Hijos, sono quelli che niente compromessi e niente
chiacchiere, linea dura. Niente negoziazione con questo sistema: "O ci restituiscono
quello che ci hanno tolto, i nostri padri, o fanno qualcosa per trovare i colpevoli,
niente scuse". Hanno occupato una casa, dove di tanto in tanto si fanno cose belle:
teatro, concerti. L’obiettivo di fondo è il recupero della memoria storica, della
vita, della libertà. Un angolo di libertà strappato con i denti, in un paese militarizzato.

Un documentario di qualche anno fa dimostra che molti dei grandi latifondisti
del Guatemala, proprietari delle piantagioni in cui gli indigeni sono ancora schiavi,
sono discendenti di tedeschi arrivati qui negli anni Trenta, durante il nazismo.
Erano nazisti che colonizzavano il Guatemala, che creavano piantagioni e vi costruivano
in mezzo veri e propri castelli. Il Guatemala è stato l’unico paese extraeuropeo
in cui c’è stata una parata militare del Terzo Reich. Gli interessi della Germania
erano altissimi. E lo sono tuttora. Adesso ci sono i loro figli e nipoti, ma
le idee sono le stesse. “Quando c’era Hitler, e in Guatemala c’era Ubico, tutto
funzionava a meraviglia, adesso purtroppo c’è la libertà, e la gente non ha più
paura…” si ascolta in un documentario girato poco tempo fa. E la cosa preoccupante
è che proprio loro sono i signori dell’economia, hanno le redini dell’impero automobilistico
(Mercedes e BMW), il controllo della Lufthansa, e guidano la camera di Commercio.
Sono anche i padroni di molte
fincas, piantagioni di caffè, di canna da zucchero, di cardamomo. I latifondisti si
chiamano Dieseldorf, Schleauf, Droeghe. Ecco il perché di quei cognomi.
“Ci vuole una dittatura della destra dalla mano dura, perché altrimenti gli
indios fanno come vogliono…” è con questa frase che una ricca signora a maggio
ha commentato lo sgombero di alcune terre nelle comunità di Tucurù. Ho assistito
direttamente a questo episodio: ho visto e fotografato la polizia dare fuoco alle
case degli indigeni e ho sentito con quali parole venivano minacciati e offesi.
“Loro, gli indios, dicono che in questa terra ci stavano prima del 1500 e che
quindi è loro, che gli spetta di diritto, ma questo è impossibile, semplicemente
perché noi l’abbiamo comprata”, dice candidamente un altro Signore della terra,
chiuso in uno schema mentale – quello della proprietà privata - che gli indigeni
non hanno mai compreso, che non appartienealla loro cultura, ma che li sta schiacciando.
Sapere che dietro a tutto questo ci sono gli eredi del nazismo, con le loro idee
ancora intatte, mi ha scosso.

Dopo un momento di incredulità, la rabbia mi ha fatto ribollire il sangue: l’oppressore
ha assunto un volto inaspettato, un volto che viene da una realtà storicamente
molto vicina a noi europei, una realtà che ancora sanguina e che ha lasciato le
tracce anche qui in Guatemala. Anzi proprio qui ha lasciato germi vivi e vegeti,
che si stanno riproducendo come forse non avrebbero potuto in Europa.
La terra è degli indios, eppure agli europei che vengono qui a costruirsi la
piscina in mezzo alla giungla non viene richiesto il permesso di soggiorno. Per
gli indios, e non solo per loro, questo è un altro “errore” della storia. Adesso
lavorano per correggerlo. Non é facile, e non da risultati immediati, ma c'é chi
lo fa.
La storia racconta che poi, sotto l’influsso degli Usa, il Guatemala ha dichiarato
guerra alla Germania. Nel '44 viene democraticamente eletto un presidente e inizia
il decennio della “rivoluzione democratica”: una grande riforma agraria confisca
le terre dei tedeschi e delle multinazionali americane, ridistribuendole ai contadini.
Ma questo è troppo comunista e alla Cia non piace. Così nel '54 un golpe militare
depone il presidente.
Il Guatemala sprofonda nell’oscurantismo della dittatura militare. In quattro
anni precipita in una guerra civile che è terminata solo nel ’96.
Trentasei anni che hanno lasciato innumerevoli orfani, alcuni dei quali hanno
deciso, oggi, di parlare, di raccontare, di cercare, di gridare che non è giusto,
che vogliono giustizia, verità e punizione ai colpevoli di tutte quelle morti
e sparizioni. Sono i figli.