La civilissima Svizzera ha cercato per quarant'anni di distruggere una comunità rom
“Sradicare il male del nomadismo, fin dall'infanzia,
attraverso misure educative sistematiche e coerenti". A parlare così
non era un leader nazional socialista tedesco del
Terzo Reich, ma il dottor Alfred Siegfried, cittadino svizzero
e fondatore e direttore dell’Opera di soccorso Enfants de la
grand route.
L’organizzazione era stata
creata nel 1926 dalla Pro Juventute, importante organismo umanitario
della Federazione elvetica. Il compito del dottor Siegfried avrebbe
dovuto essere quello di “proteggere i bambini a rischio di abbandono e
vagabondaggio”.
Enfans de la
grand route è stata attiva fino al 1973, oltre quarant’anni
che meritano di essere raccontati.
Negli
anni venti la Svizzera, moderno ed efficiente stato federale, aveva
deciso di contrastare i fenomeni di devianza e di emarginazione.
L’azione era orientata al recupero dei cittadini che non erano conformi
al modello sociale prevalente, definito dal governo centrale.
I rom, in particolare gli jenisches, erano
una comunità nomade e privilegiavano per i propri figli non
l’alfabetizzazione, ma l’apprendimento di arti e mestieri. Questo modo
di affrontare la vita non era tollerato dal governo,
che scelse la via della pulizia etnica. La
tradizione culturale del popolo rom è orale, la scrittura non
è conosciuta.
Il dottor Siegfried sosteneva: “Chiunque voglia combattere efficacemente il nomadismo
deve
mirare a far saltare la comunità dei girovaghi e porre fine, per quanto
ciò possa apparire duro, alla comunità familiare. Non esistono altre
soluzioni”.
Era l’inizio di un lungo tunnel
di orrori, ancora oggi poco conosciuto.
Il
Dipartimento federale di giustizia e polizia pianificava, fin dal 1930, l’allontanamento
dei bambini
dalle famiglie e il Dipartimento dell'Interno finanziava l’operazione.
Le sovvenzioni del governo federale sono arrivate a Enfants
de la grand route fino al 1967 e, secondo ricerche
ufficiali, rappresentavano dal 7 al 25 per cento del bilancio
dell’associazione. Altri finanziamenti provenivano da
donatori privati e dalla vendita di gadget, pubblicazioni e altro.
Per rendere più efficiente il meccanismo fu
realizzato un censimento della popolazione jenisches. Molte famiglie si
videro private della patria potestà e oltre 300 bambini furono affidati
personalmente al dottor Siegrfried. La distruzione di qualunque
relazione tra minori e genitori era il perno sul quale si basava la
strategia di “recupero”.
Il dottore diceva:
“Ogni volta che per la nostra benevolenza, o per uno sfortunato
incontro, qualche bambino non ancora adattato, o di carattere
instabile, entra in contatto con i propri genitori, il nostro lavoro è
azzerato”.
“Davanti a me c'era una donna, ma per me non
significava nulla, era un’ estranea. Quella donna mi disse che avevo
altri dieci fratelli e sorelle, ma nessuno sapeva dove fossero finiti.
Quella donna era mia madre”. Così Robert Huber ha raccontato il suo
incontro con la mamma, dopo 19 anni. Era stato 'rubato' che aveva solo
otto mesi.
Gli jenisches erano obbligati a
prestare servizio militare e durante il periodo di ferma le autorità
portavano via i bimbi dalle madri rimaste sole a casa. Al ritorno dei
padri eventuali proteste erano soffocate con la minaccia del carcere o
dell’ospedale psichiatrico.
In modo non
sistematico si arrivò persino alle sterilizzazioni
forzate. Nel 1964, sempre il dottor Siegfried scriveva:”Il
nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto
dalle donne”.
Nel 1972 il settimanale
svizzero in lingua tedesca 'Der schweizerische Beobachter' pubblicò un reportage
su Enfants de la grand-route e un anno dopo il
programma venne chiuso.
Perché il governo
federale parli ufficialmente della tragedia che ha
colpito gli jenisches bisognerà aspettare altri 15 anni. Finalmente nel
1987 Berna ammette le proprie responsabilità.
Un’inchiesta sarà fatta nove anni dopo, nel 1996, da tre
professori del Centro di consulenza storica nazionale su mandato del
Consiglio federale. Nel 1998 il dossier è stato reso pubblico. A
ventisei anni dal reportage del coraggioso giornale.
Nel giugno dello stesso anno, Ruth Dreyfuss, consigliere
federale e poi presidente della Confederazione elvetica dichiarò:”Le
conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: Enfants de la
grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di
una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza”.
In Svizzera, secondo alcune fonti, c'erano
35mila jenisches, ne sono rimasti 5000.