20/04/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La civilissima Svizzera ha cercato per quarant'anni di distruggere una comunità rom
Jenisches“Sradicare il male del nomadismo, fin dall'infanzia, attraverso misure educative sistematiche e coerenti". A parlare così non era un leader nazional socialista tedesco del Terzo Reich, ma il dottor Alfred Siegfried, cittadino svizzero e fondatore e direttore dell’Opera di soccorso Enfants de la grand route.
 
L’organizzazione era stata creata nel 1926 dalla Pro Juventute, importante organismo umanitario della Federazione elvetica. Il compito del dottor Siegfried avrebbe dovuto essere quello di “proteggere i bambini a rischio di abbandono e vagabondaggio”.
 
Enfans de la grand route è stata attiva fino al 1973, oltre quarant’anni che meritano di essere raccontati.
 
Negli anni venti la Svizzera, moderno ed efficiente stato federale, aveva deciso di contrastare i fenomeni di devianza e di emarginazione. L’azione era orientata al recupero dei cittadini che non erano conformi al modello sociale prevalente, definito dal governo centrale.
 
I rom, in particolare gli jenisches, erano una comunità nomade e privilegiavano per i propri figli non l’alfabetizzazione, ma l’apprendimento di arti e mestieri. Questo modo di affrontare la vita non era tollerato dal governo, che scelse la via della pulizia etnica. La tradizione culturale del popolo rom è orale, la scrittura non è conosciuta.
 
Il dottor Siegfried sosteneva: “Chiunque voglia combattere efficacemente il nomadismo deve mirare a far saltare la comunità dei girovaghi e porre fine, per quanto ciò possa apparire duro, alla comunità familiare. Non esistono altre soluzioni”.
 
Era l’inizio di un lungo tunnel di orrori, ancora oggi poco conosciuto.
 
Il Dipartimento federale di giustizia e polizia pianificava, fin dal 1930, l’allontanamento dei bambini dalle famiglie e il Dipartimento dell'Interno finanziava l’operazione. Le sovvenzioni del governo federale sono arrivate a Enfants de la grand route fino al 1967 e, secondo ricerche ufficiali, rappresentavano dal 7 al 25 per cento del bilancio dell’associazione. Altri finanziamenti provenivano da donatori privati e dalla vendita di gadget, pubblicazioni e altro.
 
Per rendere più efficiente il meccanismo fu realizzato un censimento della popolazione jenisches. Molte famiglie si videro private della patria potestà e oltre 300 bambini furono affidati personalmente al dottor Siegrfried. La distruzione di qualunque relazione tra minori e genitori era il perno sul quale si basava la strategia di “recupero”.
 
Il dottore diceva: “Ogni volta che per la nostra benevolenza, o per uno sfortunato incontro, qualche bambino non ancora adattato, o di carattere instabile, entra in contatto con i propri genitori, il nostro lavoro è azzerato”.
 
“Davanti a me c'era una donna, ma per me non significava nulla, era un’ estranea. Quella donna mi disse che avevo altri dieci fratelli e sorelle, ma nessuno sapeva dove fossero finiti. Quella donna era mia madre”. Così Robert Huber ha raccontato il suo incontro con la mamma, dopo 19 anni. Era stato 'rubato' che aveva solo otto mesi.
 
Gli jenisches erano obbligati a prestare servizio militare e durante il periodo di ferma le autorità portavano via i bimbi dalle madri rimaste sole a casa. Al ritorno dei padri eventuali proteste erano soffocate con la minaccia del carcere o dell’ospedale psichiatrico.
 
In modo non sistematico si arrivò persino alle sterilizzazioni forzate. Nel 1964, sempre il dottor Siegfried scriveva:”Il nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne”.
 
Nel 1972 il settimanale svizzero in lingua tedesca 'Der schweizerische Beobachter' pubblicò un reportage su Enfants de la grand-route e un anno dopo il programma venne chiuso.
 
Perché il governo federale parli ufficialmente della tragedia che ha colpito gli jenisches bisognerà aspettare altri 15 anni. Finalmente nel 1987 Berna ammette le proprie responsabilità.
 
Un’inchiesta sarà fatta nove anni dopo, nel 1996, da tre professori del Centro di consulenza storica nazionale su mandato del Consiglio federale. Nel 1998 il dossier è stato reso pubblico. A ventisei anni dal reportage del coraggioso giornale.
 
Nel giugno dello stesso anno, Ruth Dreyfuss, consigliere federale e poi presidente della Confederazione elvetica dichiarò:”Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza”.
 
In Svizzera, secondo alcune fonti, c'erano 35mila jenisches, ne sono rimasti 5000.
 
Roberto Bàrbera
 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Svizzera